Quindi, Physint non si fa più. Anzi, non lo fa più PlayStation, perché per quanto fosse ambizioso e sicuramente di prestigio a livello di immagine e nomi coinvolti, il gioco ha già bucato varie deadline e sforato il budget, facendo alterare i vertici di Sony. E parliamo di un titolo che, se tutto va bene, vedremo intorno al 2032 o giù di lì.

Ma la questione non è neanche l’abbandono di un progetto per motivazioni economiche. Accade più spesso di quello che possiamo pensare. Il problema vero è che questa è l’ennesima goccia in un vaso, la generazione PS5, che fa già acqua da tutte le parti.

La cancellazione di Physint rappresenta solo l’ultimo, clamoroso capitolo di una serie di scelte gestionali di PlayStation che definire discutibili è ormai un eufemismo. Non si tratta soltanto dell’ormai ufficializzata e dibattuta transizione verso l’abbandono dei dischi fisici, un tema destinato a far discutere ancora a lungo. Il fatto riguarda l’intera gestione sconsiderata dei PlayStation Studios sotto il comando di Hermen Hulst, un dirigente che, conti alla mano, rischia seriamente di passare alla storia nel modo più sbagliato possibile.

Nel segno di Hulst

Physint
Il poster di Physint, fonte: Sony Interactive Entertainment

Sotto la guida di Hulst, affiancato nella prima fase dall’altrettanto controverso Jim Ryan, i first party di Sony sono stati trascinati in un cambio di rotta strategico che non ha portato alcun reale beneficio al brand, condizionando l’intera generazione attuale. I risultati di questa visione aziendale sono sotto gli occhi di tutti: l’immane disastro colossale di Concord, il continuo affondare di un progetto visibilmente problematico come Marathon, e anni di lavoro letteralmente gettati al vento da studi blasonati come Naughty Dog e Bend Studio, rimasti bloccati per tempi infiniti su progetti live service poi inesorabilmente cancellati. In questo panorama desolante, l’unica vera nota lieta è stata rappresentata dall’imprevisto successo di Helldivers 2, un’eccezione isolata che non basta certo a salvare un bilancio complessivo disastroso.

In 6 anni, i PlayStation Studios hanno sfornato appena 21 titoli, compresi remake e titoli realizzati da studi esterni ma pubblicati interamente da SIE, ai quali si aggiungono altre produzioni dalla natura ibrida come Death Stranding 2: On the Beach o titoli third party inizialmente in esclusiva come Rise of the Ronin e Stellar Blade. Escludendo il primo anno di vita di PS5, che effettivamente debuttò con una buonissima line up, il numero scende a 14 giochi in 5 anni, una media decisamente preoccupante.

Il logo di PlayStation
Il logo di PlayStation, fonte: Sony Interactive Entertainment

Le decisioni di Hulst hanno finito per condizionare pesantemente un’intera generazione. Quella di PlayStation 5, sul fronte della produzione first party, si sta rivelando nettamente al di sotto delle aspettative storiche del marchio, in particolare per quanto riguarda la quantità e la varietà di titoli pubblicati. Ora, io posso capire l’amore viscerale che Hulst prova per il franchise di Horizon, quella che è a tutti gli effetti una sua creatura – era uno dei vertici di Guerrilla Games, prima di passare alla guida dell’intera baracca. Ma siamo così sicuri che Horizon sia quel franchise immenso che Hulst crede? Dopo 4 giochi, varie remastered, DLC e altro, sembra ancora oggi difficile ritenere la saga di Aloy come un universo irrinunciabile, faticando nel trovare quell’unanimità di affetto e quell’impatto culturale che ci si aspetterebbe da un pilastro aziendale.

Parallelamente, si è assistito al totale abbandono di IP storiche e amate, sacrificato in favore di operazioni commerciali ai limiti dell’incomprensibile, come il superfluo remake di The Last of Us, o quello di Until Dawn che è riuscito a peggiorare l’opera iniziale.

Nel mentre, sono arrivate anche operazioni a dir poco enigmatiche. Non torneremo sull’argomento PlayStation VR2, un dispositivo promettente che è clinicamente morto il giorno stesso della sua uscita, ma citiamo solo un nome: la remastered di Days Gone, un titolo che paradossalmente la stessa Sony aveva rinnegato e messo da parte solo qualche anno prima. Quale fosse il senso di questa operazione, a dire il vero, è ancora oggetto di dibattito.

logo bluepoint games
Il logo di Bluepoint Games

A rendere il quadro ancora più scoraggiante è la gestione dell’elemento umano e creativo all’interno degli studi. L’era PS5 verrà ricordata anche per una sequenza di chiusure e ridimensionamenti a dir poco sconcertanti. Senza andare troppo indietro nel tempo, ricordiamo la tragica parabola di Bluepoint Games, un team dal talento cristallino rovinato dall’assegnazione di un progetto mai visto, preteso con forza da Sony e poi bruscamente cestinato dalla stessa dirigenza. Allo stesso modo, figure di rilievo come Jason Blundell, figura storica di Treyarch e di Call of Duty Zombies, si sono viste chiudere in faccia la porta dopo la soppressione di ben due studi differenti. Nel frattempo, sorgono dubbi leciti anche su altre scommesse ancora in ballo, come nel caso di Fairgames: vedrà mai la luce o continuerà a prosciugare budget come il buon Beyond Good and Evil 2?

Il caso Physint rappresenta l’emblema perfetto di questa gestione allo sbaraglio. Kojima aveva presentato il gioco in pompa magna proprio al fianco di Hulst, annunciandolo come una produzione rivoluzionaria capace di unire definitivamente il mondo del cinema e quello del videogioco grazie al coinvolgimento diretto di Columbia Pictures. Vedere quel progetto abbandonato dopo anni dal primo annuncio, con ogni probabilità a causa di vendite di Death Stranding 2 non ritenute all’altezza delle sproporzionate aspettative aziendali, spinge a farsi domande profonde e inquietanti.

Le prospettive future

Until Dawn 2
Una scena di Until Dawn 2

Questo ennesimo addio lascia sul campo interrogativi enormi sul futuro e sulla visione strategica di una Sony che sta attraversando uno dei momenti più bassi di sempre in termini di popolarità e fiducia da parte della sua stessa community. Se dovessimo immaginare il 2027 di PlayStation, oltre al già annunciato Until Dawn 2 ci sono poche altre produzioni in vista. Interagalactic, magari. Forse anche un’altra piccola sorpresa, chissà. Forse quel gioco a cui Media Molecule sta lavorando da anni. E dopo? Eh, bella domanda.

Sono passati anni dall’addio di Jim Ryan, ma la gestione di Hermen Hulst, finora, è andata probabilmente peggio. Il ritorno alle esclusive console non sta pagando (i giochi del 2026 come Saros e Marvel Tokon, nonostante la qualità, hanno fatto registrare vendite da incubo), gli studi sono impantanati e stanno ancora raccogliendo i cocci dell’era live service della compagnia, e la reputazione è ai minimi storici sui social, forse anche peggio degli esordi di PS3.

Vale sempre lo stesso discorso che facciamo a ripetizione: Sony è un’azienda e guarda al profitto, e ok. Ma l’insieme di tutte queste scelte, perdonatemi, è inspiegabile. Un discorso che decade di fronte agli spaventosi numeri della console (entro fine anno quasi sicuramente ci saranno 100 milioni di PS5 in circolazione), ma che non può far altro che lasciare i giocatori, specie quelli di vecchia data, con l’amaro in bocca.

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