Spiazzante. Lo diciamo subito, così ci togliamo il pensiero. Il Resident Evil di Zach Cregger è esattamente quello che non mi aspettavo di vedere in un film di Resident Evil. Entravo in sala convinto di trovare un ibrido: una base zombesca, classica, contaminata da quel weird disagiato e anomalo che aveva reso Weapons uno degli horror più chiacchierati degli ultimi anni. Ero lontano anni luce.
Non è una cosa negativa. Ci arriviamo con calma. Cregger ha un merito enorme, e va messo sul tavolo prima di tutto il resto. Riesce a girare un film di Resident Evil in cui “Resident Evil” è poco più di uno sfondo. La parola Umbrella viene pronunciata una volta in tutto il film. Raccoon, una volta. “Virus” forse non viene mai detto. Giusto per capirci. Eppure, dentro un universo che al cinema è stato maltrattato nei modi peggiori per vent’anni, il regista infila una storia inedita, autoriale, appassionante e pure divertente.
Il punto è questo: per raccontare Resident Evil non serve per forza il linguaggio di Resident Evil. Cregger usa il suo. È insolito, a tratti spiazzante, un azzardo che alla prima visione ti lascia fermo sulla poltrona a chiederti cosa hai appena visto. Poi lo capisci.
La trama: una consegna da non accettare

La premessa è semplice, quasi da videogioco anni Novanta. Bryan, interpretato da Austin Abrams, è un corriere medico. Consegna materiale sanitario tra un ospedale e l’altro. Il turno sembra finito, la serata pure, quando arriva la proposta: una consegna urgente, classe A, pagata il doppio. Destinazione, l’ospedale di Raccoon City.
C’è un problema. Per arrivarci bisogna attraversare le Arklay, le montagne che ogni fan della saga conosce a memoria, nel mezzo di una tormenta di neve. Bryan accetta. Chiunque abbia messo mano a un pad negli ultimi trent’anni sa già che è una pessima idea. Da lì parte il delirio che, più o meno, possiamo immaginare. Più o meno, appunto.
Non uno zombie movie: il body horror alla Carpenter
Chi si aspetta il solito zombie horror, infarcito di non morti che barcollano per le strade, resterà deluso. O sorpreso, dipende dai punti di vista. Tolta una scena di affollamento, di zombie se ne vedono pochi per un film che porta questo nome.
Il Resident Evil di Cregger è un’altra bestia. È body horror fisico, carnale, fleshy, che pesca a piene mani dalle creature de La Cosa di John Carpenter per portare su schermo l’orrore di Umbrella Corporation. Tentacoli. Corpi che si fondono l’uno nell’altro. Sangue e carne che schizzano come pioggia, corpi spiaccicati al suolo, un tripudio di effetti che non chiede il permesso a nessuno.
Ed è qui che il film fa la sua mossa più assurda. Tutto questo orrore ha un ritmo indiavolato e, soprattutto, fa ridere. Parecchio. Senza rinunciare a un paio di jumpscare dosati con il bilancino, di quelli che funzionano perché arrivano quando hai abbassato la guardia. Horror e comicità nella stessa scena, spesso nella stessa inquadratura. Chi ha visto Barbarian sa che Cregger ci gioca da sempre. Qui spinge sull’acceleratore fino in fondo.
Se c’è un paragone che rende l’idea di cosa aspettarsi, è il finale di The Substance. Quel ritmo folle, malato, sempre un gradino oltre quello che credevi possibile. Il Resident Evil di Cregger vive così per tutta la durata, un’ora e mezza abbondante senza tempi morti. Tutto “oltre”. Tutto “impensabile”. E funziona. Intrattiene, diverte, appassiona. Ti chiedi continuamente fin dove avrà il coraggio di spingersi, e la risposta è sempre un po’ più in là.
Austin Abrams, un totem della sfortuna

Gran parte del merito va al protagonista. Austin Abrams, già diretto da Cregger in Weapons, dove interpretava James, qui si prende il film sulle spalle e non lo molla più. Il suo Bryan è esilarante. Un totem della sfortuna. Uno che nonostante cadaveri, cani demoniaci, morsi e qualsiasi cosa possa andare storta continua ad andare avanti come un treno. Non è un soldato, non è un agente S.T.A.R.S., non sa sparare. È un ragazzo normale finito nel posto sbagliato, e reagisce come reagiremmo noi: male, con goffaggine, con un istinto di sopravvivenza che rasenta il ridicolo.
Parossistico, quasi. Abrams riesce a trasformare in un siparietto tragicomico persino l’unica scena vagamente emotiva dell’intera pellicola. Ed è una scelta precisa, non un incidente. Bryan è la trasposizione perfetta della visione di Cregger, che palesemente non ha alcuna intenzione di omologarsi alla massa dei film di genere.
Attorno a lui si muove un cast di contorno solido, con Zach Cherry (Scissione), Kali Reis (True Detective) e Paul Walter Hauser, ma è Abrams a dettare il passo. Dall’inizio alla fine.
Regia, fotografia e luci: Cregger al massimo della forma

