Il mio rapporto con i prodotti Capcom è sempre stato stretto. Nell’ultimo periodo ho riflettuto molto su quanto i suoi brand più iconici siano stati più volte compagni di svariati momenti della mia vita. É un caso, forse, ma difficilmente mi accontento di queste soluzioni. Andando più a fondo alla questione si arriva innegabilmente al fatto che l’investimento di Capcom più grande è sicuramente sulla qualità e sulla riconoscibilità e nell’ultimo periodo queste scelte si sono tradotte in una presenza davvero massiccia sul mercato.
Dal 2018, l’azienda giapponese ha intrapreso un processo virtuoso che, in controtendenza con il mercato, l’ha posizionata tra le più prolifiche aziende del settore. Peraltro, dimostrando che se la visione non è basata semplicemente sul “fare cassa”, anche produzioni certamente più improntate al fattore nostalgia=incassi come i remake di Resident Evil possono fungere da esperimenti creativi e piattaforme di sensibilizzazione del pubblico verso un determinato brand.
In questo scenario di ottime decisioni al momento giusto, si piazza anche la filosofia di sperimentazione e produzione di nuove IP. Kunitsu-Gami ne è un esempio lampante ma lo è anche Pragmata, che ho già avuto modo di incrociare la scorsa estate prima della Gamescom in un evento a porte chiuse. L’invito di Capcom negli uffici di Plaion è dunque stato un momento per valutare a un mese dal lancio lo stato del titolo che più volte mi aveva incuriosito, ma che aveva lasciato in me alcuni dubbi, uno su tutti la varietà di situazioni, armi e location. Beh, a grande sorpresa vi dico che Pragmata ha le carte in regola per giocarsi la fiche della “sorpresa 2026” – anche se sorpresa e Capcom non vanno molto d’accordo nella stessa frase. Vi racconto le mie impressioni in questa anteprima di Pragmata.
Sensazioni travolgenti

La sessione di prova iniziava poco dopo le sezioni giocate nella demo pubblicata da Capcom recentemente. Diana e Hugh approfondiscono il loro rapporto e finalmente il gioco si mostra in una maniera molto più aperta, rispetto agli angusti spazi mostrati finora. Questo maggiore respiro è a conti fatti ciò che più mi ha rassicurato durante il test. Il mio principale dubbio finora era la possibilità che il gioco soffrisse di una ripetitività intrinseca, data dal posizionamento dell’avventura in un contesto sci-fi molto da “laboratorio/astronave”. Corridoi angusti, stanze tecnologiche e nemici androidi, tutti elementi che venivano proposti in formati diversi ma comunque sempre simili nell’idea di fondo. Giocando per due ore in una fase più avanzata di gioco ho potuto constatare che non solo questa ripetitività è completamente smorzata da tanti fattori, ma la personalità di quanto messo in scena mi ha tenuto incollato allo schermo come pochi altri titoli hanno saputo fare.
Il motivo principale è che, una volta superate le sezioni più guidate dell’inizio, Pragmata rivela finalmente la sua vera natura. Il gioco non ha solo un’anima da TPS narrativo con qualche enigma, ma sciorina un sistema di combattimento sorprendentemente aperto, che permette al giocatore di sperimentare in modo continuo con armi, modifiche e approcci differenti. Il legame tra Diana e Hugh, che nella prima parte dell’avventura sembra quasi una trovata narrativa per differenziare l’azione, diventa invece il fulcro di un gameplay che vive di combinazioni. Il sistema di hacking di Diana, che nella demo sembrava limitato a momenti specifici di combattimento, si espande in modo molto più organico. Non si tratta di un meccanismo per esporre le difese dei nemici, bensì di una vera e propria leva tattica che dialoga con le armi di Hugh. Durante la prova ho avuto modo di utilizzare diversi strumenti offensivi, ognuno con caratteristiche molto marcate. Alcuni puntano su una precisione chirurgica, altri su una gestione più aggressiva dello spazio, altri ancora decidono il tuo stile di gioco in maniera marcata obbligandoti a determinate azioni per massimizzarne l’efficacia.
È proprio qui che Pragmata mi ha sorpreso più di quanto mi aspettassi. Il gioco non si limita solo a offrire un arsenale variegato: permette di costruire vere e proprie build. I “core” non sono semplici potenziamenti numerici, ma interventi che cambiano il modo in cui si affrontano gli scontri. Alcune configurazioni privilegiano la mobilità o il controllo del campo di battaglia, altre spingono verso uno stile più offensivo e rischioso. La sensazione è quella di un sistema che invita il giocatore a sperimentare, a trovare il proprio ritmo e a riorganizzare continuamente l’equipaggiamento in base alle situazioni. Questo approccio rende gli scontri molto più dinamici di quanto lasciassero intendere le prime presentazioni del gioco. I nemici non sono semplicemente bersagli mobili, ma entità progettate per costringere a cambiare approccio. In certi casi si è costretti a sfruttare l’hacking in modo creativo, ma può essere applicata maggiore pressione sul posizionamento, o sulla necessità di analizzare e usare appropriatamente il terreno e la mobilità del personaggio. Il risultato è un flusso di combattimento che alterna momenti di analisi a esplosioni di azione, senza mai dare la sensazione di ripetersi.
Solidità tecnico-ludica

