Per oltre un anno è stata una delle campagne più discusse del mondo videoludico. Più di 1,3 milioni di cittadini europei hanno firmato l’iniziativa Stop Killing Games, chiedendo all’Unione Europea di intervenire per impedire ai publisher di rendere inutilizzabili i videogiochi una volta terminato il supporto ufficiale. Una mobilitazione senza precedenti che, però, ha ricevuto una prima risposta negativa da parte della Commissione Europea.
La decisione, analizzata anche dallo YouTuber Zergantis in un recente approfondimento, ha inevitabilmente deluso molti sostenitori del movimento. Tuttavia, la storia potrebbe essere tutt’altro che conclusa, perché gli organizzatori hanno già annunciato la prossima mossa.
L’iniziativa Stop Destroying Videogames, parte del movimento più ampio Stop Killing Games, chiedeva all’Europa di introdurre una normativa che obbligasse gli editori a lasciare i videogiochi in uno stato funzionante anche dopo la fine del supporto ufficiale. L’obiettivo era evitare casi come quello di The Crew, il titolo Ubisoft diventato completamente inutilizzabile dopo la chiusura dei server, nonostante fosse stato acquistato regolarmente da milioni di giocatori.
Secondo quanto comunicato dalla Commissione Europea il 16 giugno 2026, però, non verrà proposta una legge che imponga questo obbligo. Bruxelles ritiene infatti che un intervento di questo tipo potrebbe entrare in conflitto con il diritto dei publisher di gestire le proprie proprietà intellettuali, lasciando quindi alle aziende la possibilità di decidere quando interrompere definitivamente il supporto ai propri prodotti.
Questo, però, non significa che l’Europa abbia completamente ignorato le richieste dei cittadini. Al posto di una normativa vincolante, la Commissione ha annunciato l’intenzione di lavorare insieme all’industria per definire un codice di condotta volontario, che dovrebbe essere sviluppato entro la fine del 2026. Si tratterebbe di una serie di linee guida condivise con publisher e sviluppatori, senza però introdurre nuovi obblighi di legge.
Come sottolinea anche Zergantis nel suo video, questa risposta era stata in parte prevista dal fondatore del movimento, Ross Scott, creatore della campagna Stop Killing Games. Già nei mesi scorsi Scott aveva spiegato che convincere direttamente la Commissione Europea sarebbe stato estremamente difficile e che il vero obiettivo era un altro: utilizzare il sostegno popolare per portare la questione direttamente all’interno del Parlamento Europeo.

Ed è proprio qui che potrebbe arrivare il colpo di scena. Secondo quanto riportato dal movimento, l’intenzione è quella di presentare alcuni emendamenti al futuro Digital Fairness Act, il pacchetto legislativo europeo dedicato ai diritti dei consumatori nel mondo digitale. L’iniziativa potrebbe già contare sull’appoggio di 45 europarlamentari, un elemento che lascia aperta la possibilità di una nuova discussione politica nei prossimi mesi.
Al centro del dibattito c’è una domanda sempre più attuale: che cosa significa davvero acquistare un videogioco? Quando compriamo una copia digitale o fisica, stiamo diventando proprietari del prodotto oppure stiamo semplicemente ottenendo una licenza d’uso destinata a scadere nel momento in cui il publisher decide di interromperne il funzionamento?
È proprio questo il tema che ha trasformato Stop Killing Games in un fenomeno internazionale. Per molti giocatori il problema va ben oltre il singolo caso di The Crew e riguarda il futuro della conservazione dei videogiochi, della tutela dei consumatori e della possibilità di continuare ad accedere ai titoli acquistati anche a distanza di molti anni.
Naturalmente esistono anche le ragioni dell’industria. Mantenere server online, aggiornare software ormai obsoleti o modificare giochi costruiti attorno a servizi live può comportare costi molto elevati, soprattutto quando la base di utenti diventa ridotta. È proprio questo equilibrio tra diritti dei consumatori e libertà delle aziende che rende il tema così complesso.
Per il momento, quindi, Stop Killing Games non ha ottenuto la legge che sperava, ma parlare di sconfitta definitiva sarebbe probabilmente prematuro. La risposta della Commissione Europea rappresenta soltanto il primo passaggio di un percorso politico che potrebbe proseguire nei prossimi mesi all’interno del Parlamento Europeo.
La battaglia, insomma, è ancora aperta. E se il tema dovesse davvero entrare nel dibattito sul Digital Fairness Act, il modo in cui acquistiamo e possediamo i videogiochi potrebbe cambiare molto più di quanto sembri oggi.

