Cosa bisogna aspettarsi da un titolo con protagonista un polpo che viene rapito da un gruppo di alieni infiltrati sulla terra, e che si ritrova a vagare nei meandri di alcune fabbriche di produzione di cibo alieno alla ricerca di una via di fuga? Dimenticate l’agilità e abbracciate la viscosità, perché in Darwin’s Paradox! vestiremo i tentacoli di un polpo in un puzzle-platformer 2.5D ricco di personalità.
Gli sviluppatori di casa ZDT Studio hanno sicuramente osato parecchio nel realizzare un’idea tanto singolare, e sicuramente sono riusciti a stimolare la curiosità dei più. Mentre per quanto riguarda la sostanza, purtroppo, non si può dire lo stesso.
Una sorta di… Astro Polp

La storia di fondo parla di una vera e propria invasione aliena silenziosa, e il nostro protagonista si ritrova involontariamente coinvolto in essa. Gli alieni si sono infiltrati sulla terra, camuffati da umani imprenditori che vogliono vendere del cibo fatto da solo in enormi fabbriche. Il mondo di gioco è infatti composto da un enorme complesso industriale fatto di discariche, uffici, container, edifici di produzione industriale e zone pseudo-militari.
Tra le grandi industrie extraterrestri fatte di tubi ed ingranaggi, è il protagonista ad essere “l’alieno“: un cartoonesco polpo blu saturo di colori di nome Darwin, che spicca in maniera evidente tra il grigiume desaturato del mondo di gioco, creando un contrasto simpatico ed efficace. E non si tratta solo di colori: il movimento, l’espressività, il modo in cui si sposta e interagisce con l’ambiente (ad esempio quando si arrampica lo fa come un ragno, ma non ne ricorda affatto uno). Tutto ciò che accade attorno a Darwin funziona, e va dato atto che la realizzazione di un personaggio così ben inserito in un titolo plaform non è cosa da poco.
Per quanto la grafica sia ben riuscita, tralasciando un motion blur che fa storcere il naso (la prova è avvenuta su console), non si può dire lo stesso per quanto riguarda le ambientazioni. Il titolo incappa nel medesimo problema della stragrande maggioranza dei titoli 2.5D: optando per una grafica 3D con gameplay bidimensionale, ciò che succede nei fondali e il loro stesso design distrae troppo dal gameplay. La complessità e nitidezza dello sfondo negli ambienti (specie quelli aperti) è talmente elevata, che viene quasi istintivo pensare che arrivati a un certo punto di un livello, la strada giusta da seguire sia verso la profondità, una soluzione elegante già vista in altri titoli. Di conseguenza, più il tempo passa, più il voler procedere unicamente in due direzioni risulta quasi obsoleto.
Ad esempio, perché se mi trovo nelle fogne in cerca di un’uscita non dovrei proseguire verso una luce che si intravede sullo sfondo e che sembra essere facilmente raggiungibile, ma dovrei infilarmi in un pertugio oscuro capitando chissà dove? Una logica piuttosto fallace, che da una sensazione quasi di soffocamento nei livelli sotterranei
Un gameplay con poco mordente

Tralasciando il lato ambientazione, e concentrandosi sul gameplay in sé, si presenta un problema differente. Non fraintendiamoci: il gioco si lascia giocare, è divertente e, tra piattaforme in movimento e piccoli enigmi ambientali, le ore passano senza problemi. I comandi di gioco sono facili, le abilità sono poche ma ben sfruttate con gli enigmi ambientali. Come detto in precedenza, sono proprio le buone idee i punti di forza di Darwin’s Paradox! I polpi sono famosi principalmente per due cose, oltre all’intelligenza: il mimetismo, e il fatto che spruzzino inchiostro come meccanismo di difesa. Se per il primo sia piuttosto facile intuirne l’utilità, il secondo viene sfruttato non solo per nascondersi, ma anche per creare delle scie da sfruttare come corridoi per nuotarci attraverso al riparo dalla vista dei nemici, ma anche per disattivare le telecamere di sicurezza e simili.
Tutto sommato, il gameplay prosegue tranquillamente. Forse, anche troppo tranquillamente. Gli sviluppatori di casa ZDT Studio, hanno sfornato un prodotto sì buono, ma che non posso definire particolarmente coraggioso o innovativo a livello di gameplay. Come spesso capita per IP simili, l’impressione è che si siano concentrati unicamente sull’immagine e personalità del protagonista e delle ambientazioni, rispetto al voler elaborare delle meccaniche effettivamente intriganti. Non pretendo ritrovare trovare l’inventiva di Super Mario Bros. Wonder, ma ogni livello presenta le stesse due o tre meccaniche di gioco (tira la leva, ruota il meccanismo, sposta la cassa), e le ripete in maniera lievemente differente per 20 minuti ad ogni nuova zona. Un loop di gameplay che dopo qualche ora, diventa stancante.
Ma le buone idee, ci sono. Ad esempio, mi ha fatto molto ridere la scena del pianoforte che mi cade in testa nel bel mezzo di una discarica, dopo essermi indirizzato nella direzione sbagliata superando una serie di cartelli sempre più numerosi che mi dicevano di fermarmi e tornare indietro (il tutto, premiato da un trofeo per averci almeno provato). Il problema nasce, quando si percepisce più impegno in questa scenetta comica, rispetto al dover tirare leve e girare meccanismi per i successivi 30 minuti.
Un agglomerato di buone idee

Nonostante queste inevitabili critiche, il titolo regge e funziona. Come già detto, il gameplay è semplice ma intrattiene, seppur ripetitivo sulla lunga distanza. Grazie al suo umorismo e al carattere del protagonista, il risultato è un titolo solido con buone basi da cui partire per eventuali espansioni o sequel. Avendo alle spalle un publisher come Konami, abbiamo già visto una sorta di collaborazione-omaggio interno con la skin di Snake (e una Demo con livello “esclusivo” a tema Metal Gear Solid). Darwin potrebbe diventare per Konami ciò che Astro Bot è per PlayStation.
IL VERDETTO
Tutto fumo, ma niente... polpo?

