Le luci di Kensington sfilano a duecento chilometri orari oltre il finestrino, il motore ruggisce, qualcuno spara, e James Bond – 26enne, giacca strappata, espressione tra il concentrato e l’incosciente – stacca il volante, passa una berlina in contromano e scompare in un vicolo come se avesse fatto nient’altro che ordinare un Martini (necessariamente agitato, non mescolato). In quell’istante, 007 First Light fa capire esattamente cosa vuole essere: non un omaggio nostalgico, e né tantomeno un’imitazione riverente.

Vuole essere Bond, nella sua formula più classica. Mentre sono ancora lì a riflettere, giunge quella vecchia sensazione, metà cinema e metà adrenalina, che solo la sagoma di un agente segreto con la licenza di uccidere sa evocare (con quella dannata voglia di voler essere esattamente come lui). IO Interactive ha aspettato anni per stringere la mano a 007. Vediamo se tutto questa attesa ne è valsa veramente la pena.

James Bond nei videogiochi

007 First Light

Prima di entrare nel vivo di questa nostra esperienza, mi sembra doveroso aprire una piccola parentesi sul come James Bond e i videogiochi condividono una storia lunga e irregolare, fatta di alti e bassi. Tutto – o quasi – nasce nel 1997, quando GoldenEye 007 di Rare trasforma il Nintendo 64 in un campo di battaglia e ridefinisce l’intero concetto di sparatutto in prima persona su console. È una pietra miliare assoluta, un titolo che ancora oggi compare in ogni conversazione seria sul medium.

Poi arriva Everything or Nothing nel 2004, lo sparatutto in terza persona di EA che cattura forse meglio di ogni altro la grammatica cinématica della saga: inseguimenti in moto, nemici carismatici e un Pierce Brosnan digitale impeccabile. Dopo di lui, la qualità crolla. Blood Stone è dimenticabile, 007 Legends è un’occasione sprecata. Il brand videoludico di Bond si eclissa nel 2012, lasciando un’eredità frammentata.  Quattordici anni di silenzio.

Poi arriva IO Interactive, i creatori di Hitman: World of Assassination, la serie che più di ogni altra aveva già tradotto in gameplay l’eredità “spionistica” di 007 (con i suoi bersagli da eliminare in contesti di lusso e morale ambigua). L’annuncio di “Project 007” era sembrato ovvio e inevitabile. 007 First Light è il risultato di quella collaborazione con Amazon MGM Studios: un’origin story originale, ambientata in un tempo imprecisato, con un Bond di ventisette anni appena entrato nel Programma “Doppio Zero”, acerbo, impulsivo e pericolosamente brillante.

Azione e infiltrazione

007 First Light

Il loop centrale di 007 First Light è figlio legittimo di Hitman Absolution più che del World of Assassination: più narrativo, più lineare, ma capace di sorprendere con spazi di manovra genuini nelle missioni principali. Le grandi “missioni sandbox” – ambientate in un torneo di scacchi ad Amsterdam, in un gala esclusivo a Londra, in un resort caraibico – permettono a Bond di raggiungere l’obiettivo attraverso percorsi multipli. Si può spiare una conversazione per scoprire che un pass stampa è nascosto in un vaso, ci si può travestire da tecnico della climatizzazione, oppure semplicemente scalare la facciata dell’edificio ed entrare da una finestra.

L’approccio è meno anarchico e liberatorio di Hitman WOA, ma offre quel senso di agency che un gioco su Bond non può permettersi di ignorare. Il combattimento corpo a corpo ha il peso grezzo e imperfetto che ci si aspetta da un agente ancora in formazione. Il sistema di parry e schivata funziona, i takedown contestuali sono spettacolari (gettare un nemico oltre una ringhiera ha la soddisfazione viscerale di una scena d’azione di un blockbuster da centinaia di milioni di dollari di incassi), ma le risse contro più avversari contemporaneamente risultano a tratti caotiche e imprecise. Si capisce che le fondamenta sono solide, ma la rifinitura richiede ancora un sequel per essere portata a compimento.

Il gunplay è diretto e soddisfacente nelle situazioni da “licenza di uccidere”, ovvero quando gli antagonisti impugnano armi da fuoco. Le coperture rispondono bene, le sparatorie sono più caotiche che tattiche, a volte quasi frenetiche, e forse è proprio questo il punto: Bond che sopravvive per un pelo, non Bond che domina la situazione dall’alto. Le sezioni stealth premiano la pazienza con notevole soddisfazione, ma l’IA nemica raramente sorprende, e un giocatore esperto troverà presto le routine più efficienti.

