Trent’anni dopo il capostipite del 1995, la saga Pixar più amata di sempre si prepara a tornare sul grande schermo con Toy Story 5, che abbiamo visto in anteprima durante un evento di presentazione ufficiale, in compagnia del direttore creativo dei Pixar Animation Studios, Pete Docter, e della produttrice Lindsey Collins. I due hanno incontrato la stampa subito dopo la proiezione della pellicola, insieme ad alcuni membri selezionati del cast di voci italiane, nello specifico Gianluca Gazzoli (Bullseye), Federico Basso (Smarty Pants), Katia Follesa (Lilypad), Ilaria Stagni (Jessie) e Sal Da Vinci (Pizza cu ‘e llente).

In conclusione di questo pezzo, vi proporremo alcuni estratti interessanti dalla conferenza stampa con i summenzionati. Prima, però, dobbiamo parlare seriamente del perché Toy Story 5, almeno secondo me, non solo è un centro pieno come evoluzione della trama e della “lore” della saga, non solo tratta argomenti fondamentali di attualità con competenza, senza leggerezze (millennial), o ansie “boomer” di sorta. Sembra non parlare più in primis alle generazioni dei piccoli, bensì ai grandi che erano piccoli con i primi capitoli. Al centro c’è sempre l’importanza del “gioco”. Però, i protagonisti (benché di plastica) sono cresciuti, permettendoci di immedesimarci in loro più che in chi “li manovra”.

Gioco tradizionale e fantasia VS tecnologia risucchia-tempo

Lo scontro frontale e attualissimo tra il gioco tradizionale e la dipendenza dai dispositivi elettronici è l’argomento centrale che muove tutti i fili di Toy Story 5, partendo “dal basso”, come il cerino che accende la miccia degli eventi. Bonnie, la bambina a cui un adulto Andy ha regalato i suoi giocattoli affinché avessero una nuova vita, è più grandicella, ma non meno fantasiosa. Si diverte un mondo a inventare storie con protagonisti le sue bambole e peluches, ma non ha amici “umani”. Gli altri bambini la snobbano, o almeno così le sembra, i suoi giovani e inesperti (come tutti all’inizio) genitori non sanno come aiutarla…e cercano su internet una soluzione. Già solo con quest’incipit, si potrebbe scrivere un saggio, ma andiamo avanti.

Il web ha la soluzione, ribattuta a grandi lettere colorate, testi rassicuranti, proclami altisonanti (i tuoi bambini si faranno un mucchio di “amici” e via così). Comprare un tablet collegato a una rete globale, un social network in pratica, dove altri bimbi possono relazionarsi “in sicurezza” e senza bisogno di adulti. E via, un altro saggio che vola via dalla penna dei pedagoghi, sono come le ciliegie. Restando nella finzione, parlando della trama spicciola questo tabletmanco a dirlo prende vita come tutti gli altri giocattoli – si chiama Lilypad, e diventa ben presto una minaccia che mette a rischio l’esistenza stessa dei giocattoli, risucchiando l’attenzione e il tempo dei bambini in modo evidentemente insalubre.

Jessie e il pad entrano in competizione per dare a Bonnie delle amiche, con la seconda che pare avere la meglio. Se non che, un imprevisto scaraventa la cowgirl (vera protagonista della pellicola, centrale in tutti i momenti più importanti e commoventi) nel suo passato più doloroso, quello del “quando lei mi amava”. La narrazione si complica e interseca tra memorie ed eventi presenti con delicatezza e trovate a dir poco commoventi e sentite. Spesso profonde al punto che mi hanno fatto seriamente dubitare di quale fosse il target del lungometraggio: i bambini, o chi bambino è stato, e ora è genitore, tutore, fratellone/sorellona e via così?

I molti “dolori” di Toy Story 5

Bambina gioca con tablet in Toy Story 5, con Buzz e Woody che guardano

C’è vero dolore nei personaggi in plastica e stoffa dipinti da Pixar, anzi, “dolori” al plurale. Esistenziale (chi sono? A cosa servo?), relazionale (chi mi vuole bene davvero? Come capire chi mi sta usando?), genitoriale (dove sto sbagliando? Come rendo i miei figli/le mie figlie felici?) e ovviamente nostalgico (cosa mi dava gioia? Chi/perché mi dava gioia? Chissà dov’è ora…). Il bello è che tutti questi sentimenti, tutti questi dolori, pur veicolati da uno svolgimento di una semplicità evidente, attraverso una storia che (ovvio, e meno male) riesce anche a prendersi meno sul serio e recapitare attimi spensierati e momenti evidentemente pensati per i cuccioli in sala, trovano tutti una direzione, una strada, una risposta e, per certi versi, una risoluzione e liberazione.

