Sembrava l’avessimo smarrita per sempre dopo quell’aberrante sesto capitolo, e invece Capcom, nell’ultimo decennio, è riuscita a reinventare e far rinascere nel migliore dei modi la serie regina degli horror: Resident Evil.
Requiem, nono capitolo principale, segna non solo il nostalgico ritorno dei fan a Raccoon City per chiudere un grande cerchio narrativo, non senza pensare al futuro, ma anche il debutto della serie su Switch 2 con un porting davvero attesissimo. Per la prima volta, la famiglia ibrida di Switch accoglie i più recenti giochi della serie di Capcom, e proprio questo, l’ultimo arrivato, promette di dare in mano ai giocatori un’esperienza paragonabile a quella degli hardware più performanti. Un’operazione non semplice, ma l’azienda nipponica ci ha abituato a veri e propri prodigi, di recente.
Quella che leggerete non è una recensione nel vero senso del termine; non andremo infatti ad analizzare ogni singolo aspetto di Resident Evil: Requiem, ma ci concentreremo su un’analisi prettamente tecnica della versione per Nintendo Switch 2. Forse la più attesa, per certi versi, se pensiamo alle potenzialità della rinnovata generazione della grande N.
Due anime, un Resident Evil quasi maestoso

Resident Evil: Requiem nasce con l’intenzione di fondere i due grandi capisaldi che nel tempo hanno fatto conoscere ed evolvere la formula della saga horror di Capcom: la tensione e l’adrenalina. Per farlo, l’azienda mette in campo due protagonisti che raccolgono, in modo differente, l’eredità del passato.
Da un lato abbiamo Grace Ashcroft, erede spirituale dei primi protagonisti della saga (il gioco non nasconde mai le sue origini e anzi le esalta, infarcendo il tutto con fanservice comunque ben accetto). Tocca a Grace consentire al giocatore di impersonare il cittadino qualunque, quello che si ritrova nel bel mezzo di una situazione senza precedenti, un lugubre hotel diviso tra orrori e paure. La sua prima traversata, che coincide con l’inizio del gioco, è anche probabilmente il miglior momento dell’intera produzione, carico di tensione e stupore. Il suo gameplay è fatto di esplorazione, attenzione e giusto timore.
Dall’altro, ecco il più famoso Leon Kennedy. Storico co-protagonista di Resident Evil 2, e poi volto principale di Resident Evil 4, Leon è diventato col tempo il sinonimo stesso di azione e adrenalina, anche in una serie come questa. La sua dimensione, pur senza rinunciare alla componente horror, è quella di un personaggio esperto, coriaceo, difficile da buttare a terra. Leon ne ha già viste talmente tante, che ormai nulla lo può sorprendere. Così, tocca a lui prendere in mano le redini del Requiem più brutale e movimentato, quello delle armi da fuoco e degli scontri mortali, quello dei mostri che devono essere abbattuti e annientati nei modi più sanguinosi possibili, senza paura di sporcarsi le mani.

Una scelta, quella di Capcom, dettata come detto dalla voglia di fondere l’essenza originale di Resident Evil con la piega intrapresa da uno dei migliori giochi del franchise, il quarto capitolo, quello in cui proprio Leon esaltava la deriva action. Se dosato con precisione e cura, questo dualismo avrebbe potuto portare a un’esperienza monumentale, che si perde però proprio nel momento in cui il bilanciamento tra Grace e Leon viene meno. Questo equilibrio si incrina progressivamente una volta lasciato Rhodes. Da quel momento, l’esperienza si concentra quasi esclusivamente su Leon, relegando Grace a brevi parentesi che nel complesso non raggiungono nemmeno un’ora complessiva di gioco.
Il gameplay, in ogni sua componente, è bello. Bellissimo. Ciò che viene meno è quel senso di tensione imperante che domina le prime due ore di gioco (Requiem si completa in un tempo tra le 8 e le 10 ore), lasciando invece un senso di ripetizione e di esaltazione di Leon che cozza con le premesse iniziali. RE9 resta un grandissimo gioco, ma avrebbe potuto essere molto di più. Non ci dilungheremo ulteriormente: se siete in cerca di una recensione più approfondita, vi rimandiamo a quella pubblicata sulle pagine di ScreenWorld poco prima dell’uscita del titolo.
Requiem a portata di mano
In apertura dicevamo che la versione Switch 2 di Resident Evil Requiem era molto attesa, e il perché è presto detto: la nuova console ibrida di Nintendo ha già dato prova di poter sbalordire. Il porting di Final Fantasy 7 Remake, lanciato alcune settimane fa, ha dimostrato le potenzialità di Switch 2 e la sua capacità di avvicinarsi notevolmente ai livelli di console come PS4 Pro e Xbox Series S, pur avendo comunque alcuni compromessi. Requiem, disponibile al day one, è probabilmente la prima grande prova di Switch 2 con un videogioco third party di altissimo livello tecnico.

