Quando ho saputo che Final Fantasy 7 Remake stava per arrivare su Nintendo Switch, ho esclamato che “cavoli, sarà davvero una bella prova per la piccoletta!”, e così è stato: sull’ibrida Nintendo Cloud e compagnia hanno dato una bella scossa all’hardware spremendolo fino all’ultima goccia… con risultati eccezionali. Il porting è stato valutato attentamente, eviscerato e sezionato al minimo comun denominatore, ma nessuno dei difetti evidenziato è bastato per frenare l’entusiasmo di poter giocare a un’avventura che pur “compressa” non aveva perso un briciolo della sua intensità originale.
Tuttavia, nel momento in cui Square ha annunciato che sarebbe arrivato anche Final Fantasy 7 Rebirth, e che l’obiettivo finale è portare tutta la trilogia completa, mi è venuto spontaneo pensare “CAVOLI, come diamine sarà possibile?”. C’è un Open World enorme da renderizzare, scontri ancor più frenetici e affollati, una quantità di contenuti tra secondari, principali e narrativi gargantuesca. Eppure, eccoci qui a parlare di come non solo sia stato fatto, ma sia stato fatto, ancora una volta, con ottimi risultati.
Il gioco in sé è ancora e sempre eccezionale…
Se la transizione tecnica su Nintendo Switch 2 rappresenta un piccolo miracolo ingegneristico, è anche perché si poggia sulle fondamenta di un’opera che, a prescindere dalla piattaforma, si conferma una delle vette più alte del gioco di ruolo moderno. Final Fantasy VII Rebirth non è stato un semplice seguito: è stato il seguito del remake di un pezzo di storia, e nonostante tutto non ha avuto timore di rielaborarne la narrativa conducendo quel frammento di storia verso luoghi inesplorati. Il tutto, costruendo una mastodontica, ludicamente e quantitativamente, espansione della visione di Remake. Spezzate le catene della linearità di Midgar, il titolo scaraventa Cloud e il suo gruppo in un mondo esterno sconfinato, vivo e pulsante.
Il bilanciamento tra la narrativa potente, capace di rielaborare il mito del 1997 con una regia cinematografica mozzafiato, e la struttura open-world densissima, che non scade quasi mai nel riempitivo fine a se stesso, è praticamente perfetta. Ogni singola regione delle molte graficamente immaginate a partire dai semplici artwork di PS1, offre un’identità visiva e ludica fortissima, arricchita da una quantità enorme di minigiochi e attività secondarie che approfondiscono il legame tra i protagonisti.
Il sistema di combattimento ibrido già consolidato nel primo episodio era stato ulteriormente affinato con le nuove azioni sinergiche di coppia, che elevano la spettacolarità e la strategia di ogni scontro. Al netto dei compromessi grafici necessari per farlo girare in mobilità, dei cui pro e contro stiamo per parlare, la sostanza non cambia di un millimetro: Rebirth in sé rimane un’avventura straordinaria, un viaggio emozionante e indimenticabile, che non ha perso un singolo briciolo della sua strabiliante intensità originale.
Il DLSS ha fatto un altro miracolo
La prima sfida necessaria per far funzionare il gioco su Switch era stata già vinta da Square Enix sfruttando il DLSS: l’eccezionale tool proprietario NVidia che grazie alla IA riempie i vuoti lasciati dall’hardware virtualmente non sufficiente, e comprime il titolo nativo per l’attuale generazione in un formato “da passeggio”. Affidarsi pesantemente alle tecnologie di upscaling, però, quando non ci sono “spazi ristretti” e più chiusi come quelli di Final Fantasy 7 Remake, ha pro e contro. Andiamo con ordine.
Proprio come Final Fantasy 7 Remake anche Rebirth, quando la console è inserita nella base in modalità fissa, gira a una risoluzione nativa di 720p, che viene poi portata a 1080p sfruttando una versione alleggerita del DLSS di NVIDIA. In modalità portatile, invece, la risoluzione cala ulteriormente per preservare la batteria e la fluidità, restituendo un’immagine complessivamente più morbida e, a tratti, leggermente sfocata rispetto alla visione casalinga. I dettagli che si perdono in 7 Rebirth sono, in superficie, praticamente gli stessi di prima: parliamo di elementi più complessi come i dettagliati capelli di Cloud e della truppa, che durante i movimenti tendono a risultare instabili e caratterizzati da una fastidiosa grana visiva, rispetto al rendering nativo a cui eravamo abituati.
