Dimenticate antiche piramidi esplorate da archeologi spavaldi, le battutine da film action e il costante machismo. Sì, dimenticatevi pure di Brendan Fraser (purtroppo, sarebbe stato utile avere un attore così sul set). La storia di questo nuovo lungometraggio di Lee Cronin (La casa – Il risveglio del male, Hole – L’abisso, Thraw) è quella di un horror, o meglio body-horror, dalle tinte piacevolmente tendenti all’assurdo. Capace di esibirsi in scene intensissime seguite da dialoghi inesistenti. Di citare (senza fallire e anzi, riuscendo parecchio bene) ora la produzione splatter e a tratti ridanciana di Sam Raimi, ora addirittura L’esorcista.

È un film che sperimenta e per questo mi è piaciuto parecchio. Anche se l’interpretazione di alcuni personaggi e il ritmo altalenante non gli permettono di essere qualcosa in più di un ottimo svago per amanti della paura “classica”. 

Un’escalation di horror Raiminiano

Tutto ha inizio con la famiglia Cannon (interpretata da Jack Reynor e Laia Costa), che normalmente vive nel New Mexico, stanziata in Egitto per via del lavoro da reporter del padre di famiglia (Jack Reynor). Per farla breve, sua figlia Katie viene rapita in circostanze a dir poco “mistiche”.

Dopo un balzo temporale di otto anni nel futuro, la sua misteriosa scomparsa assume toni ancor più misteriosi e preoccupanti. La bambina viene infatti ritrovata incredibilmente viva, ma all’interno di un sarcofago nel quale, ci viene fatto capire, ha probabilmente passato più di qualche tempo, praticamente “mummificandosi”. Il suo ritorno a casa, quindi, non è il miracolo sperato da mamma e papà, che nel frattempo hanno avuto un’altra figlia. Il corpo di Katie è contorto ed emaciato, le sue reazioni sono incostanti. In questa prima fase del film, il contrasto è forte: sembra quasi che Cronin voglia raccontare un dramma umano, una fortissima disabilità grandemente invalidante, attraverso il tema dell’assurdo e della, scopriremo in fretta, “possessione”.

Dura poco e l’influenza Raimiana si fa sentire prepotentemente: l’escalation è piacevolmente graduale, e ne succedono davvero “di cotte e di crude”, aumentando man mano il livello di “splatter” e di orrore corporale a un livello di grottesco che, grazie agli ottimi effetti speciali pratici (praticamente mai digitali!) potrebbero creare seri fastidi ai più sensibili osservatori (che quindi riteniamo dovrebbero tenersi alla larga da questo film il più possibile).

Gli stomaci più forti saranno comunque messi a dura prova da alcuni momenti, ma il bello è che quasi nulla è mai fine a sè stesso. C’è un disegno, una coreografia “dello schifo e della paura”, un’escalation misurata e pensata, come dicevamo, per fare da miccia serpeggiante che alla fine raggiunge la bomba vera e propria, esplodendo nel pirotecnico e splatterissimo finale.

Gore, Grottesco e Body Horror

Cronin, reduce dal successo di La Casa – Il Risveglio del Male (Evil Dead Rise), porta con sé la sua firma stilistica ben esplicitata nel lungometraggio reboot della saga di Raimi in La mummia. Perciò, il film punta tutto sulla fisicità: le scene in cui Katie si muove in modo innaturale o i momenti di automutilazione (bravissima l’interprete Natalie Grace, davvero spaventosa) sono realizzati con un realismo brutale.

Inoltre, gran parte della pellicola si svolge in interni, trasformando la casa dei protagonisti in una trappola mortale. La fotografia di Dave Garbett predilige toni sporchi e ombre profonde, che si addicono benissimo a questa scelta e, anzichè raccontare il tema “mummificazione” attraverso la classica scelta di cercare rovine antiche, ragnatele e polvere “aliene” allo spettatore, mette la creatura centrale della pellicola in un contesto in cui chiunque sa immedesimarsi, aumentandone il potenziale orrorifico. Proprio come fece a suo tempo L’Esorcista.

A differenza dei classici horror moderni troppo seri, infine, come vi dicevamo in Lee Cronin – La mummia scorre una piacevole vena di follia grottesca che ricorda le prime opere di Sam Raimi, dove gli effetti pratici e il sangue diventano importanti tanto quanto gli attori che se ne ricoprono. L’equilibrio è delicato, e chi conosce La Casa di Sam Raimi lo sa: basta un attimo, una scena un po’ troppo lunga, una battuta eccessiva, un overacting troppo evidente e questo filo sottile di assurdità prende il sopravvento, trasformando tutto in una pagliacciata.

Per quanto mi riguarda, in La Mummia questo non accade e le inquadrature, le battute, le interpretazioni che citano questo stile così particolare sono praticamente perfette e identiche a quelle di riferimento. Così, un primo piano di una dentiera che vola via diventa parte di una scena durante la quale non sai se sghignazzare o coprirti il viso, perché la proprietaria della dentiera sta per essere divorata viva da un branco di cojote. Per capirci.

Ottime interpretazioni!

È un approccio coraggioso, che difatti in pochissimi hanno “masterato” oltre Sam Raimi e anche lui, pur avendolo inventato, non sempre, nel corso della sua carriera, è riuscito a sfruttare il potenziale di questo “dualismo in apparenza cozzante” al meglio. Anche perché affinché riesca, servono interpreti davvero bravi. May Calamawy (nel ruolo della detective egiziana) e la giovane Natalie Grace offrono performance solide, che ancorano la follia sovrannaturale a una base emotiva credibile.

È un approccio coraggioso, che difatti in pochissimi hanno “masterato” oltre Sam Raimi e anche lui, pur avendolo inventato, non sempre, nel corso della sua carriera, è riuscito a sfruttare il potenziale di questo “dualismo in apparenza cozzante” al meglio. Anche perché affinché riesca, servono interpreti davvero bravi. May Calamawy (nel ruolo della detective egiziana) e la giovane Natalie Grace offrono performance solide, che ancorano la follia sovrannaturale a una base emotiva credibile.

Quest’ultima, in particolare, consegna ai posteri una performance diabolica e davvero incredibile: da pelle d’oca! Meno intensa, anche se comunque funzionale, la performance del padre di famiglia di Reynor. Sarà perché la figlia gli ruba costantemente la scena, anzi, le figlie, dato che pure la “figlia piccola” interpretata da Florence Hunt ha un paio di scene memorabili e…a dir poco vomitevoli (in senso buono).

L’intreccio in sè e per sè è banale, così come la conclusione e, per certi versi, persino il cliffhanger non sorprende più di tanto. Però, lo ripetiamo, la narrazione funziona grazie a uno studiatissimo susseguirsi di momenti sempre coerenti fra loro e con la base di trama, che quindi non serviva complicare inutilmente: la loro forza è l’espressione pura del potenziale horror e splatter voluto dal regista, e va bene così.

IL VERDETTO

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Lee Cronin - La Mummia è un esperimento assolutamente riuscito, che conferma Cronin come uno dei registi più interessanti del panorama horror contemporaneo.

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