Disclosure Day è il nuovo film di Steven Spielberg e segna il ritorno del regista a uno degli immaginari più importanti della sua carriera: l’incontro con l’alieno, il mistero del cielo, la possibilità che l’ignoto irrompa nella vita degli esseri umani e ne cambi per sempre lo sguardo. Nel caso di Spielberg, però, questo ritorno porta inevitabilmente con sé un bagaglio emotivo, cinematografico e culturale enorme: significa tornare al cielo come spazio della paura e della promessa, all’infanzia come soglia dello stupore, alla possibilità che l’umanità sia costretta a ripensare la propria posizione nell’universo.

Disclosure Day nasce proprio dentro questa aspettativa, forse persino dentro questo peso: è un film che arriva come nuovo confronto spielberghiano con la vita extraterrestre, ma anche come tentativo di spostare quel discorso in un presente dominato da segreti, sfiducia nelle istituzioni, manipolazione delle immagini e bisogno quasi disperato di una verità comune.

La premessa, in questo senso, è potentissima. Non si tratta semplicemente di chiedersi se gli alieni esistano, ma di immaginare cosa accadrebbe se la prova della loro esistenza non potesse più essere controllata da pochi. Il titolo stesso promette un giorno della rivelazione, un momento in cui ciò che è stato tenuto nascosto per decenni diventa improvvisamente patrimonio dell’umanità. È un punto di partenza che permette a Spielberg di lavorare su temi enormi: chi possiede la verità, chi decide quando il mondo è pronto a conoscerla, quale rapporto esiste tra sicurezza e libertà, e soprattutto cosa resta della nostra idea di umanità quando scopriamo di non essere soli.

Daniel Kellner

Il film segue la fuga di un hacker entrato in possesso di prove legate all’esistenza degli alieni, inseguito da una struttura segreta che da decenni custodisce questo segreto e affiancato, almeno idealmente, da un gruppo di ex membri convinti che la verità non possa rimanere proprietà di un’organizzazione chiusa, opaca, sottratta a ogni controllo pubblico. A questa linea narrativa si intreccia quella di Margaret, meteorologa di una televisione locale di Kansas City che, dopo un evento inspiegabile, manifesta capacità fuori dall’ordinario e diventa progressivamente centrale nel percorso verso la disclosure.

Sono elementi che appartengono a un immaginario molto riconoscibile. Agenzie segrete, uomini in nero, archivi proibiti, tecnologie aliene recuperate e retro-ingegnerizzate, video occultati, corpi nascosti, governi che sanno molto più di quanto ammettano. Il problema non è che Disclosure Day parta da un terreno già battuto, perché il cinema vive anche di archetipi, ritorni e variazioni. Il problema è che il film sembra spesso trattare questo materiale come se possedesse ancora una forza dirompente che la cultura pop ha da tempo assorbito, digerito e trasformato in linguaggio comune. Dopo decenni di fantascienza cospirativa, dopo l’iconografia degli uomini in nero, dopo mille declinazioni del cover-up alieno, non basta rimettere in fila questi elementi perché tornino automaticamente misteriosi.

Ed è qui che il film mostra la sua prima vera fragilità. Disclosure Day non fallisce perché parte da un’idea vecchia, bensì perché non trova un modo nuovo per renderla necessaria. Quelli citati sono tutti tasselli che potrebbero ancora funzionare, se riletti attraverso il nostro presente. Invece, il film tende a muoversi dentro una struttura narrativa molto classica, a tratti persino datata, in cui il piacere del racconto d’avventura convive con una certa difficoltà nel rendere davvero contemporanee le proprie domande.

Noah Scanlon

Va detto con chiarezza: Disclosure Day non è un film povero di cinema. Spielberg conserva un controllo dello spazio e del movimento che pochi blockbuster contemporanei riescono ancora a mostrare con la stessa naturalezza. Anche quando il racconto scricchiola, la macchina da presa sa come guidare lo sguardo, come organizzare una fuga, come far respirare una scena corale, come alternare tensione, stupore e senso di minaccia. C’è una fluidità di messa in scena che appartiene a un cinema di grande mestiere, costruito su ritmo interno, gestione dei corpi, chiarezza dell’azione e capacità di trasformare anche una situazione meccanica in una sequenza visivamente leggibile.

