Tomodachi Life: Una vita da sogno, non è un videogioco divertente. E dopo un’affermazione clickbait, con una dichiarazione d’intenti più controversa di chi va in giro a dire di essersi divertito a guardare il film di Super Mario Galaxy, seguirà una lunga spiegazione del perché, in verità, non è esattamente così.

Immaginate di avere una tela bianca, una ricca tavolozza di colori ad olio, un set completo di strumenti per dipingere ed un bel tutorial di Bob Ross che dice passo passo cosa fare per ottenere un bel dipinto. Questa è l’esperienza di gioco confezionata dal team di sviluppo. Un kit di lusso con cui realizzare capolavori, se si ha il talento. In questi giorni, i social si sono riempiti di decine di clip di streamer e youtuber che hanno creato Mii assurdi, gli han fatto dire le peggio oscenità, creando le situazioni più irreali, e semplicemente divertenti. E da qui, correggiamo la mia affermazione: non è (solo) il gioco ad essere divertente, siamo noi giocatori a renderlo memorabile.

La libertà più totale

La giustizia deve fare il suo corso

Per continuare è necessario continuare a smontare la dichiarazione d’intenti. È ovvio che la simpatia, l’ingegno e la creatività dei giocatori non bastino a rendere divertente quest’ultimo capitolo della saga. Il gioco è furbo nel creare situazioni intriganti tra i Mii, cercando di sfruttare al meglio tutto ciò che gli forniamo, come i dettagli della loro personalità, o i legami tra di loro. E lo fa architettando numerose scenette che in un modo o nell’altro, funzionano. La totale assenza della pesante censura della Grande N è la chiave di questo successo. Da il via libera ai giocatori di potersi sfogare nella maniera più creativa, in un George Orwell Simulator assurdo e senza freni.

Okay, forse tra i colleghi la citazione a “1984” sarà stata parecchio abusata. Ma è questa la parte interessante: a differenza dell’opera, i Mii vedono il giocatore come una presenza positiva, perfino necessaria. Siamo essenziali per l’ecosistema del gioco, sebbene non siamo né onnipresenti e distanti come in un The Sims, né presenti fisicamente in prima persona come in Animal Crossing o Cult of the Lamb. Ci posizioniamo esattamente a metà. La sensazione è quella di gestire una coloratissima colonia di topi, che hanno però sviluppato una coscienza propria, e sono felici di restare in gabbia. Se volete giocare a fare il Dio, probabilmente dovete procurarvi una copia del gioco al più presto.

La “libertà più totale” in verità non è illimitata: anche in questa utopia bisogna avere a che fare con il fattore soldi. Questa funzione di gameplay è ben bilanciata. Da una parte rallenta il gameplay e frena i giocatori dall’abusare di costruzioni, vestiti e quant’altro. Dall’altra però all’inizio del gioco non sono tanti i soldi disponibili, e se si creano troppi Mii le esigenze necessarie superano le finanze disponibili. Fortunatamente il gioco, come una nonna a Natale, è generoso a rifilare qualche soldino per arrivare a cifra tonda, quando arriva una spesa necessaria di trama. Grazie a questo fattore, la paura di rimanere al verde non è quasi mai presente, ma rimane sempre il fattore freno dallo svuotare il negozio dei vestiti.

Rimane un gioco lento

Anche l’innocente Anya Forger è stata corrotta dal vil denaro

Nonostante le grandi lodi, bisogna anche prendere atto di una caratteristica pesante come un macigno: è un gioco parecchio lento. Non che sia necessario fare a gara per arrivare ad ottenere una società autosufficiente ricca di personaggi anime e figure storiche (discutibili?) che interagiscono tra di loro parlando di argomenti osceni. Ma la lentezza di alcune situazioni talvolta va oltre il cozy, e fa scivolare la situazione verso il noioso. Ad esempio, come detto prima, ogni singolo Mii richiede molte attenzioni, tra cibo, vestiti ed esigenze varie. Forse anche troppe attenzioni. Inoltre, la maggioranza dei i dialoghi sono molto lenti, specie se si ha impostato una velocità bassa di voce al Mii di turno. Ma forse la cosa più grave è che tra le numerose scenette divertenti che possono capitare, molte sono semplicemente piatte. Non fanno né ridere né danno nuove particolarità ai Mii. Semplicemente accadono, come accade una qualsiasi situazione di vita quotidiana.

La grande sfortuna di Tomodachi Life: Una vita da sogno, è che capita dopo l’uscita di forse il miglior gioco Pokémon degli ultimi 15 anni, e dopo il grande aggiornamento per Switch 2 di Animal Crossing: New Horizons. Questi tre titoli hanno parecchi elementi in comune, e sono usciti tutti a pochi mesi di distanza. Arrivati oramai alla terza esclusiva Nintendo che ricalca i fattori “gestione abitanti”, “costruzione case” “soddisfazione di esigenze in generale”, seppur diverso e più concentrato su altri fattori, i momenti in cui bisogna avere a che fare con i bisogni dei Mii risultano noiosi e ridondanti.

La continua evoluzione è sbalorditiva

Alla fine hanno fatto amicizia

L’immenso pregio di questo titolo, è la capacità di realizzazione del potenziale. Il Mii, una volta creato, inizia un percorso di costante crescita: ogni giorno, poco a poco, la sua personalità si evolve e si adatta agli altri Mii. E lo stesso discorso vale per i rapporti tra gli abitanti, ma anche per l’isola stessa, che si adatta e si modella anche e soprattutto al nostro volere. Possiamo inventare slang forzando il vocabolario dell’isola, introdurre abitudini surreali per determinati personaggi, creare cibi, abiti, modificare strade e paesaggio.

Il tutto grazie ad una distribuzione in livelli degli obbiettivi che è assurdamente precisa e coerente con gli sforzi fatti dal giocatore, distribuendo generose ricompense per ogni piccolo traguardo raggiunto. Persino i Mii stessi possono ricompensare il giocatore in momenti randomici, aggiungendo elementi come panchine, strade e quant’altro senza preavviso o aumento di livello. E così, poco a poco sbucano le boutique, il ristorante, il negozio di arredamento e così via. Tutti elementi che arricchiscono, in maniera continua e inarrestabile l’esperienza di gioco. Così tanto, che il potenziale diventa praticamente infinito.

Ogni elemento si aggiunge e mescola con i precedenti, non risultando mai di troppo. L’unica pecca, come detto in precedenza, è il rischio che non tutti gli ingredienti si mescolino in maniera del tutto omogenea, risultando nel peggiore dei casi in scene piatte e senza senso. Ma è proprio questo il punto cruciale: la noia, se arriva, arriva solo dalla lentezza o dalla piattezza della singola situazione che si crea, e non dall’insieme obsoleto e surreale del tutto, punto di forza del gioco. In parole povere: anche se la ciambella non è uscita col buco, rimane comunque buona da mangiare.

Il verdetto

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"Mii, che giocone!"

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Videogiocatore, recensore e tenero amante.