Uscito dalla sala mi sentivo allo stesso tempo triste, sollevato, felice e pensieroso. Riflettevo su temi generali come “l’IA e la tecnologia uccideranno la fantasia e la creatività? È già successo e le nuove generazioni sono condannate? Di chi è la colpa?” e sentivo internamente la preoccupazione dei giocattoli, nel loro ruolo rinnovato e potenziato suggerito più volte dal film di “educatori”, quasi specchi dei genitori umani che invecchiano e si sentono fuori luogo, tagliati fuori dalle vite dei loro figli. Inutili, di fronte alle loro sofferenze generazionali.

Perché io, come molti altri, pur lavorando come giornalista nel settore del tech e dei videogiochi, conosco bene i rischi intrinsechi nell’alienazione tecnologica che il film tratteggia bene. Ma per chi è meno addentro, il film individua un macroproblema maggiore: l’assenza di partecipazione nelle attività a schermo dei piccoli. Non per cattiveria, o per disinteresse, non per forza. Per paura di fare troppo, o di fare troppo poco. 

Woody in Toy Story 5

Tutto è bene quel che finisce bene, nella pellicola, che, senza spoiler, alla fine riesce pure a dare buoni consigli a chi, come i genitori di Bonnie, preso dal timore di non fare abbastanza, schiacciato tra gli schieramenti dei “copter parents” e del totale laissez faire alla “in qualche modo ce la devono fare da soli”, si può trovare spaesato e senza risposte. Quando forse, l’unica cosa che conta davvero è “esserci quando serve”. Come genitori, certo, ma forse ancor prima come comunità, che questi piccoli un giorno li saluterà mentre vanno a scuola o a lavoro. Mentre ripenseranno, come noi, ai bei tempi andati, con una lacrimuccia.

E la tecnologia? Non viene demonizzata, né esaltata. Viene presentata con potenzialità e rischi, con lucidità. Con realismo. Perché non possiamo chiuderci o chiudere nessuno in una campana di vetro, isolati dal resto del mondo che va avanti senza di noi e loro, perché prima o poi mancherà l’aria da respirare. Però, dobbiamo anche essere consci che il nostro tempo ha un valore oltre i pixel che lampeggiano di uno schermo, e non possiamo sprecarlo.

La conferenza stampa: il duo di Pixar e le voci italiane!

Cast di voci italiane di Toy Story 5 su un palco durante intervista

La conferenza si è aperta con una riflessione sul valore della fantasia in un mondo dominato dagli schermi. Nonostante l’avanzare della tecnologia, per Pete Docter il nucleo del lavoro creativo non è mutato: “Penso che l’immaginazione non sia cambiata affatto. Credo che sia sempre il fondamento essenziale del nostro lavoro. Alla Pixar ci sediamo e giochiamo, e semplicemente immaginiamo”.

Una visione condivisa da Lindsey Collins, che ha sottolineato l’importanza di difendere i momenti di vuoto e di noia nella crescita dei più piccoli: “Come genitori vogliamo sempre incoraggiare il momento del gioco. C’è un vero valore nel momento del gioco, nell’annoiarsi, nell’essere fantasiosi e nel prendersi del tempo lontano dagli schermi; questo è un po’ il cuore di questo film in particolare”.

Rispetto ai capitoli precedenti, inoltre, la posta in gioco si sposta emotivamente sui tormenti della bambina. “Questo è probabilmente il primo Toy Story in cui i giocattoli sono davvero preoccupati per il loro bambino e per quello che sta attraversando”, ha aggiunto la produttrice. “La posta in gioco è Bonnie e se riuscirà a trovare un amico. Questo sembra molto reale per i genitori e per i bambini”.

Le voci italiane del film si sono interrogate su cosa la società stia perdendo a causa di un abuso tecnologico. Katia Follesa ha invitato a non demonizzare il progresso, ma a cercare “il giusto compromesso e il buon senso” dettato dall’educazione genitoriale, mentre Federico Basso ha ironizzato sulla perdita dell’imprevisto e del dubbio: “Questa è già una generazione che non si perderà mai per la strada perché in qualche modo avrà sempre un navigatore in tasca. Fa riflettere questa certezza che hanno. Anche quando si è a tavola e non si ricorda un attore, cerchiamo subito su Internet invece di pescare nella propria memoria”.

