La Fine di Oak Street parte da un’idea talmente semplice da essere quasi impossibile da sbagliare: prendere una famiglia americana degli anni Ottanta, già alle prese con una crisi matrimoniale, e metterla improvvisamente di fronte a un’invasione di dinosauri. David Robert Mitchell, regista di It Follows e Under the Silver Lake, costruisce così un curioso incrocio tra horror, fantascienza, avventura e dramma familiare, immergendolo in un immaginario che guarda apertamente al cinema di Spielberg e alla stagione d’oro dell’Amblin. Una premessa intrigante, qualche buona intuizione visiva e un cast di livello, però, non bastano a trasformare il film nell’esperienza che avrebbe potuto essere.
Bentornati negli anni Ottanta

Siamo nel 1982 e Oak Street è una di quelle periferie americane che il cinema ha ormai trasformato in un luogo mentale: villette ordinate, prati curati, automobili davanti ai garage e famiglie apparentemente normali che cercano di nascondere problemi decisamente meno rassicuranti. Greg e Denise Platt, interpretati da Ewan McGregor e Anne Hathaway, vivono proprio dentro questa cartolina. Il loro matrimonio è logoro, Denise ha progressivamente messo da parte le proprie aspirazioni e Greg è ancora aggrappato a un’idea di famiglia e di ruolo paterno che sembra appartenere a un’altra epoca.
Poi arrivano strane luci nel cielo, la vegetazione comincia a cambiare, la temperatura sale e il quartiere viene progressivamente trasformato in un ambiente preistorico. I dinosauri diventano così l’elemento capace di mandare definitivamente in frantumi quella normalità che, a ben vedere, era già piuttosto malconcia.
L’idea funziona perché il fantastico non è soltanto un pretesto per mettere qualche creatura davanti alla macchina da presa. Mitchell lo utilizza per esasperare una situazione familiare già compromessa: quando il mondo esterno diventa improvvisamente ostile, i problemi che Greg e Denise hanno evitato per anni non possono più essere nascosti dietro la routine quotidiana. È un meccanismo narrativo semplice ma efficace, almeno sulla carta. Il problema è che La Fine di Oak Street introduce molti spunti interessanti senza avere sempre il coraggio di svilupparli fino in fondo.
Spielberg, ma senza Spielberg
Il riferimento a Spielberg è evidente in praticamente ogni elemento della messinscena. Ci sono la periferia americana, i bambini al centro dell’avventura, il contrasto tra quotidianità e meraviglioso, la famiglia come nucleo emotivo e una colonna sonora di Michael Giacchino che non nasconde il proprio debito nei confronti di John Williams. Anche la fotografia di Mike Gioulakis sfrutta spesso la profondità dell’immagine e il fuoricampo, lasciando che la minaccia venga percepita prima ancora di essere mostrata.
Mitchell, del resto, sa perfettamente come costruire un’inquadratura. Alcune sequenze dimostrano una notevole padronanza dello spazio e riescono a trasformare una normalissima casa americana in un luogo improvvisamente inquietante. È proprio in quei momenti che riaffiora il regista di It Follows, quello capace di rendere perturbante qualcosa di perfettamente familiare.
Il problema è che qui l’omaggio finisce spesso per sostituire la personalità. La nostalgia è così evidente da diventare una specie di filtro applicato all’intero film. Mitchell ricostruisce molto bene il cinema che vuole evocare, ma non sempre sembra avere qualcosa di nuovo da aggiungere. Anche alcune soluzioni formali, come l’uso insistito dello split diopter, finiscono per attirare l’attenzione sulla regia più che sulla scena. Il risultato è elegante, certamente, ma raramente davvero inquietante.
Il vero mostro è dentro casa

