A dieci anni dall’uscita di The Last Guardian, Fumito Ueda torna sotto i riflettori del Summer Game Fest di Los Angeles con Gen Atlas, un’avventura fantascientifica che segna una svolta rispetto alle atmosfere oniriche e malinconiche che hanno definito la sua carriera. Ma c’è qualcosa di diverso, questa volta. Qualcosa che va oltre il semplice cambio di registro narrativo o l’abbandono delle creature colossali in favore di robot giganteschi. A 56 anni, l’autore di Ico e Shadow of the Colossus sa che il tempo è una risorsa finita, e che Gen Atlas potrebbe rappresentare uno dei suoi ultimi atti creativi.
Non è melodramma, è lucida consapevolezza. “Sì, ne sono consapevole, ma questo vale per ogni singolo gioco e progetto a cui lavoro“, ha dichiarato Ueda durante l’evento californiano. “Ogni volta che creo qualcosa, non sai mai quando o se ci sarà una prossima volta. Quindi do tutto me stesso in ogni singolo progetto che ho realizzato finora, ed è esattamente lo stesso che sto facendo con Gen Atlas”. Una filosofia che trasforma ogni opera in un possibile commiato.
Ma non chiamatelo perfezionista. Ueda respinge questa etichetta con una sincerità disarmante. “Non inizio mai un progetto pensando di impiegare molto tempo per chiuderlo“, spiega. “Personalmente, desidero realizzare i giochi il più velocemente possibile e fedeli alla mia visione. I risultati parlano da soli, tuttavia, e credo che il motivo risieda nel tentativo di avvicinarmi il più possibile alla mia visione, nonostante gli ostacoli“. Quegli ostacoli sono tangibili: dopo la separazione da Sony e la chiusura del leggendario Japan Studio, Ueda ha fondato GenDesign, ma i primi anni sono stati divorati dalle necessità burocratiche e organizzative di un nuovo studio indipendente. Lo sviluppo vero e proprio di Gen Atlas è iniziato solo intorno al 2020, quindi parliamo di quattro anni effettivi di lavoro, non dieci.
Gen Atlas rappresenta un territorio inesplorato per l’autore giapponese. Il giocatore si risveglia su un pianeta vasto e abbandonato, disseminato di resti di robot colossali. Seguendo la scia di rovine metalliche, imparerà a sfruttare la potenza di queste macchine per forgiare nuovi percorsi e trasformare il mondo circostante. “Voler costruire qualcosa attorno a dei robot giganti è stata la prima idea”, racconta Ueda. “Successivamente ho cercato di capire cosa si adattasse alla storia. Non volevo necessariamente creare un’ambientazione fantascientifica, ma è stato il tono naturale per far funzionare questa esperienza”.
Il footage mostrato a porte chiuse ha rivelato un protagonista che si arrampica e salta su terreni rocciosi e rottami meccanici, per poi pilotare robot giganti, sparare e distruggere scenografie, o librarsi nel cielo ad altezze vertiginose. Ed è proprio quel “sparando” a sorprendere. Le sparatorie sono un elemento completamente nuovo nel canone di Ueda, eppure in Gen Atlas sembrano integrarsi organicamente. “Certo, gioco anch’io agli sparatutto come giocatore, quindi li conosco bene“, ammette. “Se avessimo immaginato di inserirli in uno dei miei giochi precedenti, semplicemente non avrebbe funzionato, in termini di ambientazione, stile e narrativa. Ma in Gen Atlas ha senso. È un elemento naturale che posso aggiungere senza forzature e senza esitazioni“.
GenDesign non sta rivelando tutti i dettagli sul gameplay, lasciando deliberatamente molto segreto. Tuttavia Ueda promette una sensazione di freschezza mescolata a curiosità su come si navigherà attraverso questo mondo. “C’è probabilmente un livello di familiarità con ciò che fai in senso ludico. Ma usare qualcosa di familiare, aggiungendo una svolta unica o raffinando ciò che è già noto, permette comunque di farlo risaltare come fresco”. La scala, il mistero, il silenzio contemplativo: sono tutti elementi evocativi della trilogia PlayStation, anche se non esistono collegamenti narrativi diretti.
“Ogni volta che ho iniziato un nuovo progetto, il tentativo è stato quello di creare qualcosa di diverso”, precisa l’autore. “Ma credo sia evidente che c’è uno stile o una nicchia che si vede nei tre titoli precedenti, e forse si vede anche nel nostro ultimo titolo. Il mio approccio iniziale è voler fare qualcosa di diverso, ma mentre lo sviluppo, ci sono piccoli elementi che sembrano collegarsi a qualcosa che ho fatto prima, e allora guardo indietro e cerco di far accadere quei collegamenti, ma non dall’inizio”. L’interesse per le creature o macchine gigantesche resta una costante della sua produzione. Se i giocatori sentono che Gen Atlas potrebbe essere il nucleo di una quadrilogia, Ueda accoglie con favore questa impressione.
Un aspetto significativo è la partnership con Epic Games, che porta per la prima volta un titolo di Ueda su piattaforme multiple. L’editore ha dimostrato grande supporto, non solo finanziario ma anche simbolico, con una testa di robot grande come un autobus posizionata all’ingresso del Play Days del Summer Game Fest. “Sono stati molto, molto solidali con il progetto e con noi come studio”, conferma Ueda. “E in termini di libertà creativa che mi è stata data, non ho lamentele, perché non è che come editore intervengano con feedback che cambiano il corso della nostra direzione o visione. Ma per me personalmente, è sempre stato così anche quando ero in Sony. Penso di essere sempre stato in una posizione molto fortunata, con un team di supporto che ha davvero spinto avanti la mia visione”.
L’esperienza di sviluppare Gen Atlas non è stata significativamente diversa da come lavorava con Japan Studio in passato, perché il suo team Sony godeva già di forte autonomia all’interno di PlayStation. Ciò che è cambiato è la consapevolezza del fandom. I fan della trilogia artistica di Ueda esaminano ogni dettaglio, elaborano teorie su possibili connessioni narrative. Ueda ammette di tenerne conto durante la progettazione. “Sapere che i fan fedeli cercano i dettagli è qualcosa di cui sono molto consapevole”, dice. “Se rendessi questo un elemento centrale o essenziale mentre progetto il gioco, rischierebbe probabilmente di rompere l’equilibrio tra meccaniche di gioco, storia e ambientazione, quindi potrei non approfondire quanto i fan vorrebbero”.
Sebbene Epic Games abbia anticipato che l’uscita del gioco è “più vicina di quanto si possa pensare”, per Ueda il vero traguardo non risiede unicamente nei riscontri commerciali o critici. “Grandi vendite e ottime recensioni contribuirebbero al successo di questo progetto, ma per me, se sono felice e soddisfatto di ciò che creo, quello è il successo più grande“. Una dichiarazione che suona come una liberazione, il privilegio di un artista che ha già lasciato un’impronta indelebile nel medium videoludico e può ora permettersi di creare per soddisfazione personale.
Gen Atlas potrebbe essere l’ultimo capitolo della carriera di Fumito Ueda, o forse solo l’inizio di una nuova fase. Quello che è certo è che l’autore giapponese sta riversando in questo progetto la stessa intensità emotiva e creativa che ha caratterizzato ogni suo lavoro precedente, consapevole che ogni gioco potrebbe essere l’ultimo. E forse è proprio questa fragilità, questa coscienza del tempo che scorre, a rendere le sue opere così preziose.