Parliamo di tecnica, perché qui il film vola altissimo. Cregger conferma di essere uno dei registi horror più consapevoli della sua generazione. Sa esattamente dove mettere la macchina da presa, quanto farti vedere e quanto nasconderti, quando lasciare respirare un’inquadratura e quando farla esplodere.
Alla fotografia c’è Dariusz Wolski, uno che di immagini se ne intende: Il Corvo, Dark City, la saga dei Pirati dei Caraibi, Prometheus, The Martian. Il sodalizio con Cregger produce un risultato da panico. La tormenta sulle Arklay non è una cartolina: è un muro, un nemico in più, che isola Bryan e restringe il campo visivo fino a renderlo claustrofobico anche all’aperto.
Le luci sono il vero colpo di genio. Cregger ha sempre usato l’oscurità come strumento narrativo, e qui la gestione del buio è millimetrica. Fonti luminose povere, sporche, spesso diegetiche, che ritagliano porzioni di spazio e lasciano il resto all’immaginazione. Il risultato è che il body horror colpisce ancora più forte: quando la carne emerge dall’ombra, lo fa con una violenza visiva che ti inchioda. Il marchio di fabbrica di Cregger c’è tutto, con un budget che gli permette di spingere ogni idea al massimo.
Merita una menzione anche il montaggio di Joe Murphy, che tiene il ritmo forsennato senza mai perdere chiarezza nelle scene più caotiche. Con un film così, non era affatto scontato.
Omaggi, citazioni e un punto di vista inedito

Ovviamente non mancano gli omaggi al franchise. La macchina da scrivere. La chiave con il simbolo dei quadri. Per citarne due, senza rovinare il gusto di scovare gli altri. I fan di vecchia data si divertiranno a cercarli.
Sia chiaro, però: il legame con Resident Evil non si ferma alle strizzate d’occhio. Questa è una storia contestualizzata dentro quell’universo, e ha un pregio enorme. Viene vissuta, finalmente, attraverso gli occhi di qualcuno che della Umbrella, degli S.T.A.R.S., di tutta quella mitologia non sa nulla.
Bryan ci si ritrova in mezzo e cerca di sopravvivere. Di cosa succede attorno a lui, e di chi l’ha causato, non sa niente. E niente gli importa. Almeno fino a quando non ci si ritrova dentro, più o meno. Ma niente spoiler.
È un’intuizione semplice e potentissima. Per anni i film di Resident Evil hanno provato a raccontare la cospirazione dall’alto, con eroine invincibili e dialoghi da wiki. Cregger ribalta la prospettiva e ci mette al livello del suolo, dove l’orrore non ha nome né spiegazione. Esattamente come succedeva al giocatore, nel 1996, la prima volta che entrava a Villa Spencer.
Quindi, è un gran film?
La sera dopo la visione ero dubbioso. O meglio: divertito, ma disorientato. Come dicevo in apertura, avevo visto esattamente quello che non mi aspettavo. E quando un film ti spiazza, la prima reazione non è sempre l’entusiasmo. Due giorni dopo, a mente fredda, la risposta è cambiata. Un po’ per amore di Cregger, un po’ perché certe immagini non se ne vanno più dalla testa, tornerei a vederlo di corsa.
Questo è un Resident Evil anomalo, autoriale, divertente, sporco e frenetico. Un Resident Evil che finge di dimenticare di esserlo. Ma che, grazie a un protagonista in stato di grazia, a una storia accattivante e a una regia e una fotografia da urlo, dà la paga a vent’anni di produzioni sul genere. Non piacerà a tutti. Chi vuole Leon, Jill e Claire sullo schermo resterà a bocca asciutta. Chi cerca il classico zombie movie pure. Chi invece è disposto a lasciarsi sorprendere troverà l’adattamento più libero, e forse più sincero, che la saga Capcom abbia mai avuto al cinema.
Cregger, dopo Barbarian e Weapons, me l’hai fatta pure stavolta.

