Valutare i nuovi capitoli di una saga horror storica è sempre come camminare su di un terreno scivoloso: la valutazione oscilla sospesa tra nostalgia, il desiderio (a volte mal riposto, altre meno) di non sentirsi alienati dalle aspettative e dal confortante “feeling” dei predecessori, e il rischio opposto di “annoiarsi” con “il solito”. Rimanendo all’interno del franchise, amato e viscerale (in tutti i sensi) di Evil Dead, i 7 capitoli sono però fatti di tutt’altra pasta, e la noia non è proprio di casa. Tutti, senza esclusione, sono riusciti a conservare un filo conduttore comune, fatto da un lato di lore narrativa, ma dall’altro “solo” di un amore smodato per il practical effect, per la violenza fine a sé stessa, per l’esagerazione che abbraccia il body horror, pur restando nei confini dello “spavento da possessione”. Per il resto, siamo passati dall’orrore -chiusi in casa- a quello comedy, a quello action, per poi tornare alle origini.

Insomma, c’è un po’ di tutto in Evil Dead (“La casa” qui da noi), ed è per questo che lo adoro. E dopo la visione di La casa – Il rogo del male (Evil Dead Burn), ammetto di essermi trovato in una situazione di profondo conflitto interiore. Più ci ripenso, più i miei sentimenti si fanno contrastanti, confusi. Da un lato, è innegabile che ci si trovi davanti a un’opera visivamente straordinaria, che quei canoni succitati, immancabili, li checka tutti con precisione; dall’altro, a un film che sembra aver smarrito parte dell’identità non scritta, fatta di scelte originali e di qualcosa “oltre” la violenza pura.

Il lato positivo: tecnica eccellente e brutalità senza filtri

Partiamo dalle note più liete: questo potrebbe essere… vabbè, diciamolo: è il capitolo più oscuro, brutale, violento e spietato dell’intero franchise. Il regista, Sébastien Vaniček, lancia numerosi sassi – e non solo sassi – senza tirare mai indietro la mano, anzi: mostrando con orgoglio scene grottesche, fiumi di sangue, momenti surreali di rara intensità senza risparmiare NESSUNO. Che si tratti di bambini, anziani o animali, nessuno è al sicuro in La casa Il rogo del male.

Dal punto di vista puramente cinematografico, includendo anche la tecnica, la messa in scena e la scenografia, l’effettistica sia pratica che, saltuariamente, la CGI (almeno fino alla fine… quando… mamma mia…) Burn è uno dei tasselli più solidi della saga. I movimenti di macchina sono eccezionali le inquadrature lasciano spesso a bocca aperta per la loro originalità e Vaniček sa quello che fa, inoltre, con alcune scelte e inquadrature particolari, che ricordano quelle dei passati, iconici Evil Dead, ma sono da questi differenziate a sufficienza, tanto da diventare citazioni intelligenti, più che “ritagli” copiati e incollati.

È apprezzabile in tal senso anche il tentativo di arricchire la mitologia del brand: il ritorno a sorpresa di alcuni personaggi (no spoiler) che tornano senza esserci davvero, solo come suggestioni volte a cucire insieme questo episodio con gli altri, e soprattutto la Daga Kandariana… sono chicche che un appassionato non può non notare e apprezzare. Quanto al sound design e alla gestione delle luci, aspetti più tecnici, sono altri due centri per il film: creano un clima claustrofobico e opprimente, di altissimo livello, che non ha bisogno di tantissime o diversissime location per funzionare.Evil Dead Burn Recensione

Cosa non funziona: ritmo estenuante e distacco emotivo

Ok, ma allora cos’è che non funziona? Perché fin qui il quadro sembra quello di un ottimo film, un immancabile tassello nella cronologia di Evil Dead. Beh, la risposta è che in parte si tratta di un feeling “a pelle”: una sensazione che riguarda elementi che è più difficile, forse impossibile notare se non li si sta cercando, o se, come accaduto a me, non si sta guardando il film con uno smodato amore e tanti, tanti rewatch dei predecessori. Certo, ci sono anche problemi più macroscopici, evidenti. Per esempio, la sottile fretta che spinge sull’acceleratore troppo, troppo rapidamente.

Burn non lascia spazio per respirare, tantomeno per conoscere anche solo superficialmente i personaggi, alcuni più di altri. Persino l’odiatissimo, ultimamente rivalutato, film del 2013, quel reboot non reboot, usava il dramma della tossicodipendenza di Mia come solida ancora emotiva, e ne definiva l’importanza fin dall’inizio NON per gonfiare il minutaggio con spiegoni inutili o introspezioni tali da togliere spazio alla violenza. Semplicemente, come un accenno della durata giusta, quasi perfetta per darci una frase, un aggettivo, una caratteristica per ogni personaggio utile per connettere i puntini alla fine.

