Al termine di Spider-Man: No Way Home, Peter Parker aveva perso tutto ciò che fino a quel momento aveva definito la sua vita: non soltanto zia May, ma anche il rapporto con MJ e Ned, ormai incapaci di ricordare la sua esistenza. Era una conclusione dolorosa e sorprendentemente radicale per un film inserito nell’universo cinematografico Marvel, perché riportava Spider-Man a una condizione essenziale: solo, anonimo, privo delle risorse e delle protezioni che avevano accompagnato la sua crescita, costretto a ricostruire da zero tanto la propria identità quanto il rapporto con la maschera.

Spider-Man: Brand New Day riparte da quella frattura e affida a Destin Daniel Cretton il compito di inaugurare una nuova fase del personaggio senza cancellare quanto accaduto. Peter è tornato a vivere nell’ombra, mentre le persone con cui aveva condiviso gli anni precedenti hanno proseguito la propria esistenza senza di lui; allo stesso tempo, la scelta di dedicarsi completamente a Spider-Man comincia a produrre conseguenze che non riguardano soltanto la sua solitudine, ma anche il rapporto con un corpo e con poteri che sembrano evolversi indipendentemente dalla sua volontà.

Il nuovo capitolo prova così a tenere insieme il peso del passato e la necessità di ridefinire il futuro di Peter Parker, riportandolo nella dimensione urbana che più naturalmente appartiene al personaggio e affiancandogli figure capaci di rifletterne paure, responsabilità e possibili derive. Una ripartenza che deve però confrontarsi anche con le esigenze di un universo narrativo ancora impegnato a ricomporre molte delle proprie linee rimaste sospese.

Spider-Man

Quattro anni dopo gli eventi di No Way Home, Peter Parker conduce un’esistenza quasi interamente assorbita dalla propria attività di Spider-Man. Il mondo ha dimenticato Peter Parker, mentre MJ e Ned hanno proseguito le loro vite senza conservare alcun ricordo dell’amico con cui avevano condiviso tante avventure. Peter continua a osservarli da lontano, combattuto fra il desiderio di tornare a farne parte e la convinzione che rivelare loro la verità significherebbe esporli nuovamente ai pericoli dai quali aveva cercato di proteggerli. Questa rinuncia lo ha però spinto a rifugiarsi sempre più profondamente nella propria identità supereroistica. Spider-Man non è più soltanto una parte della sua vita, ma rischia di diventare l’unica rimasta: una scelta che comincia ad avere conseguenze anche sul suo corpo, attraversato da una trasformazione che amplifica poteri e istinti rendendoli progressivamente più difficili da controllare. È in questo momento che una nuova e sfuggente minaccia comincia a muoversi per New York, agendo nell’ombra e perseguendo obiettivi inizialmente difficili da decifrare. L’indagine porta Peter a incrociare nuovamente le strade di MJ e Ned, ma anche quelle di Bruce Banner, Frank Castle e del Damage Control, l’organizzazione incaricata di intervenire quando individui dotati di capacità straordinarie rappresentano un potenziale pericolo per la collettività.

Brand New Day costruisce così la propria storia su due tensioni parallele: da una parte Peter deve comprendere la natura della trasformazione che sta subendo e impedire che Spider-Man cancelli definitivamente ciò che resta della sua identità privata; dall’altra deve confrontarsi con un mondo che ha dimenticato Peter Parker, ma nel quale i legami costruiti in passato sembrano lasciare tracce difficili da eliminare completamente. La prima scelta significativa del film riguarda proprio la gestione delle conseguenze di No Way Home.

