Diciamolo subito: quando hanno annunciato uno spin-off animato di Stranger Things, la mia prima reazione è stata un misto di curiosità e scetticismo. Un’altra serie nell’universo di Hawkins? Un altro tentativo di tenere in vita un franchise che con la quinta stagione aveva già detto tutto quello che aveva da dire? Ma poi, innanzi ai primi fotogrammi degli episodi Storie dal 1985, la magia sembrava essere ritornata. La tecnica di animazione, nel suo essere particolare, è riuscita a catturare il mio interesse. Non la definirei “bella”, piuttosto con uno stile che ha personalità propria e non si limita a “copiare” la serie madre.

Storie dal 1985 entra nel catalogo Netflix a partire dal 23 aprile 2026 e si inserisce, nel continuum della serie madre, tra la seconda e la terza stagione. È un buco temporale che i fratelli Duffer non avevano mai esplorato e che adesso viene riempito con una storia inedita, nuovi mostri e qualche risposta a domande che i fan si facevano da anni.

Le origini del progetto

Tutto parte dal novembre 2025, quando Netflix ha presentato il progetto in occasione dello Stranger Things Day. I fratelli Duffer erano presenti con un video in cui spiegavano le loro intenzioni: non un semplice gadget promozionale ma un’espansione autentica della mitologia di Hawkins.

Lo showrunner è Eric Robles (Glitch Techs, Zombie Brothers, Fanboy & Chum Chum ), nome noto nell’animazione americana, affiancato in produzione da Shawn Levy (Stranger Things, Deadpool & Wolverine, The Perfect Couple). Lo studio che si occupa dell’animazione è l’australiano Flying Bark Productions, già noto per aver lavorato su progetti di buon livello nel panorama dell’animazione occidentale come 100% lupo (2020) e il sequel 200% lupo (2024).

La scelta della CGI è interessante: non il classico 2D di derivazione anni Ottanta. La decisione è ricaduta su un qualcosa di più tridimensionale, con un look che ricorda certi cartoni animati americani degli anni Novanta ma con una pulizia e una cura nei dettagli che tradisce un budget importante. Hawkins sotto la neve ha un’atmosfera precisa, i personaggi sono riconoscibili ma ringiovaniti, quasi alleggeriti rispetto alle versioni adulte e consumate della stagione finale (probabilmente anche per rientrare nell’ordine di un prodotto di animazione dedicato ai dei minori di 10 anni sotto supervisione genitoriale)

La storia: inverno 1985, Hawkins dorme (o almeno ci prova)

stranger things storie dal 1985

Il setting è quello dell’inverno del 1985. Dopo gli eventi della seconda stagione la città sembra essersi stabilizzata, con il Sottosopra è in apparente silenzio e i ragazzi che stanno cercando di tornare alla loro normalità ormai perduta. Mike, Will, Dustin, Lucas, Undici e Max: tutti presenti, tutti in quella fase strana dell’adolescenza in cui ti ritrovi a fare le battaglie di palle di neve e qualche partita a D&D sperando che il mondo non esploda di nuovo.

Ma ovviamente qualcosa esplode lo stesso. Sotto quella coltre di neve si è risvegliato qualcosa. Potrebbe venire dal Sottosopra, dal laboratorio di Hawkins o da un luogo che ancora non conosciamo (addirittura inedito per la serie madre o rimasto nel limbo delle domande in sospeso). Ed è qui che la serie ha il suo punto di forza più interessante: la libertà narrativa. Inserendosi in uno spazio temporale non ancora raccontato, gli autori possono muoversi con più agio, senza dover rispettare contraddizioni con eventi già visti o corto circuiti narrativi.

Ci sono anche nuovi personaggi, voci inedite e creature che non abbiamo mai visto. La scelta del cast vocale potrebbe, all’apparenza, sembrare controversa: non ci sono gli attori originali. Essendo un progetto parallelo, con una propria identità, la scelta è comprensibile sia da un punto di vista artistico che contrattuale.

