Ci sono giochi che arrivano accompagnati da aspettative precise. Sai già cosa aspettarti, quali caselle andranno a occupare e quale spazio ritaglieranno all’interno del panorama contemporaneo. Poi ce ne sono altri che, pur partendo da coordinate apparentemente familiari, riescono a sorprenderti proprio perché ti ricordano qualcosa che avevi dimenticato. Nel caso di The Adventures of Elliot: The Millennium Tales, quel qualcosa è il piacere puro dell’avventura.

Negli ultimi anni Square Enix ha attraversato una fase di trasformazione piuttosto interessante. Da una parte ha continuato a investire sui grandi nomi capaci di sostenere economicamente l’azienda, dall’altra ha dimostrato una crescente volontà di sperimentare con il proprio patrimonio creativo. Il progetto HD-2D, nato quasi come un raffinato esercizio stilistico, si è progressivamente trasformato in un vero e proprio laboratorio identitario. Da Octopath Traveler a Triangle Strategy, passando per Live A Live e i remake di Dragon Quest, quel particolare linguaggio estetico è diventato qualcosa di più di un semplice marchio grafico.

Con The Adventures of Elliot: The Millennium Tales, però, Square Enix compie forse il passo più interessante. Prende una tecnologia ormai consolidata, la sposta fuori dalla sua zona di comfort e la utilizza per costruire un action RPG che ha il coraggio di guardare al passato senza diventarne prigioniero.

Elliot entra in un portone blu in The Adventures of Elliot: The Millennium Tales

Oltre le similitudini

I paragoni con The Legend of Zelda sono inevitabili e, probabilmente, persino previsti dagli stessi sviluppatori. Sarebbe inutile fingere il contrario. L’esplorazione dall’alto, l’uso degli strumenti, le strutture dei dungeon e la centralità della scoperta evocano immediatamente un certo immaginario costruito negli anni Novanta. Eppure, ridurre The Adventures of Elliot a un semplice “Zelda-like” sarebbe profondamente ingeneroso. Perché quello che emerge giocandolo è un’identità molto più sfaccettata.

La storia prende il via nel Regno di Huther, ultimo baluardo dell’umanità in un continente ormai dominato dalle tribù bestiali e protetto da una barriera magica. Elliot, giovane avventuriero animato da una curiosità quasi ingenua, si ritrova coinvolto insieme alla fata Faie in un viaggio destinato ad attraversare mille anni di storia. Una premessa che potrebbe facilmente trasformarsi in un pretesto narrativo e che invece il gioco sfrutta per dare peso alle proprie ambientazioni.

L’idea di attraversare epoche differenti utilizzando le stesse aree geografiche è una delle intuizioni più riuscite dell’intera produzione. Vedere un luogo prospero trasformarsi in una rovina o osservare una comunità piegata dal tempo dopo averla conosciuta nel suo momento di massimo splendore genera un senso di continuità storica sorprendentemente efficace. Il mondo di gioco acquista profondità non tanto per le sue dimensioni, quanto per la stratificazione che riesce a costruire.

Ed è proprio questa sensazione di mondo vissuto a sostenere gran parte dell’esperienza.

Dialogo di Elliot in The Adventures of Elliot: The Millennium Tales

Un gioco libero e intuitivo

Dal punto di vista del gameplay, The Adventures of Elliot riesce nell’impresa più difficile: essere immediatamente leggibile senza diventare superficiale. Elliot dispone di un arsenale che si amplia progressivamente attraverso il viaggio. Spade, archi, lance, boomerang e altri strumenti offensivi possiedono caratteristiche specifiche e possono essere ulteriormente personalizzati attraverso il sistema di Magicite. Non si tratta semplicemente di assegnare numeri più alti alle statistiche, bensì di costruire approcci differenti al combattimento.

C’è spazio per chi preferisce mantenere le distanze e studiare il nemico, così come per chi ama buttarsi nella mischia sfruttando la mobilità e il tempismo. La rapidità con cui è possibile alternare gli strumenti rende il combattimento dinamico, quasi istintivo, senza sacrificare quella componente strategica che da sempre accompagna le produzioni Square Enix.

Anche Faie si rivela molto più di una semplice mascotte narrativa. Le sue abilità entrano continuamente in dialogo con il level design e con la risoluzione degli enigmi. Manipolare elementi ambientali, utilizzare specifici poteri per superare ostacoli o reinterpretare spazi già visitati conferisce ai dungeon una personalità precisa. Non è mai una questione di semplici corridoi disseminati di nemici. Piuttosto, di ambienti costruiti attorno all’idea di scoperta.