La parte più interessante del film rimane infatti quella familiare. Denise è il personaggio che possiede maggiore profondità e Anne Hathaway riesce a darle consistenza anche quando la sceneggiatura procede per scorciatoie. Greg, invece, è un uomo fondamentalmente ordinario, più incapace che cattivo, intrappolato in un modello familiare che non riesce più a sostenere. È materiale che avrebbe potuto alimentare un dramma molto più incisivo.
La sceneggiatura, però, sembra avere fretta di arrivare ai dinosauri. Quando il film si concentra sui rapporti tra i personaggi emergono spunti interessanti sulla crisi della coppia, sulle aspettative familiari e sulla difficoltà di accettare che il mondo sia cambiato. Quando invece entra in gioco la sopravvivenza, tutto tende a diventare più schematico. Attacchi, fughe e nuove minacce prendono progressivamente il posto dell’approfondimento, trasformando una premessa potenzialmente ricca in una storia d’avventura piuttosto convenzionale.
È un peccato, perché una famiglia già disfunzionale costretta a sopravvivere insieme avrebbe potuto essere molto più interessante dei dinosauri stessi.
Dinosauri senza denti
Anche l’elemento horror non riesce mai a mordere davvero. Mitchell costruisce alcune buone sequenze di tensione, soprattutto quando evita di mostrare immediatamente le creature e sfrutta gli spazi domestici, il fuoricampo e la profondità dell’immagine. Ma il film sembra costantemente trattenersi proprio quando potrebbe diventare davvero cattivo.
La Fine di Oak Street avrebbe potuto trasformare la casa e il quartiere in un vero incubo preistorico, utilizzando i dinosauri come strumento per mettere definitivamente alla prova i personaggi. Invece la tensione viene spesso costruita e immediatamente sciolta, mentre la componente avventurosa finisce per prevalere su quella horror.
Anche gli effetti visivi funzionano a fasi alterne. Alcune creature sono convincenti quando vengono integrate nell’ambiente, altre mostrano con una certa evidenza la propria natura digitale. Non è un problema sufficiente a compromettere il film, ma il confronto con Jurassic Park, inevitabile vista la natura dell’operazione, non gioca certamente a suo favore.
Una nostalgia che diventa una gabbia

Il vero limite di La Fine di Oak Street è però la nostalgia. Mitchell vuole raccontare la fine di un certo modello familiare americano e, parallelamente, la fine di quell’immaginario cinematografico che negli anni Ottanta trasformava la periferia in un luogo dove l’impossibile poteva irrompere nella quotidianità. Il paradosso è che per farlo costruisce esattamente il tipo di film nostalgico che vorrebbe mettere in discussione.
La periferia, le biciclette, le automobili, la musica, i bambini, le villette e persino la composizione delle inquadrature rimandano continuamente a un cinema già conosciuto. L’omaggio è affettuoso, spesso anche piacevole, ma finisce per essere più forte della volontà di reinventarlo. La Fine di Oak Street non distrugge quell’immaginario: lo rimette in scena.
Ed è probabilmente qui che si comprende perché il film lasci una sensazione di occasione mancata. Mitchell aveva tra le mani una premessa capace di parlare contemporaneamente della famiglia, della nostalgia e della paura di perdere un mondo conosciuto. Avrebbe potuto trasformare quei dinosauri nella rappresentazione fisica della fine di un’epoca. Preferisce invece utilizzarli soprattutto come motore dell’avventura.
Un buon film, ma non abbastanza
La Fine di Oak Street è difficile da bocciare e altrettanto difficile da promuovere con convinzione. È ben diretto, ha un cast solido, una premessa efficace e alcuni momenti nei quali Mitchell dimostra di possedere ancora un ottimo controllo dell’immagine e dello spazio. Non ci si annoia e il film mantiene sempre una certa leggerezza, qualità tutt’altro che trascurabile. Il problema è che, una volta terminato, rimane poco.
La parte familiare avrebbe meritato maggiore profondità, l’horror avrebbe avuto bisogno di qualche dente in più e la componente nostalgica avrebbe dovuto essere trasformata in qualcosa di più personale. La regia è competente, spesso elegante, ma non possiede quella forza straniante che aveva reso It Follows così particolare.
Alla fine rimane un film piacevole, con una buona idea di partenza e diverse occasioni perdute. David Robert Mitchell dimostra di sapere ancora perfettamente come girare un film, ma questa volta sembra più interessato a dimostrare quanto bene conosca il cinema che a trasformarlo in qualcosa di veramente suo. E forse è proprio questo il giudizio più frustrante possibile: La Fine di Oak Street non è un brutto film. È semplicemente un film che, davanti a una premessa migliore di lui, sceglie sempre la strada più sicura.
VERDETTO
Un film con una buona idea di partenza ma molte occasioni perdute.