Sarebbe stato semplice, e probabilmente anche molto comodo, trovare un espediente attraverso cui restituire rapidamente a MJ e Ned i ricordi perduti, annullando in pochi minuti il sacrificio con cui si era concluso il film precedente. Destin Daniel Cretton e gli sceneggiatori Chris McKenna, Erik Sommers e Justin Kuritzkes scelgono invece di non percorrere quella strada. MJ e Ned continuano a non ricordare Peter Parker, ma il film lavora sulla persistenza di una familiarità che la cancellazione magica non sembra avere eliminato completamente. Nei loro incontri riaffiorano complicità, gesti e una sintonia che non equivalgono a un recupero dei ricordi, ma impediscono anche che quei rapporti ripartano davvero da zero. Il racconto non chiarisce fino in fondo quale natura abbiano questi segnali e, probabilmente, non è ancora interessato a farlo. Più che chiudere o abbandonare l’arco narrativo, sceglie di mantenerlo in movimento: Peter torna gradualmente nelle vite di MJ e Ned, senza poter recuperare automaticamente il posto che occupava prima.

È una soluzione che preserva il peso del finale di No Way Home, evitando sia di annullarne il sacrificio sia di trasformarlo in una condizione completamente immobile. La questione rimane quindi aperta, ma non necessariamente irrisolta. All’interno di questo film viene portata avanti con una certa misura e offre alcuni dei momenti emotivamente più riusciti, soprattutto quando la familiarità fra i personaggi emerge attraverso comportamenti e affinità che precedono qualsiasi spiegazione razionale.

Il cambiamento più evidente rispetto ai precedenti capitoli con Tom Holland riguarda però la dimensione nella quale Spider-Man viene finalmente ricollocato. Peter torna a New York e il suo mondo coincide nuovamente con strade, tetti, appartamenti, criminali e persone comuni; non è più soltanto il ragazzo chiamato a inserirsi in conflitti fra Avengers, viaggi intercontinentali o collisioni fra universi differenti. È Yelena Belova (alias la nuova Vedova Nera) a riassumere bene questa distinzione quando spiega a Peter che, in quanto membro dei New Avengers, deve occuparsi delle «patate grandi» e non può aiutarlo con le sue «patate piccole».

Una battuta che definisce con sorprendente precisione la dimensione ritrovata di Spider-Man: problemi forse meno rilevanti sulla scala dell’MCU, ma legati a New York, alle sue strade e soprattutto alle persone che le abitano. È una dimensione che apparteneva naturalmente tanto alla trilogia di Sam Raimi quanto ai due film diretti da Marc Webb, ma che lo Spider-Man di Holland aveva potuto frequentare soltanto parzialmente. Brand New Day la recupera senza rinunciare alla presenza di personaggi già affermati nell’universo condiviso. La natura urbana del racconto, del resto, non dipende dalla potenza di chi vi prende parte, ma dal luogo, dalla scala emotiva e dal modo in cui il conflitto si sviluppa all’interno della città.

Persino il coinvolgimento di Bruce Banner e Hulk, che sulla carta avrebbe potuto sembrare l’ennesimo inserimento dettato dalla necessità di collegare il film al resto dell’MCU, trova una funzione precisa. Banner diventa per Peter un precedente attraverso cui comprendere la propria trasformazione: entrambi temono che una parte incontrollabile della loro natura possa prendere il sopravvento ed entrambi cercano un modo per contenerla. Il confronto fra i due non serve quindi soltanto a costruire una delle sequenze d’azione più spettacolari del film; diventa anche un passaggio attraverso cui Peter cerca di comprendere cosa gli stia accadendo e come convivere con una natura che non può limitarsi a respingere.

Peter Parker

La mutazione di Peter rappresenta uno degli elementi più solidi di Brand New Day. Dopo quanto accaduto, il ragazzo ha cercato di cancellare progressivamente la propria identità privata, rifugiandosi nella missione di Spider-Man perché indossare la maschera appare più semplice che affrontare ciò che resta della sua vita. Il corpo, però, reagisce a questa rimozione: i sensi si amplificano, gli istinti diventano più aggressivi e la componente ragnesca sembra pretendere uno spazio sempre maggiore.

Il cambiamento fisico non è quindi soltanto un espediente attraverso cui offrire al personaggio nuove capacità, ma la manifestazione di un conflitto che Peter continua a rifiutarsi di affrontare. La distinzione fra l’uomo e la maschera, già centrale nei precedenti film, viene qui rovesciata: non è più Peter a temere che il mondo scopra Spider-Man, ma Spider-Man a rischiare di divorare completamente ciò che rimane di Peter Parker.