Burn introduce i suoi personaggi troppo rapidamente, gettandoli nel caos prima ancora che lo spettatore possa stabilire un legame con loro. Un qualunque legame, anche fosse fatto di un ruolo, come nell’ottimo Evil Dead Rise, dove “la madre” si scontrava con “i figli”, tanto per cominciare e senza nemmeno addentrarci troppo. In Burn, invece, è tutto troppo vago, incostante. C’è la “famiglia”, generica, e non è un caso se i personaggi che funzionano meglio sono quelli che, alla fine, questa regoletta semplice semplice del ruolo, dell’aggettivo la rispettano. La nonna razzista (e rimbambita); il padre frustrato e maschilista. Funziona molto peggio persino la protagonista: ridotta a fidanzata del figlio, la cui unica peculiarità è venire dalla Francia? E l’altra? La ragazza del fratello ignavo, la “bevitrice di cera”? Muore (e risorge) ancora prima di avere un singolo aggettivo che la rappresenti.

Evil Dead Burn Recensione

“E’ quello che vogliamo”, ne siete sicuri?

“Basta la violenza, non vogliamo tutto questo” dicono alcuni. Ma vi assicuro che non è così, perché la violenza fine a sè stessa è un conto: è follia, è imprevedibilità, è sfruttamento dell’ambientazione per fare e far fare follie sanguinolente. Quella c’è, eccome, ma è criminalmente privata di uno scopo. “Ma non era fine a sè stessa?” nell’esecuzione sì, nel profondo… no. Altrimenti, diventa solo un esercizio di stile interessante sul piano tecnico, visivo, ma non emozionale.

Il ritmo, inoltre, è una costante e implacabile linea retta: il film è così incessante e claustrofobico da non concedere mai un attimo di respiro per metabolizzare gli eventi. Questa totale assenza di pause, unita alla mancanza di quel perfetto bilanciamento tra orrore, tensione e ironia nera tipico della saga, finisce per sfinire lo spettatore, lasciando letteralmente un senso di spossatezza quasi fisica, che non ci fa godere nemmeno della succitata, buona esecuzione.

Evil Dead Burn Recensione

A causa di questa troppa intensità e di una formula ormai ripetitiva la solita protagonista femminile tormentata da traumi pregressi, in diversi momenti subentra paradossalmente… la noia. La prevedibilità nell’imprevedibile, il “oh, ecco, ora sta per inventarsi qualcosa di pazzo, e ora ancora, e ora ancora, e ora ancora, aspetta… qual era la prima pazzia tre pazzie fa?”. I Deadite stessi non lasciano il segno: pur salvando la Nonna e Thya, mancano quei volti pallidi e quegli occhi vitrei del passato, e siamo lontani dalle vette interpretative e terrorizzanti toccate da Alyssa Sutherland nei panni di Ellie in Rise.

Le note dolenti aumentano nel climax. Sebbene l’idea di base della creatura finale fosse interessante, l’esecuzione in CGI la fa sembrare un mix confuso tra La Mummia e Terminator, rompendo l’illusione e l’immersione (un difetto che, ironicamente, aveva parzialmente colpito anche il finale di Rise). Mancano inoltre armi iconiche in grado di rivaleggiare con la motosega o il fucile a canne mozze, e persino il Necronomicon subisce un trattamento che lascierà gli appassionati insoddisfatti.

Se tutto è iper violento, niente è iper violento

Quindi, La casa Il rogo del male è un brutto film? Non proprio. Preso a sé stante, è un buon horror di genere, confezionato con cura per la tecnica, interpretazioni tutto sommato convincenti e con un comparto visivo, una fotografia e una scenografia semplice, ma invidiabile. Tuttavia, ancor prima di valutarlo come un capitolo di Evil Dead e arrivare alle note dolenti, il problema del ritmo troppo serrato e della mancanza di un “senso nell’insensatezza” ne mina l’intensità. Per questo, anzitutto è il mio Evil Dead meno preferito, che non lascia altro se non l’eco di un costante urlare, splattare, esplodere così frenetico da essere poco godibile, e persino più digeribile, nel complesso, nonostante le scene singolarmente disturbanti.

“Se tutti sono speciali, nessuno è speciale”. Beh, se tutto è esageratamente violento, nulla finisce per esserlo davvero, e le parti buone si perdono nel fluire del sangue “innocente”. Forse, un pochino lo ammetto, le mie aspettative erano troppo alte, perché l’ultimo capitolo lo avevo davvero apprezzato. Ma la sensazione finale usciti dal cinema è che la pellicola abbia barattato l’anima e il cuore della saga, in cambio di un’intensità fine a se stessa. Un esperimento di cui si rispetta il coraggio, ma che lascia addosso più stanchezza che vero terrore. E ora… lo sguardo è già rivolto al futuro, verso Evil Dead: Wrath (2028). Ti tengo d’occhio.

IL VERDETTO

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Violenza e gore così rapidi, che non si gode.

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