Proprio parlando di combattimento, uno dei momenti che più mi ha convinto durante la prova è stato l’incontro con uno dei boss presenti nella build. Capcom ha dimostrato più volte negli ultimi anni di saper costruire boss fight memorabili: Pragmata sembra voler continuare questa tradizione. Lo scontro che ho affrontato era uno spettacolo visivo, una sequenza progettata con grande attenzione ai tempi e alla lettura del combattimento. Il boss cambiava comportamento in base alle fasi dello scontro, costringendo a rivedere continuamente il proprio approccio e a sfruttare tutte le possibilità offerte dal sistema di gioco. Ed è in questi momenti che si percepisce la maturità del progetto. Le boss battle non sono semplicemente momenti di rottura rispetto all’esplorazione: sono veri e propri test delle competenze accumulate fino a quel momento. Il gioco ti chiede di capire il sistema, di padroneggiare le interazioni tra armi e hacking, di utilizzare l’ambiente e la mobilità. E quando tutto funziona, lo scontro diventa quasi una danza tra strategia e riflessi.
Se il gameplay è stato l’aspetto che più mi ha convinto, anche dal punto di vista tecnico Pragmata ha fatto un’impressione notevole. Il RE Engine continua a dimostrare una versatilità impressionante, e qui viene utilizzato per costruire ambienti sci-fi che riescono a essere allo stesso tempo credibili e suggestivi. Le superfici metalliche, le luci fredde delle strutture tecnologiche, i contrasti tra spazi chiusi e aree più aperte contribuiscono a creare un’estetica coerente e riconoscibile. In generale, l’impressione è quella di un titolo rifinito con grande cura. Gli effetti di luce, le particelle durante gli scontri, la stabilità tecnica dell’intera build provata suggeriscono un progetto ormai vicino alla sua forma definitiva. Non ho riscontrato cali di frame rate significativi, né problemi evidenti di performance, anche in una fase del gioco decisamente più avanzata rispetto alla demo pubblica.
Commento finale

Dopo queste due ore con Pragmata, la sensazione che porto a casa è molto chiara. Se i dubbi iniziali riguardavano soprattutto la varietà delle situazioni e la profondità del gameplay, la prova mi ha restituito l’immagine di un titolo molto più ricco di quanto lasciassero intendere le prime apparizioni. Capcom sembra aver costruito un sistema di gioco che non si limita a sostenere la narrazione, ma che vive di una propria identità. Se il gioco riuscirà a mantenere questa qualità anche nella sua progressione completa, allora Pragmata potrebbe davvero diventare uno dei titoli più interessanti di quest’anno. Non tanto perché promette rivoluzioni clamorose, ma perché dimostra ancora una volta quanto Capcom sappia costruire esperienze solide, curate e soprattutto consapevoli di ciò che vogliono essere.

