Dopo Metro Exodus, il rischio più grande per 4A Games era probabilmente quello di continuare a inseguire l’apertura. Il capitolo precedente aveva dimostrato che la serie poteva uscire dai tunnel, respirare e trasformare il proprio mondo in qualcosa di più ampio, senza per questo perdere completamente la sua identità. Ma allo stesso tempo, per molti, quella scelta aveva inevitabilmente modificato una parte delle sensazioni che avevano reso Metro 2033 e Last Light così particolari.
Dopo circa trenta minuti passati con Metro 2039 alla Gamescom, la prima impressione è che 4A Games abbia capito perfettamente questa necessità.
Come si presenta Metro 2039
La missione che ho provato è servita soprattutto a restituire il feeling generale del gioco e, da questo punto di vista, il ritorno verso le origini è stato immediatamente percepibile. Metro 2039 è più cupo, più teso e soprattutto sembra voler recuperare quella sensazione di disagio costante che caratterizzava maggiormente i primi capitoli della serie. Non si tratta semplicemente di tornare a combattere sottoterra, ma di recuperare un’atmosfera nella quale ogni ambiente sembra avere qualcosa da nascondere. Ed è probabilmente questo l’aspetto che mi ha colpito maggiormente.
Giocando, la sensazione è stata quella di un Metro più vicino allo spirito dei romanzi di Dmitry Glukhovsky. La Metro non è semplicemente lo scenario nel quale si svolgono gli eventi, ma torna a essere un luogo opprimente, sporco e costantemente minaccioso. Le sue gallerie non trasmettono sicurezza e, anche nei momenti apparentemente più tranquilli, rimane quella tensione che ti porta a guardarti continuamente attorno. È un ritorno importante, soprattutto dopo un capitolo come Exodus, che aveva costruito una parte significativa della propria identità attorno al viaggio e alla scoperta degli spazi aperti.

Metro 2039 non sembra voler rinnegare completamente quell’esperienza, ma almeno nella missione provata alla Gamescom il baricentro è chiaramente diverso. La claustrofobia torna a essere uno strumento fondamentale e il gioco sembra voler sfruttare nuovamente il rapporto tra spazi stretti, oscurità e risorse limitate per costruire la propria atmosfera.
Combattimenti claustrofobici
Anche gli scontri a fuoco contribuiscono a questa sensazione. Durante la prova ho avuto modo di affrontare diverse situazioni di combattimento e il gunplay mi è sembrato immediatamente riconoscibile. Le armi restituiscono un buon feedback e gli scontri mantengono quella fisicità che ha sempre caratterizzato la serie. Non sono mai sembrati semplicemente delle sequenze costruite per trasformare Metro in uno sparatutto più tradizionale. La sensazione, anche in questo caso, è che ogni combattimento faccia parte di un contesto più ampio, nel quale esporsi eccessivamente può diventare rapidamente un problema.
La difficoltà generale mi è sembrata piuttosto alta. In appena trenta minuti ho avuto più volte la sensazione di dover affrontare le situazioni con attenzione, evitando di considerare ogni scontro come qualcosa da risolvere semplicemente avanzando e sparando. È troppo presto per dire come il bilanciamento verrà gestito nel gioco completo, naturalmente, ma la build provata non sembrava particolarmente interessata a rendere la vita semplice al giocatore. Bisogna prestare attenzione alla posizione, alle risorse e a ciò che accade attorno a noi. Ed è proprio questa tensione a fare la differenza.
Metro ha sempre funzionato particolarmente bene quando riusciva a trasformare il semplice avanzamento in un elemento di tensione. Non sai necessariamente cosa troverai dietro una porta o alla fine di un tunnel e il gioco sfrutta questa incertezza per costruire un ritmo diverso da quello di uno sparatutto tradizionale. La missione provata non mi ha dato abbastanza tempo per comprendere quanto profondamente Metro 2039 svilupperà questa filosofia, ma è stato sufficiente per ritrovare una sensazione che, personalmente, avevo apprezzato particolarmente nei primi capitoli.

Metro 2039 non è un passo indietro
La cosa interessante è che questo ritorno alle origini non sembra voler essere soltanto un’operazione nostalgica. 4A Games ha già chiarito che Metro 2039 manterrà parte dell’esperienza maturata con Exodus, ma l’impressione della prova è che lo studio abbia voluto recuperare deliberatamente la componente più cupa e claustrofobica della serie. E dopo averlo giocato, credo che sia una scelta sensata.
Il mondo di Metro possiede qualcosa che pochi altri universi post-apocalittici riescono a replicare: la paura non arriva soltanto dai mostri, dalle radiazioni o dagli esseri umani che incontriamo lungo il percorso. Arriva dal luogo stesso nel quale siamo costretti a vivere. Un tunnel può essere semplicemente un tunnel. In Metro non lo è quasi mai. Può nascondere una minaccia, raccontare qualcosa di chi lo ha attraversato prima di noi oppure diventare improvvisamente una trappola. Il gioco sembra voler recuperare proprio questo rapporto con lo spazio e, per quanto ho potuto vedere, è una delle ragioni per cui questi trenta minuti mi hanno lasciato sensazioni positive.
Naturalmente è impossibile esprimere giudizi più approfonditi dopo una sessione così breve. Non ho avuto abbastanza tempo per valutare la struttura complessiva, la varietà delle situazioni o il modo in cui la nuova storia riuscirà a sviluppare i propri personaggi. La prova era concentrata soprattutto sul gameplay e sul feeling generale, e da questo punto di vista il messaggio è arrivato piuttosto chiaramente. Metro 2039 vuole essere un nuovo Metro prima di ogni altra cosa. Vuole riportarti sottoterra, farti sentire vulnerabile e ricordarti che, in questo mondo, avere un’arma non significa necessariamente avere il controllo della situazione. Il gunplay continua a essere soddisfacente, la difficoltà sembra richiedere attenzione e l’atmosfera è probabilmente l’elemento che più mi ha convinto dell’intera prova.

Dopo Exodus, ritrovare una Metro così cupa e soffocante è stato quasi come tornare in un luogo che avevo dimenticato. E considerando che quel luogo è uno dei posti più pericolosi e inquietanti mai immaginati in un videogioco, direi che è esattamente il complimento che volevo fare a Metro 2039.

