Quando Fumi Games mostrò i primissimi materiali di quello che all’epoca si chiamava semplicemente Mouse, ricordo di aver pensato che fosse uno di quei progetti destinati a scomparire nel nulla — troppo belli per essere veri, troppo ambiziosi per un team piccolo. Tre anni dopo, Jack Pepper è arrivato a bussare, revolver in pugno e un caso di omicidio da risolvere: devo ammettere che ho aperto volentieri la porta a MOUSE: P.I. For Hire.

Un mago scomparso, una città marcita

Nemici da affrontare in MOUSE: P.I. For Hire.

Mouseburg è una città di topi costruita sull’odore del formaggio — non come metafora, ma letteralmente: il formaggio non è solo cibo, è potere, è denaro, è la ragione per cui qualcuno è disposto ad ammazzare. In questo universo surreale e meraviglioso ci troveremo a vestire i panni di Jack Pepper, investigatore privato che accetta un caso apparentemente banale: la scomparsa di un mago in circostanze poco chiare. Come da tradizione noir, le cose si complicano presto, e quella che sembrava una bega di secondo piano si trasforma in un intrigo che tocca il marcio profondo della città.

La narrativa funziona, e funziona bene. Il tono oscilla tra il cinismo del film noir degli anni ’30 e la commedia assurda costruita attorno ai giochi di parole sul formaggio, facendolo con consapevolezza. Mi aspettavo qualcosa di più superficiale, invece la storia riesce a creare interesse attorno ai suoi personaggi, con Troy Baker che dà a Jack una voce che bilancia il sarcasmo con una certa stanchezza vissuta

Il problema è l’aspetto investigativo, quello che il titolo stesso mette in primo piano. Tra una missione e l’altra dovremo tornare all’ufficio di Jack per collegare gli indizi raccolti. Eppure, il processo va avanti in automatico senza che ci venga chiesta una sola scelta, un’intuizione, una deduzione. Un’occasione sprecata in modo clamoroso, che mi ha lasciata con la sensazione di aver assistito a un’indagine invece di condurne una.

Il boomer shooter con le orecchie tonde

Panorama in un livello di MOUSE: P.I. For Hire.

Il gameplay è quello di un FPS old school nel senso più letterale: niente coperture, niente approcci tattici guidati, solo movimento costante e posizionamento. Troveremo un’arena dopo l’altra, in cui dovremo tenere a bada ondate di sgherri cartooneschi, sfruttando i bidoni esplosivi sparsi per i livelli e la mobilità come unica vera difesa. L’arsenale cresce con la progressione e questo è uno dei punti più riusciti: si parte con pistola e fucile a pompa, per poi mettere le mani su un mitragliatore e su uno spara-bianchetto che è tanto assurdo quanto soddisfacente. Ogni arma ha un peso diversoil fucile a pompa spinge indietro, il Tommy Gun vibra con un ritmo quasi musicale — e le possibilità di upgrade tramite progetti nascosti nei livelli aggiungono uno strato di personalizzazione che ho apprezzato più di quanto mi aspettassi.

Detto questo, non mi è possibile ignorare quanto il design dei livelli possa diventare ripetitivo. Corridoi, arena, corridoio, arena. Lo schema si ripete con una certa prevedibilità e la difficoltà è talmente bassa da non costringermi mai a cambiare approccio in modo significativo. C’è anche un accenno a strutture “metroidvania” – aree da rivisitare con nuovi strumenti sbloccati – ma è un’idea abbozzata, mai sviluppata abbastanza da diventare un elemento di design vero e proprio.

Vale la pena menzionare anche il gioco di carte disponibile in diversi luoghi (bar o tavole calde), un mini-game che ricalca vagamente una partita di baseball e che troveremo negli angoli meno frequentati di Mouseburg. È un dettaglio secondario, certo, ma dice qualcosa di importante sulla filosofia di Fumi Games: c’è voglia di riempire il mondo di piccole sorprese, di farlo sentire vissuto. Peccato che quella stessa ambizione non sia stata applicata con la stessa generosità al loop principale.

L’estetica di MOUSE porta tutto sulle spalle

Scena di MOUSE: P.I. For Hire con personaggi che ballano

Qui non si discute, e lo dico da persona che ha sviluppato una certa resistenza agli hype visivi: MOUSE: P.I. For Hire è tra le opere più riuscite degli ultimi anni sul piano artistico. Non basta dire “sembra un cartone degli anni ’30”. Quello è il punto di partenza, non il traguardo.

Ciò che Fumi Games ha fatto è costruire un mondo coerente fino all’ossessione: i personaggi secondari si muovono anche mentre parlano con animazioni mai uguali, i fondali stratificano piani di profondità con una cura quasi pittorica, e ogni ambiente ha un’identità visiva che lo rende immediatamente riconoscibile. Anche il design dei nemici contribuisce a questa coerenza: ogni tipologia di scagnozzo ha una silhouette riconoscibile e movenze esagerate che li rendono leggibili in mezzo al caos degli scontri. Non ci sono nemici grigi intercambiabili, ogni avversario sembra uscito da una tavola animata specifica con personalità visiva propria. È un dettaglio che molti FPS trascurano e che qui, invece, lavora in perfetta sinergia con il gameplay, rendendo ogni arena più leggibile di quanto la frenesia non lascerebbe supporre.

Il comparto sonoro è all’altezza. Le musiche sono arrangiamenti jazz ricchi e vivaci — con un paio di motivetti che mi sono ritrovata a canticchiare sotto la doccia, non ci resta che ammetterlo — e il doppiaggio in inglese è eccellente, con Baker e il resto del cast che tengono la barra dritta su un tono che in mani meno sicure sarebbe scivolato nella parodia.

In conclusione

Combattimento in MOUSE: P.I. For Hire.

Ho finito MOUSE: P.I. For Hire con due sentimenti ben distinti che faticavano a coesistere. Da un lato, la piena ammirazione per un team che ha costruito un’identità visiva e sonora di rara coerenza, capace di distinguersi in modo netto in un panorama FPS spesso anonimo. Dall’altro, la frustrazione per un gameplay che non ha avuto il coraggio di essere all’altezza di quell’estetica. Troppo classico per sorprendere, troppo facile per emozionare, con una componente detective che rimane un’etichetta sul packaging più che un’idea sviluppata.

Consiglio di giocarlo perché l’esperienza vale e Mouseburg merita di essere visitata. È un mondo che ha la rara qualità di sembrare più grande di quello che mostra, e nel quale si avverte la presenza di storie non ancora raccontate che aspettano dietro ogni angolo. Ma lo consiglio sapendo che Jack Pepper ha le carte per diventare un personaggio memorabile e che questo primo caso non le ha sfruttate tutte. Il DLC annunciato sarà probabilmente il banco di prova definitivo.

IN POCHE PAROLE

0

Un capolavoro visivo che gioca in modo troppo sicuro, Mouseburg merita una seconda visita.

Condividi.

Una redattrice con un passato negli eSports e una passione dichiarata per FPS, hero shooter e tutto ciò che spara più velocemente dei suoi riflessi mattutini. Scrive di videogiochi, tech e cultura digitale con un occhio di riguardo per gameplay, personaggi e narrazione. Quando non sta provando l’ennesimo sparatutto, probabilmente sta cercando di convincere qualcuno che gli shooter raccontano molto più di quanto sembri.