Nel 2026, anno in cui le console di nuova generazione continuano a spingere i confini della grafica videoludica verso orizzonti sempre più ambiziosi, Activision ha deciso di regalare ai giocatori PlayStation una lezione di come non si dovrebbe portare un classico su hardware moderno. Il nuovo port di Call of Duty: Black Ops per PS5, quello originale uscito nel lontano 2010 su PlayStation 3 e Xbox 360, avrebbe dovuto essere una celebrazione di uno dei capitoli più iconici della serie. Invece, si è rivelato un esempio sconcertante di quanto poco tempo, risorse ed esperienza l’azienda abbia scelto di investire in questo progetto.

La PlayStation 5 è una macchina potente, capace di prestazioni che avrebbero fatto sembrare magia pura ai giocatori di sedici anni fa. Eppure, questo port arriva sul mercato con una risoluzione nativa di 1080p. Mille e ottanta pixel, nel 2026. Per fare un confronto, la stragrande maggioranza dei giochi contemporanei gira nativamente a 4K sulla stessa console. Non solo: il titolo non presenta nemmeno un sistema di anti-aliasing degno di nota, lasciando i bordi frastagliati come in un flashback ai tempi della settima generazione.

Qualcuno potrebbe pensare che questa risoluzione contenuta sia stata sacrificata sull’altare del frame rate, magari per garantire un’esperienza fluida a 120fps che avrebbe potuto dare nuova vita al comparto multiplayer. Niente di tutto questo: il gioco è bloccato a 60 Hz. Una presentazione 1080p60 sarebbe stata potenzialmente accettabile per la versione PS4, che esiste ed è stata rilasciata contestualmente. Ma per una conversione nativa per PS5, siamo di fronte a un risultato deludente e ben al di sotto di ciò che l’hardware è in grado di offrire.

La situazione diventa ancora più surreale quando si guarda alla controparte Xbox Series X. La versione che gira tramite retrocompatibilità è limitata alla risoluzione originale di 608p dell’era Xbox 360, con shadow map a risoluzione inferiore e una presentazione complessivamente più scura. Nessun miglioramento specifico per le console moderne di Microsoft, insomma. Ma almeno lì si può parlare di retrocompatibilità, non di un port nativo venduto come prodotto nuovo.

I problemi visivi che erano comprensibili e accettabili nel 2010 vengono preservati con fedeltà quasi archeologica. La qualità delle ombre era necessariamente scarsa all’epoca, quando le console avevano una frazione della potenza di calcolo attuale. Ma perché mantenere quel difetto oggi, quando c’è tutta la potenza grafica necessaria per risolverlo? È come restaurare un affresco rinascimentale e decidere deliberatamente di lasciare le crepe.

Le teorie su questa situazione bizzarra si sprecano. Una prima ipotesi: Microsoft, ora proprietaria di Activision, potrebbe non aver voluto che il gioco apparisse migliore su PS5 rispetto a Xbox Series X, per non dare una falsa impressione della potenza relativa delle due piattaforme. Ma questa teoria regge poco, visto che il gioco mantiene comunque un vantaggio in risoluzione su PlayStation. E se davvero fosse stata questa la motivazione, la soluzione logica sarebbe stata migliorare la retrocompatibilità su Xbox o pubblicare una remaster vera e propria a 4K per entrambe le console.

Due PS5 Slim
Due PS5 Slim, fonte: Sony Interactive Entertainment

Un’altra spiegazione possibile: da qualche parte, qualcuno si è impegnato a portare Black Ops su PS5, ma per ragioni misteriose ha avuto a disposizione risorse assolutamente minime. Così minime che aggiornare la risoluzione agli standard moderni è rimasto fuori dal budget o dal tempo disponibile. Eppure, considerando che esiste una campagna marketing per il rilascio su PS5, anche questa ipotesi sembra improbabile. Le spiegazioni razionali per un port rilasciato a una risoluzione così bassa su hardware del genere sono difficili da trovare.

E se pensate che il sequel risolva la questione, preparatevi a una delusione: anche Black Ops 2 arriva a 1080p. Oltre alle prestazioni tecniche deludenti, bisogna affrontare la questione del prezzo. Per un port così minimale, chiedere 40 euro è troppo per Digital Foundry. Certo, c’è uno sconto del 50% per gli abbonati PlayStation Plus, ma il prezzo base rimane difficile da giustificare per la redazione inglese. Come se non bastasse, Activision chiede altri 30 dollari o 26 sterline per il season pass, quando tutti i contenuti disponibili avrebbero dovuto essere inclusi in un’unica release completa. Esiste uno sconto del 67% sul DLC per chi ha PlayStation Plus, ma la situazione generale rimane critica. E la stessa politica di prezzo si applica identica a Black Ops 2 e ai suoi contenuti aggiuntivi.

Xbox Series X
Xbox Series X, fonte: Microsoft

L’aspetto più frustrante di tutta questa vicenda è che Call of Duty Black Ops e il suo seguito sono capitoli celebrati della serie, ricordati con affetto da milioni di giocatori. Secondo alcuni commenti della community, l’unica ragione per cui le persone stanno acquistando questi port è la possibilità di giocare senza hacker o infezioni che affliggono le versioni più vecchie. Un ambiente di gioco pulito è certamente un valore, ma non giustifica la mancanza di un upgrade grafico degno di questo nome.

Aggiornamenti ragionevoli a un prezzo onesto, con tutti i contenuti disponibili inclusi e port anche per le console Xbox, non sembrano richieste eccessive. Si tratta di giochi usciti più di un decennio fa, che hanno già generato profitti enormi. Trattarli con rispetto, e trattare con rispetto i giocatori che vogliono rivisitarli, dovrebbe essere il minimo sindacale. Invece, ci troviamo di fronte a quello che appare come un cash grab pigro e trasparente, che conta sul valore nostalgico del brand per vendere un prodotto sottotono.

La domanda che sorge spontanea è: perché rilasciare un port del genere? Cambiare la risoluzione richiede letteralmente poche righe di codice, e il team ha già modificato il valore originale portandolo da meno di 720p a 1080p. Perché non spingersi fino al 4K nativo, visto che il lavoro era già stato avviato? La sensazione è quella di un’opportunità sprecata, di un progetto gestito con il minimo sforzo possibile nella speranza che il nome Call of Duty fosse sufficiente a garantire le vendite.

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Classe 1991, scrive sul web da oltre dieci anni, trasformando la passione per i videogiochi e la cultura pop in una professione. Nel corso della sua carriera ha collaborato con alcuni dei principali siti italiani dedicati al mondo videoludico, trovando in Game-eXperience la sua casa per molti anni. Nel 2021 ha perfezionato il proprio percorso frequentando un corso di giornalismo online, consolidando l'esperienza maturata sul campo. Dal 2023 fa parte del gruppo editoriale Digital Dreams e, dall'inizio del 2026, scrive per CastleRock, ScreenWorld e BadTaste, occupandosi di videogiochi, cinema, serie TV e attualità legata al mondo dell'intrattenimento.