Una prova che, al netto di alcune inevitabili sbavature, è stata superata: sull’ibrida di Nintendo, Requiem si mostra con un comparto grafico davvero spettacolare in cui gli ambienti impattano grazie a eccellenti effetti di luci e ombra. La prima impressione è che siamo di fronte al miglior gioco, graficamente parlando, presente su Switch 2, ed è così a tutti gli effetti. L’inizio con Grace, la quale passa dalle trafficate strade cittadine al freddo e tenebroso hotel, è il modo perfetto per mostrare da subito la potenza di questa conversione, tra la pioggia battente e il freddo luccichio dei metalli che abbondano.
Questo spettacolo, però, è su grande scala. Guardando più nel dettaglio, emergono gli inevitabili compromessi: personaggi e oggetti, pur essendo sempre ben riconoscibili, appaiono più sbiaditi, con texture di minor qualità e un aspetto generalmente più tozzo, imperfetto. La sequenza iniziale mostra già le incrinature grafiche con i capelli di Grace, molto meno apprezzabili rispetto alle release su console casalinghe e PC. Allo stesso modo, anche i volti dei personaggi appaiono meno realistici, con un evidente aliasing che si mostra in alcuni momenti – specie sugli oggetti raccolti.

Elementi che, pur funestando parzialmente quel senso di immersione che lascia trasparire lo spettacolo ambientale, non compromettono in alcun modo l’esperienza. Lo stesso si può dire per i cali di frame: ci sono, sono evidenti nelle fasi action, e ancor di più in modalità portatile – il modo migliore per godere di Requiem è comunque su un bel televisore, vista anche la presenza di una buonissima modalità HDR. I 60 frame al secondo che Capcom ha ricercato non riescono a essere costanti, ma, ancora una volta, si tratta di cali che possono tranquillamente essere sopportati. Detto ciò, se cercate la massima fedeltà visiva dal gioco in questione, Switch 2 non è ovviamente la scelta più adatta, poiché questa versione ha altre finalità e altri pregi.
La portatilità, appunto, è una di questi. La risoluzione interna di Switch 2 in modalità handheld è ridotta a 360p, ma grazie alla tecnologia DLSS questo enorme limite viene mitigato tantissimo. Lo stesso vale per la modalità docked, con l’upscaler di Nvidia che porta la qualità dell’immagine a livello davvero eccellenti per questo hardware – non abbiamo potuto verificare in prima persona, ma le analisi tecniche di Digital Foundry rivelano che la risoluzione risulta essere addirittura superiore a quella di Xbox Series S. In più, esulando dal discorso puramente tecnico, tenere tra le mani Requiem è un’esperienza davvero unica.
Infine, lascia semplicemente senza parole la quantità di spazio occupata da Requiem su Switch 2, di appena 27 GB. Complimenti vivissimi (o mortissimi, per restare in tema) a Capcom per l’incredibile lavoro di ottimizzazione del porting, che riesce a mantenere intatta tutta la terrificante magia di questo spettacolare ritorno a Raccoon City.