Attorno a questo tema si sviluppa quello più ampio del controllo, che attraversa quasi ogni componente del racconto. Peter cerca di contenere la propria trasformazione; Banner convive con la paura di perdere il dominio su Hulk; il Damage Control trasforma la preoccupazione per gli individui dotati di capacità straordinarie in una giustificazione per rivendicare un’autorità sempre più invasiva; il misterioso personaggio interpretato da Sadie Sink rappresenta a sua volta una natura potente che gli altri cercano di comprendere e contenere.

Il Damage Control non è dunque un semplice apparato di contorno, ma l’espressione istituzionale della paura del diverso: un’organizzazione che presenta il controllo come una necessità collettiva, rendendo progressivamente più ambiguo il confine fra protezione e repressione. Sono temi che appartengono da sempre a una parte importante dell’universo Marvel, ma che il film riesce a legare alla condizione di Peter senza farli apparire completamente estranei. Spider-Man e il personaggio di Sadie Sink condividono infatti una posizione simile: entrambi possiedono capacità che possono renderli pericolosi, entrambi rischiano di perdere il controllo ed entrambi vivono in un mondo disposto ad accettarli soltanto fino a quando i loro interessi coincidono con quelli delle istituzioni.

In questo quadro si inserisce anche Frank Castle, interpretato ancora una volta da Jon Bernthal. Punisher incarna una possibile deriva di Peter: un uomo che ha lasciato che la propria missione occupasse quasi interamente la sua esistenza, arrivando a concepire la giustizia soprattutto attraverso la violenza e la vendetta. Il contrasto fra i due alimenta alcune delle scene più divertenti del film. L’umorismo non nasce dalla necessità di interrompere artificialmente la tensione con una battuta, ma dalla distanza fra due personaggi che interpretano la responsabilità, la giustizia e persino il concetto di soluzione in maniera completamente opposta.

Frank non rimane soltanto una spalla comica e Bernthal riesce a restituirgli una dimensione umana senza addolcirlo. Rimane tuttavia meno determinante di quanto l’idea di partenza avrebbe potuto suggerire: la possibilità che Castle rappresenti il futuro di un Peter divorato interamente dalla propria missione è riconoscibile, ma non si traduce in una scelta del protagonista chiaramente dipendente dal loro confronto. Funziona molto bene come contraltare e compagno occasionale, meno come figura realmente decisiva nella sua evoluzione.

È soprattutto in questa lunga fase centrale che Brand New Day trova il proprio equilibrio migliore. Azione, introspezione e umorismo si alternano con naturalezza, mentre i personaggi che entrano nella vita di Peter non vengono percepiti soltanto come collegamenti con il resto dell’universo Marvel, ma come differenti riflessi della sua condizione. Il film procede con una fluidità che rende poco avvertibile anche una durata tutt’altro che contenuta, affidandosi tanto alla fisicità degli scontri quanto ai momenti più raccolti.

New York

Il problema emerge nel passaggio verso il terzo atto, quando il film modifica improvvisamente il proprio funzionamento. Peter continua a guidare materialmente l’azione, ma il racconto rallenta per ricostruire un passato, chiarire le motivazioni dell’antagonista, definire il ruolo del Damage Control e preparare il conflitto conclusivo. Quanto fino a quel momento era stato suggerito attraverso incontri, combattimenti e relazioni viene ora esposto in maniera molto più diretta.

Alcune informazioni avrebbero certamente potuto essere condensate o affidate maggiormente allo spettatore, ma il vero problema riguarda l’intero cambio di passo: il racconto concentra sempre più spazio sui retroscena e sulle motivazioni dell’antagonista, l’umorismo si dirada e il film comincia a far percepire un minutaggio che nelle parti precedenti era trascorso con grande naturalezza. È proprio in questo segmento che Brand New Day mostra la propria difficoltà nel conservare fino alla fine la stessa fluidità con cui aveva tenuto insieme personaggi, temi e registri differenti.

