Dopo anni di tentativi più o meno riusciti di trasportare l’universo di Resident Evil sul grande schermo, Zach Cregger sembra aver trovato la chiave per restituire al franchise cinematografico quello che i fan hanno sempre cercato: la tensione pura, viscerale, del survival horror originale. Il nuovo trailer del film, in arrivo nei cinema italiani il 17 settembre, mostra un approccio radicalmente diverso rispetto ai precedenti adattamenti, a partire da una scelta narrativa coraggiosa e contro-intuitiva.
Il protagonista di questa nuova incarnazione cinematografica non è Leon S. Kennedy con le sue acrobazie impossibili, né Jill Valentine con il suo arsenale da esperta S.T.A.R.S., e nemmeno Chris Redfield pronto a fare a pugni con i massi. È Bryan, interpretato da Austin Abrams, un ragazzo qualunque catapultato nell’incubo di Raccoon City senza alcuna preparazione, senza abilità speciali, senza nemmeno la minima idea di come sopravvivere a ciò che lo circonda.
La definizione che Cregger stesso dà del suo protagonista è tanto brutale quanto illuminante: “L’idea è seguire uno stupido. Non perché sia davvero stupido, ma perché non è il classico protagonista dei videogiochi: non ha alcuna esperienza di combattimento ed è completamente incapace di sopravvivere”. Una dichiarazione che potrebbe sembrare provocatoria, ma che in realtà rivela una comprensione profonda di ciò che rendevano terrificanti i primi capitoli della saga Capcom.
Nei videogiochi originali di Resident Evil, l’angoscia non nasceva solo dai nemici mostruosi o dagli jump scare ben piazzati, ma dalla costante sensazione di inadeguatezza. Le munizioni erano poche, gli spazi di salvataggio rari, ogni porta poteva nascondere una minaccia mortale. Il giocatore non si sentiva un supereroe, ma un sopravvissuto fortunato, sempre a un passo dal game over. È esattamente questa sensazione che Cregger vuole ricreare attraverso Bryan.
Il trailer offre un assaggio perfetto di questa filosofia. In una sequenza particolarmente significativa per i fan della saga, Bryan si ritrova all’interno di una casa isolata e scopre una macchina da scrivere, un fucile e la caratteristica scatola verde di munizioni. Per chi ha giocato ai titoli Capcom, questi elementi evocano immediatamente la meccanica del salvataggio e della gestione delle risorse, due pilastri del gameplay originale che hanno definito il genere survival horror.
Non si tratta di semplice fanservice nostalgico. Quella macchina da scrivere rappresenta la direzione artistica del film: riportare al centro l’idea di vulnerabilità, di scelte difficili, di sopravvivenza guadagnata un proiettile alla volta. Bryan dovrà imparare rapidamente come muoversi in un ambiente ostile, come razionare le munizioni, come distinguere quando combattere e quando scappare. Tutte decisioni che nei videogiochi spettavano al giocatore e che ora diventano il cuore drammatico della narrazione cinematografica.
La scelta di creare un personaggio originale invece di attingere al ricco pantheon di protagonisti storici della saga può sembrare rischiosa, ma si rivela strategica per diversi motivi. Innanzitutto, permette al film di essere una storia autoconclusiva, accessibile anche a chi non ha familiarità con i quasi trent’anni di mitologia accumulata attraverso videogiochi, film precedenti, romanzi e fumetti. L’universo di Resident Evil è diventato nel tempo un groviglio complesso di organizzazioni segrete, esperimenti virali, cospirazioni globali e intrecci personali tra i vari personaggi.
Raccontare tutto questo in un singolo film avrebbe richiesto un’enorme quantità di esposizione, rischiando di trasformare il survival horror in una lezione di storia videoludica. Cregger ha dichiarato esplicitamente che inserire i personaggi storici “risulterebbe innaturale in questa storia autoconclusiva. Devo mettere la storia al primo posto. Per me la storia viene prima di tutto”. Una posizione netta che mette il racconto cinematografico davanti alle aspettative dei fan più integralisti.
Questa filosofia rappresenta anche una risposta diretta ai limiti mostrati da Resident Evil: Welcome to Raccoon City, il reboot del 2021 che aveva tentato di riunire personaggi, ambientazioni e riferimenti provenienti dai primi videogiochi della serie. L’obiettivo era offrire un adattamento più fedele rispetto ai film con Milla Jovovich, ma il risultato aveva finito per scontentare sia i fan di lunga data sia la critica generalista. Troppi personaggi, troppi riferimenti, troppa reverenza verso il materiale originale senza la capacità di tradurlo in un linguaggio cinematografico efficace.
Il nuovo progetto di Cregger segue la strada opposta: non un greatest hits dell’universo Resident Evil, ma una storia di sopravvivenza concentrata, intensa, che cerca di ricreare l’esperienza emotiva dei videogiochi piuttosto che la loro trama. Austin Abrams, già notato nel cast corale di Weapons, sembra perfetto per questo ruolo di everyman spaesato, capace di trasmettere vulnerabilità e determinazione in egual misura.
Il trailer mantiene sapientemente un alone di mistero, mostrando quel tanto che basta per confermare l’ambientazione a Raccoon City e la presenza degli elementi iconici della saga, ma senza rivelare troppo sulla trama o sulle creature che Bryan dovrà affrontare. Si intravedono corridoi claustrofobici, atmosfere cupe, la tensione di chi sa di non avere abbastanza proiettili per quello che lo aspetta dietro la prossima porta.
Zach Cregger arriva a questo progetto forte del successo di Barbarian, horror intelligente e imprevedibile che aveva dimostrato la sua capacità di sovvertire le aspettative del pubblico e costruire tensione attraverso scelte narrative audaci. Con Weapons ha confermato il suo talento nel gestire cast corali e atmosfere perturbanti. Ora si cimenta con un franchise amato e al tempo stesso maltrattato dal cinema, con la sfida di soddisfare i fan senza alienare il pubblico generalista.
La finestra di uscita scelta, metà settembre, posiziona il film perfettamente all’inizio della stagione horror autunnale, quel periodo in cui il pubblico cerca brividi e atmosfere cupe in preparazione a Halloween. Dopo l’estate dei blockbuster come The Odyssey e Spider-Man: Brand New Day, Resident Evil promette di offrire qualcosa di diverso: non spettacolo pirotecnico, ma paura genuina, claustrofobica, quella che nasce dalla vulnerabilità piuttosto che dall’esplosione.
Resta da vedere se questa scommessa su un protagonista “stupido”, disarmato di fronte all’orrore, pagherà al botteghino. Ma l’approccio di Cregger ha il merito di rimettere al centro ciò che aveva reso Resident Evil un fenomeno culturale: non la mitologia complessa o i personaggi iconici, ma quella sensazione primordiale di essere umani fragili in un mondo che improvvisamente è diventato ostile, dove ogni decisione può essere l’ultima e dove sopravvivere è già una vittoria.