I gadget di Q – il Q-Watch che disabilita elettronica, spara dardi avvelenati e taglia lucchetti con il laser, la falsa fotocamera stordente, la penna-missile – non sono cosmetici. Aprono possibilità tattiche concrete e la scelta di portarne solo tre per missione costringe il giocatore a pianificare l’approccio prima ancora di atterrare in location. È una meccanica leggera ma elegante. La varietà è ulteriormente garantita da inseguimenti in auto (la sequenza su strade di montagna è spettacolare se un po’ legnosa nei controlli) e da Quick Time Event che governano i momenti di massimo spettacolo (purtroppo spesso eccessivamente semplici).

Il marchio di Bond: questione di stile e identità

007 First Light

Ebbene sì, 007 First Light sa essere un gioco “alla Bond”. Patrick Gibson – noto al pubblico seriale per Dexter: Original Sin e The OA – non imita nessun predecessore. È un Bond tutto suo: meno controllato di Daniel Craig, meno autoironico di Roger Moore, più impulsivo e ancora imperfetto. Il suo arco narrativo, da recluta con qualcosa da dimostrare ad agente che comincia a capire il costo di ciò che fa, è scritto e recitato con una convinzione già in molti l’hanno definita la performance videoludica dell’anno.

Le sequenze da agente segreto vero funzionano: ci sono infiltrazioni in ambienti di lusso, conversazioni diplomatiche dove ogni parola è un gioco d’azzardo e momenti di seduzione gestiti con la giusta dose di ironia. Le Bond girl non sono appicci decorativi ma personaggi con una funzione narrativa e una voce propria. I villain  (su cui non dirò molto per evitare spoiler) hanno carisma e un piano che regge l’esame della coerenza interna. La sequenza di apertura in stile title sequence è cinematograficamente potente, con un’estetica che richiama i titoli di testa di Sam Mendes senza copiarli. Le location esotiche – da Londra all’Europa dell’Est fino ai Caraibi – contribuiscono all’atmosfera senza mai ridursi a cartoline.

IOI ha capito che Bond non è un vestito elegante sopra un gioco di spionaggio generico: è una sensibilità specifica, fatta di eleganza sotto pressione, ironia sotto pericolo. Quella sensibilità pervade 007 First Light in modo autentico. Il gioco si prende sul serio senza diventare cupo, e strizza l’occhio alla saga senza scivolare nell’autoparodia.

La trama in pillole

007 First Light

007 First Light racconta la storia di un giovane James Bond cooptato nel neonato Programma “Doppio Zero”, a seguito delle sue gesta eroiche durante il servizio in marina. La prima missione si trasforma in tragedia, e Bond affiancato da Greenway – mentore riluttante e personaggio magnificamente scritto – si ritrova ad indagare su una cospirazione che punta al cuore stesso di MI6. La sceneggiatura è notevolmente superiore alle aspettative. I dialoghi hanno ritmo, e occasionalmente producono quella battuta fulminante (secca, autoironica, consapevole, che è il marchio di Fleming e dei film migliori).

Greenway e Bond funzionano come coppia drammatica esattamente perché non si piacciono: la tensione tra il veterano cinico e la recluta arrogante genera le scene più godibili della campagna. M, Q e Moneypenny appaiono in ruoli calibrati, sufficientemente iconici da soddisfare i fan senza diventare fanservice sterile. I villain principali reggono il peso della storia: carismatici, con un piano che trova radici nel contemporaneo (la scelta di toccare la tematica dell’intelligenza artificiale è stata azzeccata). Il ritmo narrativo soffre, però, di qualche incertezza: certi passaggi rallentano bruscamente dopo set-piece esplosivi, evidenziando un problema di bilanciamento tra il thriller frenetico e le sezioni di esplorazione metodica. Ma il calo non è mai abbastanza lungo da rompere “la magia”.

L’esperienza nel level design

007 First Light

Le ambientazioni di 007 First Light sono tra le sue voci più convincenti. Ogni location ha una personalità distinta: la Londra piovosa dell’MI6, le strade illuminate di Amsterdam durante un torneo di élite, un resort caraibico da facciata impeccabile e scheletro marcio, un complesso militare nell’Europa orientale che sembra uscito dalla guerra fredda filtrata da Nolan. IOI, che ha passato anni a costruire “le migliori location videoludiche del mondo” con la serie Hitman, porta quella competenza in un contesto narrativo più stretto, e il risultato è un livello di dettaglio ambientale quasi “maniacale”: stanze segrete che la maggior parte dei giocatori non troverà mai e routine di personaggi secondari che raccontano storie senza dialoghi.

