Ci sono giochi che si capiscono subito, bastano pochi minuti, una manciata di meccaniche, due scontri e hai già inquadrato tutto. Sai cosa ti daranno, sai cosa chiederanno, sai dove vogliono portarti e come lo faranno. Poi ci sono giochi come Pragmata, che invece fanno l’opposto: ti danno degli elementi, li osservi, li analizzi, provi a incastrarli… e per un po’ non tornano. Non perché non funzionino, ma perché stanno lavorando su un piano diverso.
Il mio rapporto con Pragmata è iniziato esattamente così: con più domande che risposte. Un progetto che sulla carta sembrava quasi indecifrabile, sospeso tra narrazione, puzzle, azione e qualcosa di difficilmente etichettabile. Questo perché nelle prove a cui abbiamo partecipato negli ultimi mesi, continuavamo a scoprire di più ma il quadro generale non lo potevamo comprendere e questo un po’ ci destabilizzava. È vero, l’ultimo hands-on ci aveva confortato, ma non riuscivamo a vedere il piano completo, questo perché Capcom aveva in serbo un gioco profondo, stratificato e davvero creato per una esperienza “maratona” non una “sprint”. Parallelismi con l’atletica leggera a parte, è la capacità di “costruire” di Capcom che fa la differenza e il fatto che lo stia facendo con una sicurezza che, negli ultimi anni, è diventata quasi una cifra stilistica. Ecco dunque le mie considerazioni finali sul gioco nella recensione di Pragmata.
Cambio di passo

La prima cosa che colpisce, una volta entrati davvero nel flusso di gioco, è quanto Pragmata sia più aperto di quanto sembri. Le prime ore sono volutamente contenute, quasi compresse, come se il gioco volesse trattenersi. Ambienti chiusi, ritmo controllato, introduzione graduale delle meccaniche. Una scelta che può far nascere qualche dubbio iniziale, soprattutto se si teme una certa ripetitività legata all’ambientazione sci-fi. Poi però succede qualcosa. Il gioco si apre non solo negli spazi, ma nel modo in cui ti lascia interagire con il suo sistema.
Ed è qui che Pragmata cambia passo. Il rapporto tra Hugh e Diana smette di essere solo una trovata narrativa e diventa il cuore pulsante del gameplay. L’hacking non è più un semplice strumento accessorio, ma un elemento che entra in simbiosi con l’azione. Non è una meccanica da attivare, ma un compagno di avventura che innesta dinamiche strutturate e profonde, sempre con il giocatore in controllo. Ogni scontro diventa una lettura continua del campo, una gestione simultanea di due livelli: quello fisico e quello digitale. Ed è proprio in questo equilibrio che il gioco trova la sua identità più forte.
Il miglior gameplay action adventure tps degli ultimi 5 anni

Se c’era un dubbio concreto prima di provarlo, era legato alla varietà. Non tanto delle situazioni narrative, quanto del sistema di combattimento. Quanto poteva reggere sul lungo periodo? Quanto spazio avrebbe lasciato al giocatore? La risposta è semplice: molto più di quanto ci si potesse aspettare. Pragmata non si limita a offrire un arsenale differenziato. Costruisce un sistema che ti invita a intervenire sugli strumenti bellici, adattandoli, trasformandoli in qualcosa di tuo. Non esiste un approccio dominante, ma soluzioni temporanee, adattamenti continui, scelte che cambiano a seconda del contesto.
Alcune configurazioni spingono verso un controllo più ragionato del campo, altre verso un’aggressività più diretta, altre ancora verso un uso quasi chirurgico delle possibilità offerte dall’hacking. È un sistema che non si esaurisce nella somma delle sue parti, ma che prende forma nel modo in cui decidi di utilizzarle e la cosa più interessante è che il gioco ti lascia farlo. Non ti forza mai dentro un’unica direzione e non costruisce un percorso rigido. Ti mette nelle condizioni di sperimentare, di sbagliare, di ricostruire ed è proprio in questo spazio che nasce il divertimento più autentico. Non quello immediato, ma quello che aumenta con la comprensione e la consapevolezza del giocatore.
Che ritmo!

Questo tipo di struttura si riflette inevitabilmente nel modo in cui il gioco costruisce i suoi scontri. Si tratta infatti di momenti in cui il sistema viene messo alla prova. I nemici non funzionano come ostacoli passivi, ma ti costringono a cambiare approccio, a leggere il campo, a sfruttare tutto quello che hai imparato fino a quel momento. E quando il gioco decide di alzare il livello, lo fa con una sicurezza che ricorda i migliori momenti delle produzioni Capcom recenti.
Le boss battle, in questo senso, sono probabilmente il punto più alto dell’esperienza. Sono spettacolari e costruite con una logica precisa. Ogni fase introduce una variazione, ogni pattern richiede un adattamento e non c’è mai la sensazione di affrontare qualcosa di casuale o eccessivo. C’è sempre un dialogo tra il giocatore e il sistema ed è un dialogo che funziona. Perché quando tutto si incastra, quando riesci a leggere lo scontro, a gestire hacking e armi, a muoverti nel modo giusto, allora Pragmata diventa esattamente quello che prometteva di essere: un’esperienza sci-fi che unisce riflessione e azione in modo naturale.
Direzione artistica di qualità

A sostenere questo impianto c’è un lavoro tecnico e artistico che conferma ancora una volta la solidità del RE Engine. Non è solo una questione di pulizia visiva o di stabilità — che restano comunque elementi fondamentali — ma di coerenza. Gli ambienti funzionano perché sono pensati per il gameplay. Le luci, i materiali, le superfici non sono solo dettagli estetici, ma strumenti che aiutano a leggere l’azione. Anche nei momenti più concitati, il gioco mantiene una chiarezza sorprendente.
Le animazioni sono precise, reattive, sempre leggibili. Hugh si muove con una naturalezza che restituisce peso alle azioni, mentre Diana riesce a mantenere una presenza costante senza mai diventare invasiva. È un equilibrio difficile da trovare, ma qui sembra funzionare con grande naturalezza. E poi c’è la regia, che accompagna tutto questo senza mai forzare. Pragmata non ha bisogno di sottolineare ogni momento, ma lascia che siano le situazioni a parlare.
Un gioco sempre in evoluzione

Sebbene fino a un certo punto del gioco questo suo modo graduale di aprirsi anche dal punto di vista narrativo, ci aveva fatto sospettare di una leggera banalità di fondo, il suo continuo evolversi ci ha saputo portare a una soddisfazione completa mano a mano che tutti i nodi della trama venivano al pettine. E alla fine forse l’aspetto più interessante di Pragmata è proprio questo: ovvero la sua natura mutevole. Un gioco che cresce, che non si esaurisce nelle prime ore e che non si lascia decifrare immediatamente. Un gioco che bisogno di tempo, ma che restituisce tutto quello che chiede. In un panorama in cui molti titoli cercano di essere immediatamente comprensibili, questa è una scelta che pesa, ma è anche una scelta che paga.
Perché alla fine Pragmata non è il gioco che ti aspetti all’inizio, ma è quello che diventa mentre lo giochi. E quando ci arrivi a quel fatidico momento in cui lo comprendi, quando il sistema si apre completamente e inizi davvero a “giocarci” — nel senso più pieno del termine — allora capisci che Capcom non ha semplicemente creato una nuova IP. Ha costruito un gioco che sa esattamente cosa vuole essere e cosa ancora più importante, sa come arrivarci.

