Un altro gigante del retail videoludico morde la polvere. Game Retail Limited, la storica catena britannica che per decenni ha rappresentato un punto di riferimento per i videogiocatori del Regno Unito, è ufficialmente collassata in amministrazione controllata con debiti che superano i 18 milioni di euro. E la notizia più drammatica è che questo rosso si è accumulato nonostante la chiusura di tutti i negozi fisici dell’insegna.
Per chi ha frequentato le high street britanniche negli anni d’oro del gaming, Game era molto più di un semplice negozio. Con oltre 600 punti vendita sparsi in tutto il Regno Unito al suo apice, rappresentava il luogo dove scoprire le novità, sfogliare le custodie dei giochi, confrontarsi con altri appassionati e vivere quella dimensione fisica dello shopping videoludico che oggi appare sempre più nostalgica. Ma quella realtà appartiene ormai al passato.
La storia di Game Retail Limited inizia formalmente nel 2012, quando l’azienda rilevò gli asset del precedente The Game Group Plc, già finito in amministrazione controllata nel 2011. Quel primo fallimento aveva già comportato la chiusura di circa 300 negozi, un primo campanello d’allarme che il mercato stava cambiando rapidamente. Il brand Game, originariamente fondato nel 1990 e sviluppatosi come leader indiscusso della vendita al dettaglio di videogiochi e console nel Regno Unito, aveva attraversato un periodo di espansione straordinaria gestendo anche due piattaforme e-commerce sotto i marchi Game e Gamestation.

Dopo l’acquisizione del 2012, la compagnia aveva tentato un rilancio consolidando le operazioni sotto l’unico marchio Game, chiudendo i punti vendita in perdita ma investendo nell’apertura di nuovi store in posizioni strategiche. Un piano che sembrava sensato sulla carta, ma che non aveva fatto i conti con una rivoluzione destinata a travolgere l’intero settore.
Nel 2019 arrivò l’imprenditore Mike Ashley, figura controversa del retail britannico, che rilevò l’azienda nel tentativo di ridarle vita. Per un breve periodo sembrò che il piano potesse funzionare: Game tornò in positivo e i bilanci mostrarono segnali incoraggianti. Ma si trattò di una fiammata effimera, l’ultimo guizzo di un modello di business ormai condannato.
Il vero problema di Game, come di tutte le catene del retail videoludico tradizionale, ha un nome preciso: digitalizzazione. Il passaggio progressivo e inesorabile all’acquisto digitale dei giochi ha eroso anno dopo anno i margini del mercato fisico, rendendo sempre più insostenibile la gestione di centinaia di punti vendita con affitti, personale e costi operativi elevati. Quando i consumatori possono scaricare un gioco direttamente sulla console standosene comodamente sul divano, perché dovrebbero spostarsi fino al negozio più vicino?
La situazione è ulteriormente peggiorata con le dichiarazioni strategiche delle grandi piattaforme. Sony ha annunciato che i giochi PlayStation non usciranno più su disco dal 2028, sancendo di fatto la fine del supporto fisico per una delle console più vendute al mondo. Una scelta che non lascia spazio a interpretazioni: il futuro è digitale, che piaccia o no.
Paradossalmente, mentre Game affondava sotto il peso dei debiti, il CEO di GameStop, altra catena storica del settore, dichiarava che la morte delle copie fisiche sarebbe “completamente irrilevante” per il business dell’azienda. Un’affermazione che suona come un esercizio di ottimismo o, forse, come il tentativo di rassicurare investitori sempre più nervosi di fronte a dati di mercato impietosi.

Perché la realtà è che il mercato fisico non è semplicemente in difficoltà: sta diventando marginale. I dati di vendita mostrano trimestre dopo trimestre una flessione costante delle copie retail a favore del digitale. Le nuove generazioni di giocatori, cresciute con smartphone e download istantanei, considerano naturale acquisire contenuti in forma immateriale. La collezione di custodie sullo scaffale, quel piccolo orgoglio da appassionato, sta diventando un’abitudine da nostalgici.
Il collasso di Game solleva domande più ampie sulla trasformazione del retail tradizionale nell’era digitale. Come possono sopravvivere negozi fisici in un mercato dove il prodotto principale può essere consegnato istantaneamente via internet? Alcune catene stanno tentando la strada della diversificazione, trasformandosi in hub per merchandising, eventi, tornei e-sport e riparazioni hardware. Ma è una scommessa rischiosa che richiede investimenti pesanti e un cambio radicale di identità aziendale.
La decisione di Mike Ashley di consolidare molti punti vendita Game all’interno dei suoi negozi Sports Direct, riducendoli a piccole sezioni con stock limitato sul retro, non ha aiutato. I clienti hanno percepito questa scelta come una marginalizzazione del brand, una conferma che Game non fosse più considerata un’attività centrale, ma un accessorio di second’ordine.
Ora, con tutti i negozi chiusi e debiti per 18 milioni di euro ancora da saldare, Game Retail Limited rappresenta l’ennesimo caso di studio di come anche i giganti del retail possano crollare quando le fondamenta del mercato si spostano sotto i loro piedi. Per i creditori sarà una battaglia recuperare anche solo una frazione di quanto dovuto. Per i dipendenti che hanno perso il lavoro, l’ennesima conseguenza della rivoluzione digitale.
Ma forse la domanda più interessante non è come Game sia fallita, ma se il modello di business del retail fisico videoludico possa ancora avere un futuro. Esistono nicchie di collezionisti disposti a pagare cifre elevate per edizioni fisiche limitate, steelbook e collector’s edition. Ci sono ancora giocatori che amano possedere fisicamente i loro titoli preferiti. Ma questi segmenti sono sufficienti a sostenere catene con centinaia di negozi e milioni di costi operativi? I numeri di Game suggeriscono di no.
La fine di Game nel Regno Unito non è soltanto la chiusura di una catena commerciale. È la scomparsa di un’epoca, di un modo di vivere la passione videoludica che aveva nei negozi fisici il suo punto di aggregazione sociale e culturale. Per chi ha vissuto quegli anni, resta la nostalgia delle file per i midnight launch, delle chiacchierate con i commessi appassionati e della scoperta casuale di una gemma nascosta sugli scaffali. Tutto questo ora vive soltanto nei ricordi e, forse, nei racconti che faremo alle generazioni future, quelle che considereranno bizzarro che i videogiochi arrivassero su dischetti di plastica venduti in negozi specializzati.
Il mercato ha scelto la sua direzione. Game ha tentato di resistere, di adattarsi e di reinventarsi. Ma alla fine, come tanti altri prima, ha dovuto arrendersi alla forza inarrestabile del digitale. La domanda che rimane è una sola: chi sarà il prossimo?