La scena del treno è emblematica: sul piano della costruzione visiva, Spielberg sa come montare la tensione, come comprimere lo spazio, come dare alla sequenza una progressione spettacolare. Sul piano della logica interna, però, il pericolo appare molto più fragile, quasi generato dall’obbligo di produrre una set piece che dà una reale necessità narrativa. È un momento in cui il mestiere del regista prova a vincere sulla debolezza della scrittura, riuscendoci solo in parte.

A sostenere questa dimensione contribuisce anche la fotografia di Janusz Kamiński, che spinge il film verso una classicità visiva immediatamente riconoscibile. Luci cariche, bagliori e controluce, interni attraversati da presenze luminose, immagini che cercano costantemente una dimensione più grande del semplice thriller cospirativo. È una fotografia che tenta di riportare il film nel territorio della meraviglia, come se ogni rivelazione dovesse contenere anche una vibrazione spirituale, non soltanto narrativa.

Non tutto, però, si amalgama con la stessa efficacia. Alcuni elementi in computer grafica, in particolare gli animali e gli alieni, mostrano una presenza digitale piuttosto evidente e non sempre riescono a integrarsi con naturalezza nel tessuto visivo della pellicola. Nel caso degli extraterrestri, il problema viene in parte attenuato dalla scelta di mostrarli spesso attraverso filtri, schermi e materiali che richiamano vecchi filmati di repertorio. La grana dell’immagine, la compressione e la distanza documentaria aiutano a mascherare l’artificialità e a trasformarla in parte del dispositivo narrativo.

Resta comunque una certa discontinuità quando questi elementi emergono con maggiore chiarezza. Va riconosciuto, però, che Spielberg evita di abusarne: li mantiene in scena per un tempo relativamente limitato e preferisce ricondurre il film a una dimensione più umana, più legata ai volti, agli spazi e alle reazioni dei personaggi. Una scelta che non elimina del tutto il problema, ma lo contiene e impedisce alla componente digitale di diventare il centro dell’esperienza.

La colonna sonora di John Williams lavora invece nella direzione più solenne ed emotiva del film. Non accompagna soltanto l’azione, ma prova a dare alla scoperta aliena un peso quasi sacrale, un respiro più ampio, una verticalità che rimanda al rapporto tra l’uomo e ciò che lo supera. In diversi momenti, però, proprio questa grandezza musicale e visiva finisce per rendere più evidente la distanza tra ciò che il film vorrebbe evocare e ciò che la sceneggiatura riesce davvero a sostenere. Le immagini promettono meraviglia, la musica promette rivelazione, ma il racconto non sempre offre una materia drammatica all’altezza di quella promessa.

Margaret Fairchild

Disclosure Day vorrebbe essere un film profondamente umano: lo si vede nel modo in cui mette in campo l’empatia, la fede, la paura collettiva e la possibilità che l’incontro con un’intelligenza aliena non distrugga l’idea di umanità, ma la costringa ad allargarsi. Sono spunti importanti, spesso anche affascinanti, eppure il film fatica a trasformarli in veri motori drammatici.

Il caso più evidente è Margaret. Il personaggio interpretato da Emily Blunt dovrebbe essere il cuore emotivo del racconto. Una donna comune improvvisamente attraversata da qualcosa che non comprende e chiamata a diventare tramite tra l’umano e l’inconcepibile. Il suo potere empatico, però, funziona più come strumento narrativo che come reale percorso interiore. Margaret entra nel cuore delle persone, ne percepisce le ferite, intuisce ciò che le muove e dice loro ciò che hanno bisogno di sentirsi dire. Questa capacità non diventa mai davvero un leitmotiv costante del personaggio, quanto piuttosto una soluzione che si attiva quando la storia deve superare un ostacolo.