Ed è forse proprio questo l’elemento che più colpisce.

Combattimento sulla neve in The Adventures of Elliot: The Millennium Tales

Il coinvolgimento del giocatore

The Adventures of Elliot sembra ricordarsi costantemente di essere un videogioco d’avventura. Non ha paura di rallentare il ritmo per lasciare spazio alla curiosità. Invita il giocatore a osservare, a sperimentare, a infilarsi in una deviazione apparentemente secondaria solo per vedere cosa ci sia oltre. In un’epoca in cui molti open world sembrano terrorizzati dall’idea che il giocatore possa annoiarsi per qualche secondo, questa fiducia nel piacere dell’esplorazione appare quasi rivoluzionaria.

Anche le boss battle dimostrano una notevole maturità progettuale. Le loro dinamiche sfruttano gli strumenti accumulati fino a quel momento, obbligano a leggere il comportamento dell’avversario e trasformano ogni scontro in una sorta di verifica delle competenze apprese. La spettacolarità non nasce dall’eccesso visivo, ma dalla capacità di intrecciare meccaniche e ritmo.

Naturalmente non tutto è perfetto. Faie, nelle prime versioni mostrate al pubblico, tendeva a intervenire con una frequenza talvolta eccessiva, rischiando di trasformare il supporto in invasività. Square Enix ha dimostrato una certa attenzione nei confronti del feedback ricevuto, introducendo opzioni per gestire la frequenza dei suoi interventi. Alcuni momenti conservano comunque una leggera tendenza all’accompagnamento eccessivo, soprattutto per chi ama sentirsi completamente abbandonato all’interno del mondo di gioco.

Ma si tratta di piccole increspature all’interno di un’esperienza che riesce costantemente a trasmettere entusiasmo.

Cutscene dove Elliot e altri personaggi si trovano in una foresta secca, con un grande fiore alle spalle

The Adventures of Elliot è una delizia

Sul piano artistico il risultato è semplicemente straordinario. L’HD-2D raggiunge qui una delle sue espressioni più convincenti. La gestione della luce, la profondità degli scenari, la ricchezza degli effetti atmosferici e il lavoro sulle animazioni dimostrano quanto questo linguaggio abbia ancora margini di evoluzione. Non è nostalgia fine a sé stessa. È la ricerca di un punto d’incontro tra memoria e contemporaneità.

Anche la colonna sonora accompagna magnificamente il viaggio, alternando leggerezza e tensione con una sensibilità quasi artigianale. Le melodie più intime lasciano spazio a composizioni più epiche nei momenti chiave, sostenendo emotivamente la progressione senza mai sovrastarla.

Alla fine dell’avventura, la sensazione dominante è una sola: gratitudine. Perché The Adventures of Elliot: The Millennium Tales riesce a ricordare quanto il concetto stesso di avventura possa essere ancora straordinariamente efficace quando viene affrontato con sincerità, competenza e fiducia nel proprio pubblico. Non cerca disperatamente di reinventare il genere. Non rincorre l’ossessione contemporanea per la grandezza a ogni costo. Semplicemente prende una tradizione precisa, la comprende fino in fondo e decide di farla evolvere con rispetto e consapevolezza.

Visuale dall'alto di Elliot che esplora una città in The Adventures of Elliot: The Millennium Tales

È un gioco che sorride spesso. Che si concede il lusso della leggerezza senza diventare banale. Che costruisce meraviglia attraverso il dettaglio, il ritmo e la curiosità. E forse è proprio questa la sua qualità più grande.

In un mercato che troppo spesso confonde la complessità con la profondità e la quantità con l’ambizione, The Adventures of Elliot sceglie di ricordarci perché ci siamo innamorati dei videogiochi d’avventura. Per il desiderio di vedere cosa c’è oltre quella porta. Per la soddisfazione di risolvere un enigma apparentemente impossibile. Per l’emozione di attraversare un mondo che sembra custodire ancora dei segreti.

E quando un videogioco riesce a restituirti quella sensazione, il viaggio vale già il prezzo del biglietto.

IL VERDETTO FINALE

0

Una solida, curiosa, meravigliosa avventura.

Condividi.