La scelta dell’animazione

stranger things storie dal 1985

Il rischio con questo tipo di prodotti è sempre lo stesso, ovvero un more of the same a basso costo. La versione animata di un franchise noto finisce spesso per essere una versione semplificata dell’originale, con meno tensione, meno spessore, più colori vivaci e qualche battuta di troppo. Stranger Things ha sempre giocato su una tensione narrativa precisa: quell’equilibrio tra la leggerezza dell’infanzia e la minaccia oscura che incombe sul destino dell’umanità. Sbilanciarsi in un senso o nell’altro potrebbe risultare fatale in ottica derivativa.

Vi dirò, Flying Bark ha ben interpretato questo equilibrio. Gli episodi sono caratterizzati da momenti di vera tensione ed altri di spensierata vita adolescenziale. L’atmosfera invernale di Hawkins non è resa come uno scenario da cartolina ma come qualcosa di più ambiguo: la neve nasconde le cose, il buio si fa più fitto, e le creature che emergono non sono simpatiche mascottine ma qualcosa di genuinamente inquietante.

L’animazione intensifica l’aspetto horror e fantastico in modo che il live action non potrebbe fare con lo stesso budget. Un mostro animato può avere proporzioni impossibili, movimenti che la CGI applicata su attori reali non raggiungerebbe mai senza sembrare posticcia. E questa libertà viene sfruttata bene.

Le scommesse più grandi

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La scommessa più grossa è sul pubblico di riferimento. Stranger Things ha costruito la sua fanbase su un’esperienza live action: volti reali, attori che sono cresciuti davanti alle telecamere insieme alla storia ed una fotografia precisa. Passare all’animazione è un salto non banale. I fan più giovani magari ci salteranno dentro senza problemi, magari anche trascinati da qualche parente più grande già “infognato” per gli eroi di Hawkins. Questi ultimi, però, potrebbero fare più fatica ad affezionarsi alle versioni animate dei loro personaggi preferiti.

C’è poi la questione della durata. La stagione iniziale è composta da dieci episodi e Netflix ha già confermato l’intenzione di andare avanti con una seconda stagione. Questo suggerisce, senza obra di dubbio, che il progetto è pensato per durare nel tempo ma anche che la prima stagione dovrà essere abbastanza convincente da giustificare la continuazione. Il pericolo vero è la sensazione che la serie possa soccombere sotto il peso della serie madre, finendo per diventare un “prodotto di riempimento”.

Il contesto più grande: dove va il franchise

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Stranger Things si è conclusa con la quinta stagione e su questo non ci sono dubbi, ma il franchise è tutt’altro che finito. Netflix non lascia andare mica un IP così rilevante senza avere un piano e Storie dal 1985 è il primo tassello di una strategia che punta a espandere l’universo di Hawkins attraverso formati alternativi. C’è già il prequel teatrale Stranger Things: The First Shadow che ha girato i palcoscenici di mezzo mondo. Probabilmente arriveranno altri progetti, senza escludere qualcosa in ambito videoludico.

L’animazione è uno strumento perfetto in questa logica. Costa meno del live action, permette di raccontare storie che altrimenti sarebbero impossibili dal punto di vista produttivo e si adatta ad un pubblico più giovane
(senza tagliare fuori quello storico).

Che piaccia o no ammettere, è una tendenza che abbiamo già visto funzionare altrove. Star Wars ha costruito alcune delle sue storie più interessanti degli ultimi anni proprio in animazione, con serie come The Clone Wars e Rebels che hanno aggiunto profondità alla saga più di certi film. Non è detto che Stranger Things faccia lo stesso percorso ma l’esempio dimostra che la strada è praticabile, anche se ci vuole il giusto tempo – ed una buona dose di fiducia – per attecchire.

Il verdetto

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Sì. E lo dico senza troppo entusiasmo da fanboy ma con la sincerità di chi ha passato anni con questi personaggi. Storie dal 1985 non sostituirà mail il live action e non è quello il suo obiettivo. Nel suo piccolo riesce a costruire qualcosa di autentico in quella zona grigia ancora inesplorata. Dategli fiducia e non esitate a guardarla con i vostri figli, la fiamma della curiosità non mancherà ad accendersi in loro.

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Non scrivo di videogiochi solo per passione, ma anche per lasciare una traccia da seguire ai posteri. Genere preferito? Non saprei, amo uscire sistematicamente dalla mia zona di comfort e mettermi in discussione. Vado matto per gli Speciali, ma non so resistere al fascino delle Recensioni: dannato egocentrismo.