In quest’ultimo periodo su queste pagine ho messo parecchio in evidenza il mio affetto per i videogiochi di simulazione militare. Dagger Directive, GROUND BRANCH e Drone Sector sono solo alcuni dei titoli che mi hanno tenuto impegnato per ore tra strategia dall’alto ed esperienze tattiche in prima persona. Non potevo quindi non coprire anche Hell Let Loose: Vietnam, il “sequel” di Hell Let Loose. Una trasposizione che porta la guerra dallo scenario europeo a quello nordvietnamita, confrontandosi così con il più datato Rising Storm 2: Vietnam, oggi giocato da una media poco superiore a 300 persone.
A cinque anni dal lancio del primo FPS con Team17, l’editore torna alla carica con lo studio britannico Expression Games. Questa volta non c’è l’accesso anticipato. Al suo posto, un rilascio diretto su PC, PS5 e Xbox Series X|S, con la conseguente apertura totale delle porte al cross-play. Ma com’è questo lancio? Scopritelo nella recensione di Hell Let Loose: Vietnam.
Hell Let Loose, ma con uno scenario diverso
Questa non è una semplice operazione di reskin del progetto originale. Hell Let Loose: Vietnam lancia il giocatore in un’ambientazione ben diversa, affrontando il conflitto in Vietnam tra mappe che variano tra porti, periferie cittadine e altopiani. È chiaro che non ci sia alcuno sforzo per la ricostruzione esatta; eppure, è innegabile la ricerca di autenticità attraverso un lavoro di documentazione. Le fonti storiche ufficiali, come scritti e scatti fotografici, sono servite per bilanciare realtà e giocabilità. Poi, dettagli come obiettivi e trofei riportano la mente alle operazioni militari avvenute nel sud-est asiatico.

La scelta di questa guerra specifica reputo sia legata alla volontà di distinguersi rispetto all’intero segmento degli FPS. La seconda guerra mondiale e gli scenari moderni sono triti e ritriti. Al contrario, il Vietnam non è stato trattato così frequentemente. Al di là di titoli vecchi oggi meno ricordati come NAM, Vietcong e Shellshock: Nam ’67, abbiamo offerte più celebri e mainstream come Battlefield: Vietnam del 2004, Call of Duty: Black Ops e il già menzionato Rising Storm 2. Insomma, era giusto offrire più varietà ai giocatori, specie nel sottobosco dei milsim.
La guerra asimmetrica che serviva
Rispetto al palcoscenico reinterpretato sul primo titolo servivano delle variazioni logiche, definite dalla storia stessa. Hell Let Loose: Vietnam lo metabolizza adeguatamente con un sistema ineguale tra le due fazioni protagoniste. Da un lato, la superpotenza statunitense munita di elicotteri, mezzi corazzati per la logistica e armi differenti. Un arsenale che evidenzia il divario economico, colmato dall’astuzia nordvietnamita. L’esercito locale ha una forza tattica data dalla conoscenza della giungla, ovvero delle trappole e dei tunnel che possono essere preparati al fine di usare il terreno avverso contro il nemico occidentale.
L’identità di Hell Let Loose: Vietnam viene definita inoltre dai ruoli disponibili. Come nel predecessore, in questo caso restano determinate categorie di unità e figure specializzate che agiscono sul campo e sopra di esso. Lo Squad Leader resta il perno della comunicazione, guidando il plotone interagendo privatamente con il Comandante e impartendo ordini ai sottoposti. Questi ultimi possono essere fucilieri, medici, mitraglieri, cecchini, ingegneri, o anche vestire gli inediti ruoli di Pilota e Ufficiale Logistico per la forza a stelle e strisce.
Per tutte queste unità il gameplay varia in base alla mansione specifica rimanendo sempre sul campo. Invece, per il Comandante si presenta il compito aggiuntivo di gestire risorse come munizioni e carburante. Un layer tattico ulteriore essenziale per il successo della partita, in quanto consente di richiedere l’uso di napalm, ricognizione aerea o lanci di rifornimento. Avendo inoltre la supervisione della mappa ed essendo al di sopra degli Squad Leader, può interfacciarsi con questi per direzionare gli sforzi offensivi e difensivi.

La qualità dipende dal giocatore
La serie di rapporti che devono instaurarsi a ogni partita tra i giocatori, dunque, è il fattore che modifica la qualità dei match. Un player potrebbe prediligere un ruolo specifico o non avere il carattere adatto ad assumere la leadership della squadra o della fazione intera. La conseguenza è che serve sempre tanta comunicazione, in maniera tale da incastrare i desideri e le abilità di chiunque. Fortunatamente, come in HLL e Squad, molto più che in altri FPS o titoli multiplayer qui tende a esserci una tolleranza zero per la tossicità nella community, decisamente più volenterosa di divertirsi attraverso la simulazione militare.
È un patto implicito, non proprio silenzioso ma automatico, che si crea tra chi opta per giocare a Hell Let Loose: Vietnam piuttosto che a Battlefield o Call of Duty, dove l’azione è diversa e la competizione facilmente a banter in chat e voicechat, dal PC alle console. Pur essendo leggermente più arcade rispetto a Squad e veloce rispetto HLL, questo titolo rispetta la logica tradizionale di un FPS militare. Non è per tutti, bensì è per chi riesce ad apprezzare la componente ruolistica in ogni suo aspetto.
I problemi del debutto
La succitata lentezza assume connotati differenti nel Vietnam piuttosto che in Normandia o in Germania. Il team di Expression Games con Unreal Engine 5 riesce nell’intento di realizzare un’ambientazione claustrofobica e fotorealistica, dove meteo e orario durante la battaglia mutano le condizioni dell’azione tra vantaggi e svantaggi tattici improvvisati. Il comparto sonoro pareggia lo sforzo estetico per un’immersività totale. Nella giungla si sentono spari distanti, rami che si spezzano e insetti, elicotteri che si avvicinano sopra la propria testa. Rispetto ai carri armati e all’artiglieria della seconda guerra mondiale uditi con terrore in Hell Let Loose, qui l’ansia deriva dal soffocamento generale e dal timore che il muoversi di una fronda celi un nemico a distanza ravvicinata.
Tutto questo pacchetto comporta tuttavia una serie di problemi, notati in particolar modo su configurazioni AMD (come la mia) e su console. Nella lista vengono inclusi bug audio con chat robotica e audio direzionale invertito, mentre sul fronte tecnico/grafico vanno segnalati effetti pop-in, cali di framerate e artefatti visivi. L’ottimizzazione va ricalibrata, in parole povere, affinché il gioco possa raggiungere lo stato ambizioso auspicato dai dev.
Altro dettaglio da sottolineare è che, trattandosi delle prime settimane post-lancio, è presente un mix di neofiti totali e veterani alle prese con il nuovo stile di gioco. Pertanto, coordinarsi e comunicare per tanti è una sorta di optional. Non è solo il videogame in sé a dover essere limato: è anche la community che deve ancora adattarsi. Ma forse è proprio questo il bello.

IL VERDETTO FINALE
Una 1.0 che non convince a pieno, ma divertente e con un futuro potenzialmente roseo.

