Il 2026 non poteva iniziare in modo peggiore. L’anno che avrebbe dovuto rilanciare un settore in crisi d’identità, tra un GTA 6 a fine anno, un Crimson Desert in rampa di lancio e qualche altra bomba di tutto rispetto che potrebbe sorprendere non poco come Fable e Marvel’s Wolverine, ci ha già consegnato una scomoda verità: non possiamo più fidarci delle aziende. O per meglio dire, mi chiedo come qualcuno ancora oggi riesca a fidarsi ciecamente dei publisher, dopo tutto quello che sentiamo e leggiamo.
Questo speciale nasce non solo dagli occhi del cuore (cit), ma anche e soprattutto da quello che è accaduto all’inizio dell’anno, e che ha un protagonista ben preciso: Ubisoft e il suo Prince of Persia Remake, un gioco di cui un giorno, forse, scopriremo tutta l’assurda storia.
Correva l’anno

Dunque, facciamo un salto indietro nel tempo. Autunno 2020: Ubisoft annuncia il remake di Prince of Persia: Le Sabbie del Tempo, primo, storico capitolo della saga tridimensionale del personaggio, uno dei più amati videogiochi dell’era PS2. Tutto molto bello, se non fosse che il trailer di annuncio, forse lo ricorderete, era una vera schifezza. Ma vera vera: modelli poligonali orribili, un comparto grafico che sembrava di una decina d’anni prima, la scarsa attinenza con l’art design originale, e in generale una scarsissima cura. Il gioco, inizialmente previsto per gennaio 2021, si trasforma in un buco nero: prima viene rinviato, poi sparisce dalle uscite, poi viene tolto dalle mani di Ubisoft Pune per diventare un grande progetto sotto il team di Montreal.
Autunno 2025: Ubisoft, dopo che nell’estate dell’anno precedente aveva ri-annunciato il remake, conferma che il gioco uscirà sicuramente entro marzo 2026. Mancano pochi mesi, abbiamo pensato tutti. Mancano pochi mesi, perché ce lo ha detto direttamente il publisher nei suoi documenti finanziari. Mancano pochi mesi e non abbiamo ancora visto nulla di questo remake 2.0, pensano altri, ma l’ipotesi di uno shadowdrop a sorpresa diventa sempre più concreta quando a gennaio Prince of Persia era stato addirittura classificato da enti come ESRB. La data sembrava addirittura già scelta, ed era quella del 16 gennaio. Un venerdì, perfetto per godere del ritorno di un grande classico. Il 16 gennaio, però, passa senza nessuna notizia, fino a quando, qualche giorno dopo, arriva l’annuncio che lascia tutti a bocca aperta: il remake, riconfermato solo poche settimane prima come imminente, viene cancellato del tutto. Sparisce. Non esiste più. Caput.
Siamo sicuri che Ubisoft abbia avuto i suoi buoni motivi per rinunciare a questo remake. Forse, ipotizziamo, si è resa conto che il progetto aveva costi proibitivi, e che i ricavi non sarebbero stati sufficienti per ripagare dell’investimento, oppure che la qualità del prodotto non rispecchiava l’importanza del brand. Ah no, scusate, questa è una valutazione che un publisher dovrebbe compiere ben prima che la produzione di un titolo venga completata, e non dopo. E sicuramente non una settimana prima che il gioco debba essere lanciato. La verità, signore e signori, è una: Ubisoft ci ha presi in giro. Forse per mesi, più probabilmente per anni, un po’ come se fosse una Blue Box qualsiasi che abbindola il mondo del web per un’estate con il suo fantomatico Abandoned.
Ora, capisco che un’azienda voglia fare di tutto per fare soldi, ma qui si parla davvero di perdere le faccia, proprio come certi negozi che prima accettano preordini e poi spariscono nel nulla. Chi ci perde, come sempre, sono i giocatori, sedotti e abbandonati.
C’era una volta Bluepoint Games

Hermen Hulst, il boss di PlayStation, ha commentato la recente chiusura di Bluepoint Games affermando che la decisione sia stata molto sofferta, ma dovuta. Ma certo, siamo sicuri che chiudere uno studio esperto in remake, che ha restaurato capolavori come Shadow of the Colossus e Demon’s Souls, fosse l’unica cosa da fare, invece di affidargli magari il ritorno di IP storiche come Sly Cooper, Ape Escape o Jak di Naughty Dog. Intanto, il buon Haven Studios, con all’attivo la bellezza di zero videogiochi pubblicati, merita di succhiare qualche altro milioncino di dollaroni per il suo Fairgames che sembra condannato già da un paio d’anni – e che, forse, neanche uscirà mai.
I membri di Bluepoint forse si sono sentiti come gli acquirenti di PlayStation VR2. Visore spettacolare eh, sia chiaro, ma presentato male, venduto peggio e supportato ai minimi storici, anche peggio di PS Vita. 600 euro di visore al day one, per ritrovarsi tra le mani un prodotto pensato per cambiare per sempre il mondo del gaming e morto nel giro di pochi giorni. Ciaone.
L;o strano caso di Nintendo

