Quando Xbox Game Pass è stato lanciato, l’idea originale era radicalmente diversa da quella che conosciamo oggi. Il servizio non doveva essere la casa dei blockbuster disponibili al day one, ma piuttosto una vetrina per dare nuova vita ai giochi più datati del catalogo Microsoft, titoli che ormai faticavano a raggiungere nuovi giocatori. Una sorta di museo digitale dove riscoprire perle dimenticate, non un buffet illimitato di novità a prezzo contenuto.
Eppure, qualcosa è andato storto lungo il percorso. O forse sarebbe più corretto dire che la strategia è cambiata, con conseguenze che oggi Microsoft starebbe ancora pagando. Secondo quanto riportato da Bloomberg, che ha raccolto le testimonianze di cinque ex dipendenti della casa di Redmond, il lancio del servizio nella sua forma attuale è stato tutt’altro che pacifico all’interno dell’azienda.
La decisione di includere fin dal primo giorno titoli ad alto budget e molto richiesti ha infatti scatenato una vera e propria battaglia interna. Alcuni manager e sviluppatori avvertirono i vertici che questa strategia avrebbe potuto svalutare il valore percepito dei giochi e cannibalizzare le vendite delle copie acquistate singolarmente a prezzo pieno. Una preoccupazione che, con il senno di poi, appare tutt’altro che infondata.
L’esempio più clamoroso è quello di Call of Duty, il franchise più redditizio dell’industria videoludica.
Prima di approdare su Game Pass, ogni capitolo della serie veniva venduto a 70 dollari, generando miliardi di ricavi. La scelta di includerlo nel catalogo del servizio in abbonamento avrebbe comportato, secondo le fonti di Bloomberg, oltre 300 milioni di dollari di vendite mancate tra Xbox e PC. Una cifra che fa riflettere sulla sostenibilità di un modello che promette l’accesso immediato ai giochi più importanti a fronte di un canone mensile.

Ma il problema di Game Pass non si limiterebbe alle perdite economiche dirette. Il servizio sembra aver raggiunto un plateau di crescita. Nonostante le ambizioni iniziali, il numero degli abbonati si attesterebbe ancora intorno ai 30 milioni, una cifra inferiore rispetto agli obiettivi comunicati da Microsoft negli anni scorsi. Gli aumenti di prezzo introdotti per compensare le perdite avrebbero inoltre contribuito a rallentare ulteriormente la crescita del servizio.
Due ex dipendenti hanno raccontato che all’interno dell’azienda cresceva da tempo la convinzione che Game Pass avesse ormai raggiunto il proprio limite naturale. Ed è qui che emerge uno degli aspetti più interessanti della vicenda: il modello Netflix potrebbe non funzionare allo stesso modo nel mercato dei videogiochi. Se film e serie TV vengono consumati rapidamente e sostituiti con nuovi contenuti, il comportamento dei videogiocatori è spesso molto diverso.
Molti utenti tendono infatti a concentrarsi su pochi giochi per mesi, se non anni. Una ricerca di Circana mostra che la maggior parte dei giocatori statunitensi acquista al massimo due videogiochi all’anno, mentre circa un terzo non ne compra nemmeno uno. Questo significa che, per una parte consistente del pubblico, un catalogo con centinaia di giochi disponibili potrebbe rappresentare un valore molto superiore alle reali abitudini di consumo.
Il paradosso è evidente: Game Pass offre tantissimo a chi, nella pratica, gioca relativamente a pochi titoli. Chi trascorre gran parte dell’anno su EA Sports FC o Call of Duty, ad esempio, potrebbe non percepire alcun beneficio concreto nell’avere accesso a centinaia di altri giochi destinati a rimanere inutilizzati. Al tempo stesso, per chi ama variare continuamente esperienza, il fatto di non possedere realmente i giochi inclusi nell’abbonamento può generare un senso di precarietà che non tutti apprezzano.

La controversia interna che accompagnò il lancio di Game Pass nella sua forma attuale dimostra quanto questa scelta fosse divisiva già all’epoca. Non si trattava semplicemente di introdurre un nuovo servizio, ma di rivoluzionare il modello economico dell’intera industria videoludica. Una rivoluzione che, secondo alcune voci interne, comportava rischi molto più elevati di quanto apparisse all’esterno.
Oggi, mentre il servizio fatica a trovare nuovo slancio e Microsoft continua a ritoccare prezzi e strategie, quelle preoccupazioni iniziali sembrano assumere un significato diverso. L’idea originaria di Game Pass, costruita attorno al recupero del catalogo storico Xbox, è stata progressivamente accantonata in favore della corsa ai grandi lanci disponibili dal primo giorno. Una scelta che, secondo i racconti degli ex dipendenti, avrebbe avuto un costo elevato sia sul piano economico sia su quello strategico.
La vicenda di Xbox Game Pass rappresenta un caso emblematico di come anche le grandi aziende possano trovarsi di fronte al difficile equilibrio tra crescita immediata e sostenibilità nel lungo periodo. L’ambizione di conquistare rapidamente quote di mercato ha portato Microsoft a trasformare profondamente un progetto nato con obiettivi molto diversi. Resta da capire se il futuro del servizio passerà da un nuovo cambio di rotta o da ulteriori adattamenti di un modello che continua a dividere analisti, addetti ai lavori e giocatori.