I livelli principali offrono percorsi alternativi genuini nelle missioni sandbox, mentre le sezioni più lineari sono progettate con la cura di chi sa che anche un “corridoio” può diventare teatro. Tra le eccellenze, sul fronte del level design, vi è sicuramente la missione del torneo di scacchi, con tre approcci di infiltrazione distinti che portano allo stesso obiettivo attraverso esperienze completamente diverse. Di contro, il punto più debole è la sezione militare nella seconda metà del gioco, dove la linearità si fa più stretta e il design perde la caratteristica ricchezza degli scenari precedenti.

Il colpo d’occhio

Sotto il profilo estetico, 007 First Light è un gioco che non passa inosservato. La direzione artistica sceglie un realismo elegante, anziché uno stile marcato, con le diverse ambientazioni che sembrano essere uscite da un set cinematografico autentico. Su PS5 il titolo gira fluidamente in modalità prestazioni a 60fps, con tempi di caricamento pressoché inesistenti grazie all’SSD della console. Le animazioni del combattimento corpo a corpo sono il punto tecnico più alto: ogni presa, ogni schivata, ogni takedown contestuale ha il peso e la fluidità che distinguono la fisicità di Bond dal generico action hero.

Le animazioni facciali, cruciali per un gioco che punta così tanto sulla performance di Gibson, reggono il confronto con produzioni altisonanti, pur rimanendo a una spanna di distanza nelle scene più statiche. La colonna sonora merita menzione a sé: i temi orchestrali richiamano la tradizione, senza copiarli pedissequamente.

Longevità e contenuti extra

La campagna principale richiede circa quattordici-quindici ore a chi procede con ritmo narrativo, e si estende a venti per chi esplora sistematicamente ogni missione sandbox. Il titolo non dispone di modalità multiplayer (scelta dichiarata e coerente con la natura del progetto). La rigiocabilità è, tuttavia, garantita dalla modalità TacSim, che permette di affrontare missioni già completate con sfide aggiuntive per ottenere ricompense esclusive.

Chi ha completato la campagna in stile action troverà un incentivo concreto a rivisitare le stesse missioni con approccio stealth, e viceversa. I collezionabili – dossier, registrazioni audio, oggetti con backstory – sono integrati nel mondo in modo non invasivo e ricompensano l’esplorazione con lore genuinamente interessante sulla storia del Programma “Doppio Zero”.

Titoli di coda

007 First Light

007 First Light non è un gioco perfetto. Le meccaniche di combattimento corpo a corpo hanno bisogno di rifinitura, il ritmo narrativo zoppica in certi passaggi, le sezioni di guida non convincono del tutto, e i Quick Time Event dei momenti più spettacolari restano pigri. Ma è il miglior gioco di James Bond mai realizzato e, cosa più importante, è un gioco di Bond autentico: non una simulazione, non un omaggio nostalgico, ma un’esperienza che restituisce in modo genuino la sensazione di essere l’agente più famoso del mondo.

IOI ha vinto la scommessa più difficile: non quella tecnica, ma quella creativa. Capire cosa rende Bond, Bond – l’eleganza sotto pressione, l’ironia come scudo e il pericolo come habitat naturale – e tradurlo in meccaniche di gioco coerenti. Patrick Gibson è il Bond che il medium meritava: la storia che lo circonda regge e le location respirano. È consigliato ai fan storici della saga, agli appassionati di action/stealth cinematografico, e a chiunque ami le narrazioni curate con ambizione. Non deluderà nessuno dei tre.

IL VERDETTO

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Una versione inedita per l'agente segreto più celebre della storia, che non tradisce le sue origini ed aggiunge un pizzico di verve ad un personaggio che sembrava già aver raccontato tutto di sé.

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Non scrivo di videogiochi solo per passione, ma anche per lasciare una traccia da seguire ai posteri. Genere preferito? Non saprei, amo uscire sistematicamente dalla mia zona di comfort e mettermi in discussione. Vado matto per gli Speciali, ma non so resistere al fascino delle Recensioni: dannato egocentrismo.