Il conduttore Gianluca Gazzoli, cresciuto con la saga dall’età di 8 anni, ha posto l’accento sulla socialità: “Questo film indaga su come i giochi aiutano a entrare in contatto con altri bambini. Ci stiamo rendendo conto che alcune cose sono insostituibili, come lo stare insieme e giocare, a prescindere dall’età”.

Un tema caldo è stato quello dell’Intelligenza Artificiale, specialmente per il settore del doppiaggio. Ilaria Stagni, storica voce della saga e colonna portante del doppiaggio italiano (che ha voluto dedicare un commosso ricordo al compianto Fabrizio Frizzi), ha espresso le sue preoccupazioni: “L’intelligenza artificiale nel mio lavoro ci mette in grave pericolo. Però l’emozione che può dare una recitazione, una voce autentica, non sarà mai sostituita da un’IA, anche se impara. Bisogna mettere dei paletti e conviverci”.

Infine, il cantante Sal Da Vinci, che nel film presta la voce a un divertente cameo (il personaggio di Pizza Pizza cu ‘e llente), ha toccato le corde della nostalgia e del passaggio generazionale, avendo vissuto la saga come figlio, padre e oggi come nonno: “Le nuove generazioni non sanno cosa si sono perse nel non toccare il profumo del giocattolo o nella condivisione di quel gioco. C’è un tempo che vive dentro di noi che non ha niente a che fare col tempo esterno, e quel bambino interno che ci chiede di fare attenzione lo dobbiamo ascoltare”.

Toy Story 5 in sala

In chiusura, sollecitati sul tema della difesa dell’autorialità e del contenimento dei costi nell’industria cinematografica odierna, Docter e Collins hanno ribadito la filosofia della Pixar. “Stiamo ancora cercando di capire come affrontare le cose con i costi crescenti dell’industria, ma la nostra risposta a tutto questo è sempre stata l’autorialità e l’originalità, questo è ciò che ci rende unici”, ha dichiarato Pete Docter. In realtà” aveva detto in precedenza, in apertura di intervista, “il motivo per cui sono entrato in questo settore è che mi annoiavo. Mi sedevo tra il pubblico ai concerti di musica classica o in chiesa e disegnavo, immaginando cose. Questo è il cuore di ciò che facciamo: inventare storie, personaggi… E penso che sia qualcosa che rimarrà sempre importante finché ci saranno gli esseri umani.”

Sempre la produttrice ha poi concluso ricordando che l’innovazione non deve spaventare, se governata dal talento umano: “La tecnologia è sempre stata uno strumento per noi. Quando abbiamo iniziato con il primo Toy Story, la computer grafica era la nuova tecnologia e le persone temevano avrebbe sostituito l’animazione tradizionale. L’intelligenza artificiale sarà lo stesso: uno strumento per lavorare in modo più efficiente, ma non sostituirà mai il cuore e l’anima che i nostri artisti mettono nei film. Questo è ciò che rende un film Pixar tale, e non cambierà mai”.

In conclusione: da vedere INSIEME ai vostri cuccioli!

Bambina che gioca con Jessie e Bullseye in Toy Story 5

Inutile parlare di qualità produttive, messa in scena, tecnica e regia: Toy Story 5 è il frutto della miglior Pixar, quella che ci tiene a realizzare un prodotto che, nonostante gli scetticismi di chi “oh no, un altro Toy Story? A che serve?” (spoiler, anche io ero di quel partito prima della proiezione, sigh) colpisca vista, udito, cuore e mente degli spettatori. È però importante ribadire che, secondo me, questo film non è per bambini. O meglio, è anche per bambini, ma accompagnati da voi, i grandi che li stanno guidando, in qualunque ruolo vi troviate, verso l’essere adulti migliori di voi.

Questo fa, bene, Toy Story 5: ci ricorda l’importanza delle nostre responsabilità nei confronti delle generazioni che stiamo formando, istruendo, influenzando. Ci fa sentire sulla pelle il tempo che passa, salvo poi ricordarci che se siamo ancora qui a parlarne è probabile sia passato “bene”, e ci abbia in qualche modo risparmiati. Che con quello che abbiamo davanti, tanto o poco che sia, possiamo fare ancora molto sia per noi, che per gli altri.

IL VERDETTO

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Un film che ricorda l'importanza del ruolo di "tutori" dei nostri cuccioli.

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