L’uscita di Hades II su PS5 e Xbox Series X (ed il suo arrivo nel Gamepass) è la scusa perfetta per parlare finalmente di questo gioco anche su CastleRock, non perché avesse bisogno di ulteriori conferme, né perché sia arrivato solo adesso al momento della sua piena maturazione, ma perché una pubblicazione sulle console casalinghe di Sony e Microsoft rappresenta il momento ideale per tornare su un gioco che merita attenzione anche al di fuori dell’entusiasmo del debutto. Hades II, in questo senso, è esattamente il tipo di seguito che vale la pena osservare con attenzione, non solo perché raccoglie l’eredità di uno dei roguelike più amati degli ultimi anni, ma perché affronta questo peso senza rinunciare ad affermare un’identità propria.

Supergiant Games, del resto, si trovava davanti a una sfida tutt’altro che banale: il primo Hades non è stato solo un grande successo, ma uno di quei giochi che sembrano mettere d’accordo quasi tutti, capace di imporsi come punto di riferimento per un intero genere e di farlo con una naturalezza rara. Tornarci sopra con un seguito significava quindi confrontarsi con aspettative altissime, con un immaginario già fortissimo e con il rischio costante di sembrare o troppo conservativi o troppo desiderosi di rompere con il passato. Hades II riesce invece in un’operazione più sottile e più difficile: resta immediatamente riconoscibile, ma cambia abbastanza da non sembrare mai un semplice more of the same.

Apollo

La storia di Hades II ruota attorno a Melinoë e al suo scontro con Chronos, un conflitto che sposta subito il racconto su un piano più ampio rispetto al passato, riprendendo però i legami fra la protagonista ed i personaggi centrali della trama del primo capitolo. Non più una fuga personale, ma una guerra che investe direttamente gli equilibri del mondo infero e divino, dando alla vicenda un tono più rituale, più grave e più apertamente epico.

Questo spostamento cambia molto dell’atmosfera generale: se il primo Hades era un gioco capace di mescolare leggerezza, ironia e tensione in un equilibrio quasi perfetto, Hades II risulta essere un gioco più austero, persino più severo. Questa differenza non dipende soltanto dalla posta in gioco, ma passa anche dal modo in cui il racconto costruisce Melinoë e il mondo che le ruota attorno: sulla sua caratterizzazione pesa molto il legame con Ecate, sua tutrice e guida, figura centrale nella sua formazione tanto sul piano pratico quanto su quello simbolico. Attraverso di lei emergono subito il senso di disciplina, preparazione e responsabilità che definiscono la protagonista, mentre gli incontri con i personaggi nuovi e i ritorni di figure già note contribuiscono a dare al viaggio una consistenza particolare, fatta di rapporti che si accumulano e si ridefiniscono run dopo run. Più che nella complessità dell’intreccio, Hades II trova, come accadeva nel primo episodio, la sua forza nel modo in cui lascia che siano i dialoghi, le relazioni e le presenze che affiancano Melinoë a dare spessore al suo percorso.

Hestia

Questa diversità emerge con grande chiarezza nel sistema di combattimento. Dove il primo Hades puntava moltissimo sulla velocità, sul dash continuo e su una forma di aggressività quasi sempre in primo piano, Hades II sembra essere più ragionato. Non meno fluido, né meno reattivo, ma più interessato al controllo del campo, alla gestione degli spazi, alla costruzione di un ritmo personale: Melinoë è una strega allevata e addestrata dalla dea della magia, non combatte come Zagreus, e il gioco fa benissimo a non fingere il contrario.

La stregoneria, gli incanti, il peso delle Armi della Notte, il maggior tempo fra un cash e l’altro e il modo in cui le abilità si combinano tra loro danno vita ad un combat più pensato, più composto, in alcuni casi quasi più tattico. Non si perde mai il gusto immediato dello scontro perché la leggibilità dell’azione resta altissima e la risposta ai comandi continua a essere eccellente, ma c’è una sensazione diversa nel modo in cui ci si muove, si attacca, si costruisce una run, ritrovandosi forse anche più spesso del primo capitolo a ragionare sulla build, sulle sinergie, sul tipo di approccio più adatto alla configurazione che si ha costruito in quel momento.