A traghettare la storia verso il climax è inoltre una svolta investigativa poco convincente. Il ragionamento attraverso cui Peter arriva a comprendere la reale natura del conflitto si fonda su una connessione che il film presenta come decisiva, ma che non appare davvero sostenuta dalle regole stabilite fino a quel momento. Senza entrare nei dettagli, per non compromettere una delle rivelazioni principali, la sceneggiatura sembra piegare le informazioni disponibili alle necessità della trama, chiedendo allo spettatore di accettare un passaggio logico più funzionale che persuasivo.

Anche alcuni antagonisti secondari risentono di questa impostazione funzionale. Presenze valorizzate dalla comunicazione promozionale rimangono poco più che strumenti necessari a muovere la storia o a fornire avversari adeguati alle sequenze d’azione. Il caso più evidente è quello della Mano, inserita senza che la sua identità, la sua autonomia o la sua mitologia assumano un peso reale: più manovalanza riconoscibile che autentica forza all’interno del conflitto. Non sarebbe stato necessario dedicare maggiore spazio all’organizzazione, soprattutto considerando la quantità di linee narrative già presenti; proprio per questo, però, il modo in cui viene utilizzata contribuisce alla sensazione che il film abbia accumulato elementi dei quali non sapeva realmente cosa fare oltre la funzione immediata.

Il rallentamento della parte conclusiva non cancella quanto ha funzionato fino a quel momento, né trasforma retroattivamente Brand New Day in un film fallimentare. Gli impedisce però di arrivare alla conclusione con la stessa precisione dimostrata nella costruzione del percorso, lasciando la sensazione di un racconto che, dopo avere tenuto insieme con sicurezza numerosi elementi, finisca per perdere gradualmente il controllo del proprio ritmo.

In conclusione

Uscendo dalla sala, mi è difficile dire di non aver apprezzato Spider-Man: Brand New Day. Per buona parte della sua durata è coinvolgente, divertente e capace di alternare con naturalezza azione e introspezione, riportando finalmente lo Spider-Man di Tom Holland in una New York che non sia soltanto lo sfondo di minacce più grandi, ma il vero spazio emotivo e narrativo del personaggio. La mutazione offre a Peter un conflitto personale credibile; Hulk viene utilizzato con una funzione precisa; Frank Castle costruisce con lui un rapporto brillante e la gestione di MJ e Ned evita saggiamente di annullare in pochi minuti le conseguenze di No Way Home. Anche il Damage Control riesce a rappresentare con chiarezza la paura istituzionalizzata del diverso e la tendenza a giustificare forme sempre più invasive di controllo attraverso la promessa della sicurezza.

Il terzo atto non cancella questi meriti e non rovina il film, ma ne riduce l’efficacia complessiva. Il cambio di ritmo, l’aumento delle spiegazioni e una svolta narrativa poco convincente impediscono al racconto di arrivare alla conclusione con la stessa naturalezza con cui aveva costruito il proprio percorso. Un finale più saldo avrebbe certamente reso il film più compatto, ma non ne avrebbe cancellato tutti i limiti. Restano alcune semplificazioni, personaggi utilizzati soprattutto in funzione della trama e una struttura costretta a conciliare il percorso di Peter con la preparazione del futuro dell’MCU.

Rimane comunque un capitolo positivo, spesso riuscito e capace di ricordare perché Spider-Man funzioni meglio quando le sue battaglie più importanti non riguardano necessariamente la salvezza dell’universo. Il titolo promette un nuovo giorno e il film offre certamente un cambiamento, ma non una rinascita completa. Peter ha iniziato a ridefinire il rapporto con la maschera, con la città e con ciò che ha perduto; quanto di questo percorso appartenga davvero a lui e quanto serva invece a predisporre la prossima fase dell’universo Marvel resta la domanda che Brand New Day consegna al proprio pubblico.

VERDETTO FINALE

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Un ritorno urbano, divertente e sorprendentemente personale per lo Spider-Man di Tom Holland, penalizzato però da un terzo atto più macchinoso e meno fluido.

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