In aggiunta, bisogna ammettere che l’algoritmo mostra il fianco anche su nuovi dettagli aggiuntivi non presenti nel titolo precedente. Per esempio, i riflessi e i complessi effetti particellari durante le magie più spettacolari sacrificano la nitidezza originale per garantire la fluidità dell’azione, e soprattutto: il passaggio a un mondo aperto ha inevitabilmente amplificato questi compromessi rispetto alle ambientazioni di Midgar: il pop-in di arbusti e dettagli del terreno è ora decisamente più avvertibile durante le corse a dorso di Chocobo, e lo stacco tra i modelli poligonali dei personaggi principali, rimasti fortunatamente di altissimo livello per non spezzare l’impatto della narrazione, e la minore definizione degli sfondi circostanti risulta a tratti ancora più marcato, ricordandoci costantemente la natura straordinariamente densa e complessa del materiale di partenza.
Parlando di fluidità, il target di riferimento per Rebirth su Switch 2 è fissato a 30 FPS, ricalcando la modalità “Qualità” delle console ammiraglie. Nelle zone lineari e durante i segmenti narrativi (come l’incipit a Kalm), il framerate si dimostra solido e l’esperienza scorre via fluida proprio come la precedente. Mentre quando ci si sposta negli spazi aperti, come le praterie della Grasslands, qualche nodo viene al pettine e durante i combattimenti più concitati con molti effetti particellari a schermo, i test effettuati evidenziano piccoli cali che a volte portano il contatore nella fascia dei 20 FPS. Inoltre, per non sovraccaricare la memoria, la densità della vegetazione e i dettagli di contorno sono stati ridotti. Di conseguenza, è ben visibile il fenomeno del pop-in, con texture, elementi dello scenario e dettagli in media distanza che compaiono all’improvviso durante la corsa.
Un altro aspetto fondamentale che salta immediatamente all’occhio riguarda la gestione dello spazio d’archiviazione, ambito in cui Final Fantasy VII Rebirth polverizza tutti i record precedenti e diventa a tutti gli effetti il gioco più pesante mai apparso su Nintendo Switch 2. Se l’edizione originale per PlayStation 5 richiedeva circa 145-150 GB di spazio, la versione per la console ibrida è stata ottimizzata fino a raggiungere i 102.5 GB. Si tratta di un importantissimo lavoro di compressione, ottenuto principalmente riducendo la risoluzione delle texture di background, ma che rappresenta comunque una cifra mastodontica capace di occupare oltre il 40% della memoria interna complessiva della console.
In conclusione: i compromessi valgono il gioco!
Il director Naoki Hamaguchi è stato molto onesto: l’obiettivo di questo porting è sempre stato, per usare le sue parole, “espandere la porta d’accesso” alla trilogia in vista del capitolo finale. Con la consapevolezza che ci sarebbero stati degli spigoli vivi impossibili da limare, e delle imperfezioni che per forza di cose sono diventate un po’ meno invisibili di prima, sul primo capitolo di Remake, la cui scala era però sensibilmente inferiore a quella di Rebirth sotto ogni punto di vista.
Perciò, se vi aspettate che la conta dei pixel sia astronomica e i 60 fotogrammi al secondo vi sembrano quasi pochi tutto sommato, Switch 2 non è ovviamente la piattaforma ideale. Tuttavia, il sistema di combattimento ibrido rimane reattivo, i modelli dei personaggi principali mantengono un’ottima espressività, il colpo d’occhio è assicurato e la comodità di poter gestire l’immenso quantitativo di attività secondarie in modalità portatile è un valore aggiunto a cui molti videogiocatori non vorranno rinunciare.
Arrivo quasi a dire, senza timore di sbagliare, che ci sono dei giocatori che preferiranno Final Fantasy 7 Rebirth su Nintendo Switch 2, nonostante tutti i compromessi, proprio per quest’ultima ragione: perché permette di approcciare la grandezza del titolo a bocconi più piccoli, mettendo in pausa la console e tirandola fuori alla bisogna per un po’, con una comodità senza pari e dei caricamenti tutto sommato niente male, ricordando i dati di cui sopra. “CAVOLI, come diamine sarà possibile?” mi ero chiesto quando ho scoperto del titolo. Oggi, dopo averlo divorato e aver gongolato per l’incredibile avanzamento tecnologico che abbiamo tra le mani, posso dire che la risposta è finalmente arrivata. E mi ha convinto!
IL VERDETTO
Giocare in portatile così bene vale qualunque compromesso!







