Captain Tsubasa non è mai stato “solo” calcio. È stato il motivo per cui intere generazioni di ragazzini hanno iniziato a tirare in porta immaginando una traiettoria impossibile (con tanto di effetti sonori “fai da te”), quella capace di bucare le mani del portiere avversario e la rete insieme. Per chi è cresciuto con l’anime negli anni Ottanta o Novanta – o con i tanti revival arrivati dopo – il nome Tsubasa Ozora (conosciuto dal pubblico italiano con il nome di Oliver Hutton) porta con sé un pacchetto emotivo che va oltre il semplice sport disegnato. Ed è per questo che ogni nuovo videogioco della serie si porta dietro un’attenzione sproporzionata rispetto al genere sportivo arcade a cui appartiene.
Captain Tsubasa 2: World Fighters arriva con questo peso sulle spalle, ma anche con l’ambizione dichiarata di spingere la formula un passo più avanti. Non un semplice aggiornamento di roster, ma un tentativo di ampliare lo spettacolo, affinare il sistema di gioco e restituire ai giocatori quella sensazione di assistere a qualcosa di più grande di una partita di calcio. Il tutto restando fedele a un’identità che da decenni mescola sport, dramma adolescenziale e mosse a metà tra il fisicamente plausibile e il francamente assurdo.
In questo senso il titolo si trova a dover rispondere a una domanda che accompagna ogni adattamento di lungo corso: quanto ci si può allontanare dalla formula originale prima di perdere ciò che la rende riconoscibile? Bandai Namco e Tamsoft sembrano aver scelto una strada “prudente”, fatta di ampliamenti più che di stravolgimenti ed è proprio in questa cautela che si gioca la partita.
Evoluzione della serie

Chi segue i videogiochi di Captain Tsubasa da tempo sa che la serie ha sempre camminato su un filo sottile. Da una parte la necessità di somigliare, almeno vagamente, a un gioco di calcio. Dall’altra la voglia di restare fedele a un’opera dove un tiro può letteralmente incendiare il pallone o spaccare la traversa. I primi adattamenti su console a 8 e 16 bit puntavano soprattutto sulla gestione a turni e sulle sequenze animate dei tiri speciali (un po’ come succedeva nei giochi di baseball giapponesi dell’epoca).
Con Rise of New Champions, la serie ha fatto un salto deciso verso l’azione in tempo reale, avvicinandosi più a un picchiaduro travestito da partita di calcio che a una simulazione sportiva vera e propria. World Fighters raccoglie quell’eredità e prova a spingerla oltre, ampliando il numero di situazioni in cui un giocatore qualunque – non solo i protagonisti storici – può tirare fuori qualcosa di spettacolare. È un’evoluzione che rischia sempre di allontanare chi cerca un calcio più realistico, ma che resta coerente con quello che l’opera originale ha sempre voluto essere (ovvero, non realistica).
Vale la pena ricordare che non tutti i tentativi passati hanno funzionato allo stesso modo. Alcuni capitoli usciti tra gli anni Novanta e Duemila puntavano su un’impostazione più gestionale, quasi da simulazione manageriale mascherata da avventura sportiva, mentre altri sceglievano la via arcade pura senza troppa attenzione alla varietà tattica. Il merito della coppia Tamsoft e Bandai Namco, a partire da Rise of New Champions, è stato trovare un punto di equilibrio che tenesse insieme spettacolo, struttura a partita vera e propria e un minimo di profondità nella gestione della squadra, senza scadere né nella noia gestionale né nel caos privo di regole.
Un progetto che si amplia

Il gioco è sviluppato da Tamsoft Corporation e pubblicato da Bandai Namco Entertainment, la stessa coppia che ha realizzato Captain Tsubasa: Rise of New Champions, uscito nel 2020 e diventato negli anni successivi un piccolo caso nella nicchia dei giochi sportivi non convenzionali. World Fighters ne è il sequel diretto, presentato con lo slogan “Kick Beyond Limits”, che riassume bene l’intenzione dichiarata di ampliare tutto quello che aveva funzionato nel capitolo precedente.
La narrazione riprende gli eventi del titolo precedente e si sviluppa attorno al World Youth Arc del manga originale, con la supervisione diretta dell’autore Yoichi Takahashi sulle linee narrative aggiuntive pensate apposta per il videogioco.
Sul fronte dei contenuti, il gioco offre due modalità storia distinte. La prima, chiamata New Stars, mette al centro un personaggio creato dal giocatore che si unisce alla nazionale giapponese durante il World Youth Arc. La seconda, etichettata come Leggenda o Avanzata a seconda delle localizzazioni, sviluppa filoni narrativi originali che si affiancano alla trama del manga senza sostituirla, sempre sotto la supervisione di Takahashi. È una struttura doppia pensata per accontentare sia chi vuole rivivere la storia canonica sia chi cerca qualcosa di inedito da esplorare.
Gameplay e identità ludica

