Quando Fortune ha pubblicato i dati sul business di Xbox, il quadro emerso è stato tanto chiaro quanto preoccupante: le console rappresentano l’80% del fatturato della divisione gaming di Microsoft. Un numero che, a prima vista, potrebbe sembrare un segnale di forza. Ma la realtà è ben diversa e spiega perché la nuova CEO Asha Sharma ha avviato una delle ristrutturazioni più drastiche nella storia del brand, con 4.800 licenziamenti e la vendita di interi team.
Il paradosso è evidente: se le console sono così centrali per Xbox, perché l’azienda di Redmond sta attraversando una fase così turbolenta? La risposta sta nei numeri nascosti dietro quella percentuale. Le vendite dell’hardware sono in costante calo, gli abbonamenti a Xbox Game Pass non solo non crescono come previsto, ma sono addirittura diminuiti nel tempo. E la marginalità, quella che determina se un’azienda guadagna davvero o brucia solo denaro, è ridotta all’osso.
Asha Sharma, subentrata al timone della divisione gaming, ha ereditato una situazione complessa. Negli ultimi anni Xbox ha moltiplicato le scommesse strategiche: l’espansione del Game Pass, la campagna “This is an Xbox”, che voleva trasformare qualsiasi schermo in una console virtuale, e investimenti miliardari in contenuti e acquisizioni. Ma queste mosse, invece di consolidare il core business, hanno finito per disperdere le energie e allontanare l’azienda dalle sue attività principali.

I dati dell’ultimo rapporto finanziario di Microsoft parlano chiaro: un calo del 7% dei ricavi legati al gaming, con una contrazione del 33% per l’hardware Xbox e del 5% per contenuti e servizi. Ancora più impressionante è il bilancio di lungo periodo: nonostante oltre 20 miliardi di dollari investiti in contenuti e hardware negli ultimi cinque anni, il fatturato annuo è diminuito di quasi 500 milioni di dollari. Un fallimento su scala industriale che ha reso inevitabile l’intervento chirurgico.
La strategia di Sharma è stata tanto rapida quanto radicale. Prima mossa: cancellare la campagna pubblicitaria “This is an Xbox”, quella che cercava di convincere i giocatori che non serviva più una console fisica per essere parte dell’ecosistema Xbox. Un messaggio controverso che, evidentemente, non ha funzionato. Anzi, probabilmente ha confuso il mercato, facendo percepire Xbox come un brand senza identità, disperso tra cloud gaming, PC e dispositivi mobili.
Seconda mossa: ridurre drasticamente la struttura manageriale per ottenere un controllo più diretto delle operazioni. Microsoft ha venduto due team di Xbox e reso indipendenti altri, licenziando complessivamente 4.800 persone. Un taglio doloroso che riflette la necessità di snellire un’organizzazione diventata troppo complessa e costosa per i risultati che produceva.

L’obiettivo dichiarato ora è concentrare gli investimenti sui franchise a maggiore crescita. Minecraft, il gioco più venduto di sempre e una vera miniera d’oro per Microsoft, diventa centrale nella nuova strategia. Anche società controllate come Mojang Studios, che sviluppa proprio Minecraft, e King, famosa per Candy Crush, risponderanno direttamente ad Asha Sharma, segno che il focus si sposta verso ciò che funziona davvero in termini di redditività.
Ma cosa significa tutto questo per il futuro delle console Xbox? Nonostante i segnali di crisi, Microsoft non sembra intenzionata ad abbandonare l’hardware. Ed è qui che sta il punto cruciale: proprio il fatto che l’80% del business dipenda ancora dalle console rappresenta una conferma dell’importanza strategica della piattaforma. Non è possibile semplicemente voltare pagina e puntare tutto sul cloud o sui servizi quando otto dollari su dieci arrivano dalle vendite di console e dai contenuti a esse collegati.
Questo crea una situazione complessa per Xbox. Da un lato, le vendite hardware crollano e i margini si assottigliano. Dall’altro, non può permettersi di abbandonare quel segmento senza avere un’alternativa già solida e redditizia. Il Game Pass, che doveva essere quella alternativa, non ha mantenuto le promesse di crescita. Il cloud gaming è ancora un mercato di nicchia. E la strategia multipiattaforma, per quanto sensata sulla carta, non ha generato i ritorni sperati.
La ristrutturazione di Sharma, quindi, non è semplicemente un taglio di costi. È un tentativo di salvare Xbox riportandola alle sue radici: console, grandi franchise ed esperienza di gioco tradizionale. Meno sperimentazione visionaria, più pragmatismo commerciale. Meno “tutto è una Xbox”, più “questa è una Xbox, punto”.
Resta da vedere se questa inversione di rotta arriverà in tempo per invertire il trend negativo. Il mercato delle console è sempre più competitivo, con Sony che domina con PlayStation 5 e Nintendo che continua a macinare successi con la sua formula ibrida. Xbox deve dimostrare che può ancora competere su quel terreno, nonostante anni di messaggi confusi e strategie discontinue.
Per i giocatori, la situazione significa probabilmente un ritorno a una proposta più tradizionale da parte di Xbox. Meno promesse rivoluzionarie sul futuro del gaming, più attenzione alla qualità dei giochi esclusivi e all’esperienza console. E forse, dopo anni di zigzag strategici, è proprio quello di cui il brand aveva bisogno: un’identità chiara e una direzione precisa, anche se meno ambiziosa di quella immaginata.

