Diciamocelo: negli ultimi anni il folk horror ha smesso di essere quella nicchia per cinefili con la maglietta di The Wicker Man ed è diventato il centro esatto del discorso. È partito tutto in sordina con The Witch e Midsommar, ma sappiamo tutti cos’è successo dopo: Sinners di Ryan Coogler che sfonda i 360 milioni al botteghino mescolando vampiri, magia ancestrale e assimilazione culturale; 28 Years Later che trasforma una saga zombie ventennale in un rituale pagano sull’isolazionismo britannico; Bring Her Back dei fratelli Philippou che è un incubo folk travestito da dramma domestico. E poi Starve Acre, The Devil’s Bath, la scena internazionale che ormai produce folk horror thailandese e filippino.

Il motivo è chiaro: in un momento in cui litighiamo tutti su tradizione, radici e identità, il folk horror è il genere perfetto per raccontare cosa succede quando una comunità decide che certe cose “si fanno così e basta”. È horror che nasce dal terreno, non dal jumpscare. Ed è esattamente in questo solco che arriva Hokum, terzo lungometraggio di Damian McCarthy, in sala in Italia dal 5 agosto grazie a Lucky Red — e sì, è la prima volta in assoluto che un film del regista irlandese arriva nei nostri cinema, visto che Caveat e Oddity erano finiti dritti in piattaforma. Non giriamoci attorno: è un bel film. Ma è anche un film che vi lascerà con una fame che non viene mai saziata.

Un hotel, due urne e una porta che non si apre

hokum

Ohm Bauman (Adam Scott) è uno scrittore horror di successo, alcolizzato, arrogante e sostanzialmente insopportabile. Arriva al Bilberry Woods Hotel, sperduto nella campagna irlandese, per spargere le ceneri dei genitori nel bosco dove avevano passato la luna di miele. Nel frattempo dovrebbe chiudere la sua trilogia del Conquistador, cosa che non gli riesce: quel finale non arriva, e la cosa gli rode.

L’hotel è addobbato per Samhain, con zucche vere che ammiccano nella hall, e il personale è un campionario di facce meravigliose: Mal (Peter Coonan), il concierge genero del proprietario che tiene le chiavi come un cane da guardia; Fiona (Florence Ordesh), la barista, l’unica a incassare il sarcasmo di Ohm senza abbozzare; e soprattutto Cob (Brendan Conroy), il vecchio proprietario in sedia a rotelle. Perché la suite nuziale è sigillata da decenni, e la leggenda dice che dentro ci sia una strega — la Cailleach — che Cob avrebbe intrappolato lì.

Quel racconto, che arriva nella prima mezz’ora tra il bancone del bar e i corridoi, è il momento più bello del film. È folk horror puro: la storiella detta a mezza voce, il dettaglio che non torna, l’imbarazzo di chi la racconta. Il problema è che è anche, sostanzialmente, l’unico momento in cui Hokum scava davvero nel folklore.

Il folklore che resta sulla soglia

hokum

Perché sì, tecnicamente siamo dentro un folk horror. Ci sono i cerchi di gesso, c’è la Cailleach, c’è Samhain, c’è il bosco, c’è il latte di capra ai funghi allucinogeni come metodo per parlare con l’aldilà. Ma McCarthy usa tutto questo come arredamento, non come ossatura.

La strega non è mai una figura mitologica con delle regole, una storia, un torto subito: è una presenza, un rumore, una sagoma nel buio. Terrificante, per carità, ma resta un dispositivo di tensione, non un pezzo di cultura. Non capiamo mai perché fosse lì, cosa volesse, cosa significhi per quella comunità averla chiusa in una stanza.

Ed è un peccato mortale, perché nei primi quaranta minuti Hokum ti fa credere che stia costruendo un mondo, una comunità con segreti condivisi e colpe collettive. Poi tutto si stringe: il film diventa una survival story dentro una stanza chiusa, con Ohm che studia lo spazio in orizzontale e in verticale per trovare una via d’uscita. È girato benissimo, è teso, è claustrofobico. Ma è anche il momento in cui il folk horror scompare e resta un thriller da hotel.