È forse anche per questo che Hades II appare leggermente meno immediato del primo, non in senso negativo, e nemmeno in termini di accessibilità pura, ma nel tipo di familiarità che instaura con il giocatore nelle prime ore. Il primo Hades era quasi istantaneo nel suo fascino ludico e bastavano pochi minuti per sentirne il flusso, mentre qui il feeling arriva comunque presto, ma ha bisogno di un minimo di adattamento in più. Si tratta di un seguito meno impulsivo e più esigente nella definizione del proprio ritmo, che a prima vista potrebbe spaventare un certo tipo di giocatori che ricerca l’immediatezza nell’azione di gioco, ma che perfettamente si sposa con la quantità di elementi di personalizzazione e risorse che questo episodio ti mette a disposizione.

Efesto

La maggiore ambizione del gioco si vede forse soprattutto nella sua struttura: Hades II prende l’impianto roguelike del primo capitolo e lo espande in quasi ogni direzione. L’Altare degli Arcani, i famigli, gli strumenti per la raccolta dei reagenti, i potenziamenti permanenti, le varianti delle armi, la quantità di combinazioni possibili: tutto contribuisce a costruire un sistema molto più fitto, più generoso e anche più complesso.

È una ricchezza che si avverte in modo quasi costante, ogni run non è soltanto un nuovo tentativo, ma una possibilità concreta di vedere emergere qualcosa di diverso, di trovare una combinazione inattesa, di accedere a una nuova sfumatura del sistema, o di raccogliere le risorse per sbloccare nuove funzionalità. In questo senso il gioco alimenta benissimo quella spinta tipica del roguelike che porta a dire “ancora una partita”, ma lo fa con una varietà strutturale che va oltre la semplice dipendenza dal loop. C’è una curiosità continua, una sensazione di espansione costante, che rende la progressione più interessante anche quando non si sta necessariamente avanzando in modo decisivo.

Naturalmente, un’impostazione del genere comporta anche un piccolo prezzo da pagare: Hades II non ha sempre la stessa elegante essenzialità del predecessore. Il primo episodio riusciva nell’impresa quasi impossibile di sembrare perfettamente misurato in ogni sua parte, qui invece si percepisce una volontà di allargare il raggio d’azione, di aggiungere sistemi, possibilità, deviazioni. A volte questo può trasmettere una lieve sensazione di dispersione, soprattutto nelle fasi iniziali, ma è una dispersione che, nella maggior parte dei casi, appare virtuosa perché nasce da una precisa volontà di dare al seguito una maggiore profondità, non da una semplice sovrabbondanza fine a se stessa.

Era

Anche sul piano della scrittura Hades II sceglie una strada propria. Il primo gioco aveva una brillantezza immediata, quasi sfacciata, nel modo in cui costruiva i dialoghi, le dinamiche tra i personaggi e il continuo rimbalzo di ironia, attrito e affetto che animava la Casa di Ade. Qui quella qualità resta, ma assume sfumature diverse: il tono è più misurato, più raccolto, e lascia che siano i rapporti a sedimentare con maggiore gradualità.

Melinoë, in questo, è una protagonista perfettamente funzionale alla nuova direzione del racconto. Non cerca mai di replicare il carisma di Zagreus, e probabilmente sarebbe stato un errore provarci: la sua figura è più disciplinata e meno istrionica, un personaggio che comunica molto attraverso il modo in cui si relaziona al mondo, al peso dei suoi compiti e lo fa con ostinazione. Una protagonista più distaccata da ciò che non riguarda la sua missione e quindi meno immediata da amare, forse, ma più coerente con la natura del gioco che la circonda.