Gli sviluppatori definiscono il sistema di gioco come “Super Action Soccer”, ed è una definizione che coglie bene lo spirito del titolo. Passaggi, dribbling, contrasti e parate possono trasformarsi in mosse speciali, non solo i tiri. Significa che virtualmente ognuno dei personaggi in campo, con il roster che supera i centodieci nomi, ha accesso a qualche variante spettacolare della propria azione base. Non è più solo una questione di quanto è forte il tiro di Hyuga o di Tsubasa, ma di come si costruiscono le azioni nel corso della partita utilizzando le varie (super)mosse dei giocatori in campo.
Il nuovo sistema di duello tra portiere e attaccante è probabilmente la novità più interessante sul piano strategico. Quando un tiro speciale sta per partire, entrambi i giocatori entrano in una sorta di braccio di ferro controllato dal pad, dove tempismo e lettura contano quanto la potenza del colpo. Non è un sistema realistico, e non vuole esserlo, ma introduce un livello di tensione che nei capitoli precedenti mancava, trasformando ogni tiro pericoloso in un piccolo momento di suspense giocabile (e non solo vissuto passivamente a schermo).
Sul fronte della progressione, la modalità New Stars permette di creare un proprio personaggio e seguirlo attraverso l’arco narrativo del World Youth, affiancando Tsubasa e la nazionale giapponese nelle qualificazioni contro squadre come Thailandia, Uzbekistan, Arabia Saudita e Cina, prima di arrivare al torneo mondiale vero e proprio. È una struttura ibrida tra racconto sportivo e crescita del personaggio, con la possibilità di rafforzare il legame con i protagonisti storici per sbloccarne mosse e stile.
Questo sistema di legame, che ricorda da vicino certe meccaniche da gioco di ruolo giapponese, trasforma ogni allenamento e ogni partita giocata insieme ai compagni storici in un investimento a lungo termine. Più il rapporto con un personaggio cresce, più aumentano le possibilità di apprendere varianti delle sue tecniche firma, un dettaglio che spinge a curare la rosa con un’attenzione quasi da collezionista, oltre che da allenatore. È qui che il gioco si allontana definitivamente dal semplice titolo sportivo per avvicinarsi a un ibrido con componenti da action RPG, senza però appesantire troppo il ritmo delle partite vere e proprie.
Personaggi e atmosfera

Il cuore pulsante del gioco resta ovviamente il cast. Tsubasa Ozora, Kojiro Hyuga, Genzo Wakabayashi e tutti gli altri volti storici (non solo semplici skin da selezionare, ma il motivo per cui buona parte del pubblico si avvicina al titolo). World Fighters punta molto sulla riconoscibilità di ogni mossa firma, con più di centocinquanta sequenze animate dedicate alle azioni sul campo, un numero che racconta bene quanto peso venga dato alla componente spettacolare rispetto a quella puramente meccanica.
Accanto ai personaggi storici arrivano squadre e figure inedite, alcune tratte da parti del manga poco esplorate in precedenza nei videogiochi, altre pensate apposta per ampliare l’universo narrativo. È una scelta che permette di respirare aria nuova senza tradire l’impianto originale (e senza che si respiri troppo aria da “filler”).
L’atmosfera generale punta su una regia energica, con inquadrature che seguono l’azione come farebbe una telecamera da trasmissione sportiva esagerata, mischiata a stacchi più cinematici nei momenti dei tiri speciali. È un linguaggio visivo pensato per chi conosce l’anime e ne riconosce i suoi lati migliori, dalle inquadrature dal basso sui protagonisti alle pause drammatiche prima di un colpo decisivo.
Anche la scelta di ampliare il numero di nazionali coinvolte – ventidue in totale – racconta qualcosa sull’ambizione del progetto. Non si tratta solo di aumentare la quantità di contenuti, ma di dare spazio a rivalità sportive che nel manga hanno avuto un peso narrativo importante e che nei videogiochi precedenti erano rimaste ai margini. Vedere squadre, come quella saudita o uzbeka, trattate con la stessa cura riservata storicamente a Brasile o Germania è un segnale di come il team di sviluppo abbia voluto raccontare un mondo del calcio più ampio di quello a cui la serie ci aveva abituato in passato.
Aspetti tecnici e artistici
Sul piano tecnico, il salto rispetto al capitolo precedente si vede soprattutto nelle animazioni dei tiri e nelle transizioni tra fase di gioco e cutscene, ormai quasi impercettibili. Il comparto sonoro può contare sul ritorno di Tadayoshi Makino come compositore, già apprezzato per il lavoro sul titolo precedente, con oltre cento tracce inedite pensate per accompagnare l’azione senza risultare ripetitive nell’arco di una partita intera.
Lo stile visivo resta fedele all’impianto cartoonesco della serie, con proporzioni esagerate nei momenti di massima intensità e un uso del colore che richiama più l’anime che una fotografia realistica del calcio. È una direzione artistica coerente, anche se non mancano compromessi tipici del genere. L’interfaccia, durante le fasi di gioco libero, appare ancora un po’ fitta di informazioni. L’assenza di un tutorial più esplicito è marcata e rischia di disorientare chi si avvicina per la prima volta al sistema di mosse speciali.
Il salto qualitativo, rispetto al capitolo precedente, si sente soprattutto negli stadi, più vivi e dettagliati, e nella gestione delle telecamere durante i replay dei gol più spettacolari. Restano invece ampi margini di miglioramento nella leggibilità di alcune animazioni, soprattutto quando il campo si affolla di effetti particellari.
In conclusione
È difficile immaginare World Fighters come primo approccio assoluto al genere calcistico per chi cerca simulazione. Il pubblico naturale resta quello dei fan storici della serie, insieme a chi ha già amato Rise of New Champions e cerca un’evoluzione più che una rivoluzione.
Chi si aspetta un calcio realistico, anche solo nella misura di un Mario Strikers, farebbe meglio a ridimensionare le aspettative. World Fighters non nasconde la propria natura arcade fin dal primo trailer, e va preso per quello che è: uno show sportivo dove il pallone è spesso solo un pretesto per mettere in scena la personalità dei personaggi.
Il verdetto
Una timida uscita dalla formula originale che amplia quanto già visto nel primo capitolo, ma senza urlare all'evoluzione.