Personaggi enormi, anche se…

hokum

Qui arriva la frustrazione più grossa: Hokum ha due dei personaggi di supporto più belli dell’horror recente e non sa cosa farne. Jerry (David Wilmot) è un vagabondo che vive in un furgone ai margini del bosco, si beve latte di capra ai funghi e seppellisce animali. Sulla carta è il classico matto del villaggio; nei fatti è l’unico personaggio del film con una bussola morale funzionante, l’unico che si fida del proprio istinto e che torna indietro quando qualcosa non quadra. Wilmot lo interpreta con una dolcezza sbilenca che ti conquista in tre battute. È il vero mattatore del film — e viene liquidato con una brutalità che, sul piano narrativo, sa più di sbrigativo che di tragico.

Alby (Will O’Connell), il fattorino, è forse persino meglio. È un aspirante scrittore che lavora come portabagagli, tenta goffamente di avvisare Ohm del pericolo, e viene trattato come uno straccio dal protagonista. C’è dentro un’intera storia parallela: l’artista fallito che serve l’artista arrivato, quello che crede alle storie contro quello che le vende. È materiale da coprotagonista. Il film gliene concede forse dieci minuti buoni, poi lo parcheggia.

Il paradosso è che McCarthy questi personaggi li scrive benissimo. Non è incapacità: è una scelta di messa a fuoco che sacrifica tutto sull’altare del percorso interiore di Ohm.

Adam Scott è la cosa migliore del film

Su questo nessun dubbio. Scott, che conosciamo tutti per Severance, qui fa il lavoro più interessante della sua carriera cinematografica. Ohm recita la parte del cinico per non guardare in faccia una colpa che si porta dietro dall’infanzia, e Scott lo interpreta con tutto il corpo prima ancora che con la faccia: le spalle curve, il modo in cui entra nelle stanze, quella cattiveria che scatta un secondo prima che qualcuno possa avvicinarsi troppo.

Attorno a lui, il pacchetto tecnico è di prima classe. La fotografia espressionista di Colm Hogan lavora sui chiaroscuri come si faceva una volta, i corridoi dell’hotel diventano un labirinto alla Shining, e il sound design — gemiti, scricchiolii, respiri da dietro le pareti — è probabilmente la componente più spaventosa del film. Con cinque milioni di budget, McCarthy tira fuori qualcosa che ne sembra costare quattro volte tanto.

Il finale: aperto benissimo, chiuso di corsa

E qui arriviamo al punto. Hokum costruisce per un’ora una promessa gigantesca: una comunità con uno scheletro nell’armadio, una mitologia che sembra avere profondità, personaggi che sembrano avere un futuro, un protagonista che deve fare i conti con sé stesso. Poi, nell’ultima mezz’ora, decide di risolvere tutto in fretta.

Il fuoco, la fuga, il regolamento di conti, la catarsi: arriva tutto compresso, tutto insieme, tutto un po’ troppo pulito. E resti lì, coi titoli di coda che scorrono, a pensare che il film che hai appena visto è bellissimo e che quello che ti aveva promesso era ancora più bello. C’è una crudele ironia nel fatto che Hokum sia il film di uno scrittore che non riesce a trovare il finale giusto per la sua storia. Non è un brutto film. È un ottimo film che non chiude il cerchio, e a volte è persino più frustrante.

Verdetto

0

Hokum è un film che vale assolutamente il biglietto: nessuno oggi costruisce paura con questa eleganza artigianale. Ma è anche un film che apre dieci porte e ne chiude tre, lasciandoti con l'impressione di aver visto solo la prima metà di qualcosa di enorme. Il che, per un horror che parla di stanze sigillate, è quasi troppo perfetto per essere un caso.

Condividi.

Quando l'Altissimo dava agli uomini il dono della scrittura, io probabilmente ero al bagno.