E che dire di Nintendo. La grande N, per quanto sia sempre in grado di sfornare opere importanti, non si sta certo rendendo user friendly nelle sue ultime uscite. La scorsa estate, dopo solamente qualche settimana dall’uscita di Donkey Kong Bananza, ecco subito un piccolo DLC, a pagamento. Lo stesso è accaduto per Leggende Pokémon ZA (DLC di cui si è parlato molto poco, forse a causa della ricezione non proprio positiva ottenuta dal gioco), così come per gli upgrade a pagamento di molti giochi al passaggio su Switch 2. Persino ad Animal Crossing: New Horizons, che a 5€ garantisce quasi nessuna innovazione tecnica per chi ha già fatto il passaggio generazionale. Ma pubblicarlo come patch gratis… No, eh?
Ma in fin dei conti, se le ROM di Pokémon Verde Foglia e Rosso Fuoco rivendute a 20€ ciascuna – e senza un briciolo di novità – sono subito diventati i giochi più venduti sull’eShop di Nintendo, un po’ ci meritiamo anche le patch a pagamento.
Microsoft ha fatto “selezione”
E con Microsoft? Appurato che il Game Pass è ancora un servizio quasi troppo bello per essere vero in termini di qualità, lo scorso autunno Microsoft ha dato una sferzata decisiva al suo programma con netti aumenti di prezzo. Obiettivo: rinunciare a coloro che non sono disposti a spendere più di tanto, e tenersi una fetta più piccola ma più remunerativa di utenti.
Intanto, però, le cose sono anche cambiate negli ultimi anni. Con l’avvento di Call of Duty nel Game Pass, dopo l’acquisizione di Activision, Xbox ha ben pensato di rivedere uno dei principi fondamentali sui quali si è sempre basato il servizio sin dalla sua nascita, vale a dire il lancio delle esclusive al day one su Game Pass. Sì perché ora ci sono più tier. E più livelli di servizi. E più fasce di prezzo. E insomma, un altro modo per tornare sui propri passi dopo aver pontificato per anni su un sistema che sulla carta poteva funzionare, ma che evidentemente non è riuscito a imporsi come il gigante di Redmond sperava.
Solo pochi giorni fa Asha Sharma, nuova CEO di Xbox, ha fatto parlare di sé rispondendo al tweet di un utente che chiedeva un ritorno al senso delle esclusive per grandi brand come Halo, Gears e Forza, ormai da tempo diventati (o in procinto di diventare) multipiattaforma. È bastato un semplice “Vi stiamo ascoltando” per mandare in visibilio i fan Xbox, rinvigorire la speranza e riaccendere l’entusiasmo per un nuovo scontro generazionale che, dati statistici alla mano, potrebbe rappresentare invece un altro tonfo per Microsoft. Beati i fanboy.
Ma davvero, dopo tutto questo tempo, dopo tutto quello che abbiamo letto e sentito, c’è chi crede che le parole di questi dirigenti possano essere prese come oro colato? La situazione di Xbox, in termini di distribuzione, non cambierà di una virgola, e il boss di Microsoft Satya Nadella lo ha già ribadito più volte. E poi, a dirla tutta, cosa vuole dire veramente Sharma? Magari sta solo prendendo nota dei pensieri degli utenti, oppure magari ha solo risposto al tweet sbagliato quando voleva commentare il suo gruppo di musica country preferito. Che ne sappiamo?
La guardia non era alta

Se credete che tutto questo sia un attacco ai publisher, credete male. Perché ne abbiamo pure per i singoli volti dell’industria. Mi rivolgo a te, caro Geoff Keighley: in quale universo potevi pensare che un gioco come Highguard potesse essere accolto come il salvatore del gaming, il futuro dell’industria, non solo posizionandolo al termine dei TGA come annuncio bomba ma anche incensandolo per settimane? CHI, nel 2026, dopo flop mostruosi come Concord e Suicide Squad: Kill the Justice League, può pensare che continuare a compiere gli stessi errori possa portare a un risultato differente da quelli di prima? Era più carismatico quell’obbrobrio di Foamstars, e che cavolo!
Evitate di riporre speranza in un minuscolo e insignificante tweet. Dalle parti di Redmond, Tokyo, Parigi, così come da tutte le altre parti, l’imperativo è solo uno: l’utente non è altro che un numero, e l’obiettivo non è altro che fare solo ed esclusivamente soldi. Il più possibile, se possibile. Ed è per questo che la fiducia, tecnicamente, non può essere infinita. Eppure è sempre bello leggere tifosi da stadio pronti a difendere a spada tratta qualsiasi cosa che proviene dalla propria azienda del cuore, anche quando questa tira fuori dal cilindro autentici capolavori da esporre al museo dei disastri.