In questo senso, l’empatia non viene raccontata come una scelta morale, una conquista o una forma fragile di apertura all’altro, ma come una specie di superpotere emotivo. Il film sembra volerle attribuire un valore profondamente umano; ciononostante, spesso la usa con una funzione quasi meccanica: Margaret incontra una resistenza, accede all’interiorità di chi ha davanti, pronuncia la frase giusta e la scena può andare avanti.

Emily Blunt regge il ruolo meglio del suo compagno di scena e prova a dare corpo, voce e smarrimento a un personaggio molto carico di funzioni simboliche. Peccato non riesca sempre a rendere credibili i passaggi più forzati. L’attacco di panico successivo alla sequenza del treno, per esempio, appare più come la rappresentazione esterna di un collasso emotivo che come il suo reale manifestarsi. Allo stesso modo, le scene legate ai manufatti alieni le chiedono di dare peso a oggetti e dinamiche che la sceneggiatura non ha definito con sufficiente solidità.

Anche il tema dell’infanzia resta più suggerito che sviluppato. Il film torna al passato dei protagonisti, alla loro esperienza infantile, all’idea che da bambini siano stati più ricettivi all’inconcepibile. Tuttavia, l’infanzia non diventa davvero una prospettiva sul mondo, non attraversa l’opera come chiave di lettura profonda. È piuttosto il luogo narrativo dell’origine, il momento in cui tutto è cominciato e che deve essere recuperato per comprendere il presente. Si può intuire l’idea dei bambini come creature più pure, forse più capaci di accogliere l’ignoto senza esserne distrutte. Però, il film non lavora abbastanza su questo spunto perché diventi un tema portante.

Più interessante, almeno in potenza, è il rapporto tra alieni e fede, perché è qui che Disclosure Day prova a spostare la rivelazione dal semplice terreno del complotto a un triangolo più complesso: fede, conoscenza e stabilità politica. Da una parte c’è chi considera la verità un patrimonio collettivo, qualcosa che non può essere sequestrato da un’organizzazione privata o para-istituzionale. Dall’altra, c’è chi teme che una scoperta di questa portata possa frantumare l’ordine sociale, religioso e politico su cui l’umanità ha costruito la propria identità. In mezzo resta il dubbio più fertile del film: sapere che non siamo soli significa davvero perdere Dio, oppure significa soltanto immaginare un divino più grande delle categorie con cui abbiamo provato a contenerlo?

È un tema che la fantascienza ha già affrontato in forme diverse. Contact metteva in scena il confronto tra scienza e fede attraverso una protagonista razionale, costretta però a vivere un’esperienza impossibile da dimostrare pienamente agli altri. Signs usava l’invasione aliena come catalizzatore per raccontare una crisi religiosa privata, quella di un ex pastore che aveva smesso di credere in un disegno più grande. Prometheus spostava invece la questione sul rapporto tra creatura e creatore, chiedendosi cosa resti della fede quando l’origine dell’umanità sembra assumere una forma biologica, materiale, extraterrestre. Anche Arrival, pur meno legato alla religione, lavorava sul modo in cui una conoscenza aliena può destabilizzare politica, linguaggio e percezione del tempo. Disclosure Day si inserisce idealmente in questa tradizione scegliendo una via più diretta. Non usa gli alieni solo per interrogare il singolo davanti al mistero, li usa per chiedersi se l’intera società possa reggere una verità capace di modificare contemporaneamente la fede, la conoscenza e l’ordine pubblico.

Il problema è che questa intuizione resta più potente come idea che come sviluppo drammatico. Il conflitto viene posto con chiarezza, soprattutto attraverso la paura che la rivelazione possa incrinare la fede religiosa e destabilizzare l’umanità, però viene risolto più rapidamente di quanto meriterebbe. La possibilità che l’esistenza aliena non neghi Dio, bensì allarghi il campo del mistero, è uno degli spunti più fertili di Disclosure Day. Semplicemente non diventa mai una vera ferita del racconto, né un conflitto capace di trasformare in profondità i personaggi. È una domanda enorme, forse la più interessante del film, ma rimane spesso sul piano dell’enunciazione. Viene formulata, discussa, persino ricomposta con eleganza, senza però lasciare addosso il senso di uno sconvolgimento spirituale davvero irreversibile.