Resta poi impressionante il modo in cui Supergiant continua a intrecciare racconto e progressione. Ogni morte, ogni ritorno, ogni nuova run non sono mai solo parte della struttura ludica, ma diventano occasioni per aggiungere dettagli, sviluppare rapporti, allargare il quadro mitologico e far sentire vivo il cast. È una di quelle qualità che rendono Hades II così coinvolgente anche al di là del puro piacere dell’azione: il fatto che il mondo reagisca, si trasformi, commenti, accumuli memoria. E che tutto questo non sembri mai un orpello, ma una componente essenziale dell’esperienza.

Hades

Sul fronte tecnico e artistico, Supergiant continua a muoversi in un territorio di altissimo livello. La direzione visiva è ancora una volta straordinaria: personaggi, ambienti, effetti, ritratti e animazioni compongono un immaginario fortissimo, immediatamente riconoscibile e sempre capace di trasmettere carattere. Hades II ha una presenza scenica notevole, e la cosa più bella è che non dipende da un realismo spettacolare o da un’esibizione di potenza, ma dalla coerenza e dalla personalità del suo stile.

Lo stesso vale per il comparto sonoro, che continua a essere una componente decisiva dell’identità del gioco. Musiche, effetti e ritmo generale dell’audio non si limitano ad accompagnare l’azione: la seguono, la sostengono e spesso la plasmano, adattandosi con grande naturalezza a ciò che accade sullo schermo. Il modo in cui i brani cambiano, si intensificano, aggiungono o sottraggono strumenti accompagna il progredire dello scontro e contribuisce a rendere ogni momento più vivido e riconoscibile. Ma è soprattutto quando entrano in scena i brani vocali che Hades II trova alcuni dei suoi momenti più memorabili. Pezzi come Moonlight Guide Us, Song of the Sirens o Coral Crown non servono solo a dare colore al mondo di gioco, ma gli conferiscono una presenza più netta, quasi teatrale, in perfetta continuità con la tradizione Supergiant. È uno di quei casi in cui la colonna sonora non arricchisce soltanto l’atmosfera, ma contribuisce in modo concreto a fissare personaggi, incontri e passaggi chiave nella memoria del giocatore.

Quanto alla versione PS5, quella da me provata in ottica di recensione, il suo spazio va giustamente tenuto più contenuto, perché il cuore dell’esperienza resta lo stesso e non ci troviamo davanti a un’edizione che ridefinisce il gioco. Rimane comunque un approdo molto convincente: pad alla mano, Hades II su PS5 appare fluidissimo, reattivo, perfettamente a suo agio nel contesto della console. La precisione del sistema di combattimento resta intatta, il gioco beneficia dei 120 fps offerti dalla console, il ritmo dell’azione è sempre leggibile e il supporto del DualSense aggiunge una presenza tattile gradevole, senza trasformarsi in una gimmick invadente.

In conclusione

Hades II è uno di quei seguiti che capiscono davvero cosa significhi andare oltre. Non si limita a riproporre un modello vincente con qualche aggiunta, ma sceglie di spostarne il baricentro, di renderlo più grande, più complesso, più ambizioso. È forse meno immediato del primo Hades, meno istintivo nel suo modo di farsi amare, ma in cambio offre una profondità superiore e una personalità che non vive mai all’ombra del predecessore.

Non so se abbia la stessa perfezione cristallina del primo capitolo, e forse non è nemmeno questo il punto. Quello che conta è che Hades II non cerca di essere una semplice replica più ricca: vuole essere un seguito vero, uno di quelli che affrontano il peso dell’eredità e provano a trasformarlo in qualcosa di diverso. La pubblicazione su PS5 e Xbox, dal canto suo, è un ottimo modo per avvicinarsi a tutto questo, non perché lo nobiliti o lo completi, ma perché segna la fine dell’esclusività temporanea su console Nintendo. E per un gioco di questo livello, in fondo, era giusto che trovasse spazio anche qui.

IL VERDETTO

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Più oscuro, più ricco, più ambizioso: Hades II raccoglie un’eredità pesante e la trasforma in identità propria.

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