Hugo Wakefield

La fragilità della scrittura diventa più evidente nella gestione dei manufatti alieni e dell’Agenzia. I primi sembrano poter fare molte cose diverse: localizzare, comunicare, controllare, nascondere, alimentare, intimidire. Il problema non è che appartengano a una tecnologia superiore e quindi misteriosa. È che il film non costruisce mai una grammatica abbastanza chiara del loro funzionamento. Non sono oggetti insondabili perché alieni, sono oggetti elastici perché la sceneggiatura li modella in base alle necessità della scena.

Lo stesso discorso vale per l’organizzazione che custodisce il segreto. L’Agenzia deve essere abbastanza potente da proteggere per decenni la più grande verità della storia umana. Peccato che diventi sorprendentemente ingenua quando la trama ha bisogno che i protagonisti fuggano, conservino ciò che non dovrebbero conservare o arrivino dove il racconto ha deciso che devono arrivare. Alcuni snodi chiedono allo spettatore una fiducia eccessiva, come la gestione degli archivi e il modo in cui certi oggetti continuano a circolare nonostante l’enorme posta in gioco. Non è una questione di realismo assoluto, perché la fantascienza non ne ha bisogno per funzionare. È una questione di coerenza interna, e qui Disclosure Day vacilla più volte.

Il terzo atto porta questo limite al punto massimo. Tutto il film converge verso il giorno della rivelazione, ma quando finalmente la verità deve diventare esperienza collettiva, la messa in scena assume una semplicità quasi televisiva. Il mondo sembra fermarsi davanti a un unico flusso di immagini, come se bastasse mandare in onda la prova definitiva affinché essa venisse immediatamente condivisa e accettata. È un’idea che avrebbe potuto funzionare in un immaginario novecentesco, che oggi appare molto più problematica. In un presente dominato da feed frammentati, deepfake, piattaforme concorrenti, sfiducia nelle immagini, polarizzazione e manipolazione continua del reale, la verità non diventa automaticamente tale solo perché viene trasmessa.

Per questo il payoff non è all’altezza della promessa. Disclosure Day prepara un evento che dovrebbe cambiare per sempre la storia dell’umanità, ma il climax resta più solenne che sconvolgente, più dichiarato che vissuto. Il film vuole raccontare il momento in cui il mondo scopre di non essere solo, faticando a far percepire davvero il peso di quella scoperta e le sue conseguenze. Ovvero, la sua impossibilità di essere contenuta dentro un singolo gesto di rivelazione.

In conclusione

Disclosure Day non è un film privo di ambizione, né un’opera senza momenti di cinema. Spielberg sa ancora costruire immagini, tensione e senso dello spettacolo. Kamiński e Williams contribuiscono a dare al film una forma ampia, solenne, a tratti quasi sacrale. Emily Blunt prova a sostenere un personaggio caricato di molte responsabilità simboliche. Il problema è che tutto questo si appoggia a una sceneggiatura che procede troppo spesso per scorciatoie, funzioni e simboli non abbastanza sviluppati.

Il risultato è un film che vuole parlare di verità, empatia, fede e meraviglia, ma che spesso si limita a dichiarare questi temi invece di farli vivere davvero nei personaggi e nelle conseguenze del racconto. La disclosure dovrebbe essere una frattura epocale, il momento in cui l’umanità non può più guardarsi allo stesso modo. Paradossalmente, il film che la racconta cambia poco il nostro modo di guardare questo immaginario. Disclosure Day vorrebbe essere il racconto di una rivelazione definitiva, finendo al contrario per rivelare il limite di un cinema che cerca ancora la meraviglia usando strumenti narrativi ormai troppo prevedibili.

VERDETTO FINALE

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Un film così pieno di ambizioni, ma così poco sorprendente.

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