Ormai ci siamo abituati all’idea che Xbox, scusate il gioco di parole, ami cambiare idea. Negli ultimi anni ne abbiamo sentite, lette e percepite di cotte e di crude dalle parti di Redmond: prima la console è centrale, poi diventa secondaria. Prima i first party sono la via, poi diventano semplici multipiattaforma da esportare ovunque, anche sui frigoriferi se possibile. Prima Xbox è “ogni cosa”, adesso non più. E così anche il Game Pass, che sembrava insostenibile e poi lo è diventato, ci va di mezzo.
Ma come siamo arrivati a questa situazione? Come ha fatto una delle tre grandi potenze dell’industria del gaming a smarrire la bussola, a doversi reinventare di continuo per restare a galla in un mare di mostri che, paradossalmente, lei stessa ha generato? Ma soprattutto, riuscirà a farlo in vista di una next-gen ormai dietro l’angolo?
I numeri magici di Xbox
Torniamo per un attimo al 2022. Nei corridoi di Redmond circolava un numero magico: 100 milioni. Era questa la soglia fissata per il 2030 per rendere il Game Pass il “Netflix del gaming”, un ecosistema capace di auto-sostenersi grazie a una massa critica di utenti senza precedenti. Lo scoprimmo tutti durante il famoso scontro con la FTC per accaparrarsi Activision Blizzard, quando documenti e progetti della compagnia divennero pubblici.

Bene: in questo momento ci avviciniamo alla metà del 2026 e questo numero è diventato un miraggio nel deserto. Non abbiamo più dati certi in mano (Microsoft non li comunica da anni, quando è così significa che le cose non stanno andando come la società sperava) ma, tra dati precedenti e stime, è abbastanza chiaro: il Game Pass non è quella potenza che Microsoft sperava diventasse – e si meriterebbe di essere, per certi versi. L’ultimo incremento degno di nota risale al 2023, quando arrivarono quasi 9 milioni di abbonati tutti in un colpo. Erano tutti per Starfield? No: la trasformazione di Xbox Live Gold in Game Pass Core portò di fatto tutti gli abbonati a essere etichettati come parte del servizio, senza cambiare di fatto nulla.
A quel punto iniziò a generarsi anche parecchia confusione. Se già Sony fa fatica a spiegare i tre tier di PlayStation Plus, figuriamoci Microsoft con tutti i livelli di Xbox Game Pass, che negli anni hanno cambiato funzionalità, caratteristiche, persino nomi, arrivando poi a contraddire le sue stesse promesse. Prima dell’arrivo di Black Ops 6 nel 2024, per esempio, il tier base per console di Game Pass venne rimodulato, perdendo l’accesso ai giochi al day one. Tutto, sottolineiamo, per colpa di Call of Duty.
Quello stesso Call of Duty che avrebbe dovuto cambiare tutto. Invece, a conti fatti, non ha cambiato proprio nulla. Sì, forse ha portato un paio di milioni di abbonati al Game Pass, ma non credo che Microsoft abbia speso 70 miliardi di dollari per avere qualche milioncino in più al mese. Addirittura, si stima che l’inclusione di Black Ops 6 nel Game Pass abbia portato a una perdita di circa 300 milioni di dollari che non sono arrivati dalle vendite. Non sono pochi.
Dopo aver saturato il mercato console e aver sbattuto contro il muro dell’utenza PC, più restia ad abbonarsi rispetto a quella console, Microsoft ha capito che la crescita organica era finita. L’aumento dei prezzi di sei mesi fa, giustificato dall’arrivo di Call of Duty, è stato l’ultimo tentativo di spremere valore da una base utenti stagnante.
Una nuova speranza
Eppure, oggi c’è un nuovo, imprevedibile (e direi anche incredibile) dietrofront. Un altro cambio dei piani che sembra comunicare l’ennesima direzione differente. O meglio, che i piani originali sono crollati. Non ci si capisce davvero più niente.

In questo scenario di macerie strategiche, emerge il profilo di Project Helix. Le indiscrezioni parlano di un ritorno alle origini: una console potente, hardware puro, e, forse, condita dal ritorno delle esclusive. Anche perché l’integrazione col mondo PC, resa pubblica mesi fa, probabilmente non è più neppure così sicura.
È qui che l’utente medio, giustamente, inizia a vacillare. Forse è perché si informa poco, o forse per l’esatto opposto. Per anni Xbox ci spiegato che l’hardware era un “fardello” – comprensibilmente, vista la difficoltà di piazzare Series X. La scelta strategica è andata verso un’altra direzione, quella dell’ecosistema. È così che nacque la campagna ‘This is an Xbox’, e con essa Sea of Thieves, Hi-Fi Rush e poi anche molti altri giochi sbarcarono su PS5 e altre piattaforme. Alcuni sono stati grandi successi (Forza Horizon 5), altri sono passati enormemente in sordina.
Oggi, dopo un paio d’anni, si torna indietro, con una Microsoft che torna a puntare sul brand Xbox dimenticandosi però di averne diminuito il potere solo fino a poco fa. Che senso ha ora chiedere fedeltà per un nuovo hardware, dopo tutto quello che è accaduto?
Facciamo un esempio: se oggi (sarà tra qualche mese, ma avete capito, dai) posso giocare al remake di Halo sulla mia PS5, perché dovrei investire 500 o 600 euro in questa, sulla carta miracolosa, “Helix” (che poi, non saranno mai 600 €, per inciso) solo per giocare il capitolo successivo? Sarà davvero esclusiva, oppure uno o due anni dopo Microsoft cambierà di nuovo idea e lo porterà anche su PlayStation 6?

Questione di credibilità
È questo che oggi a Microsoft manca: una soglia di credibilità nei suoi annunci. Un problema che Sony e Nintendo, ad esempio, non hanno. Ne hanno altri di problemi, ma non questo.
La dirigenza Microsoft sembra vittima della sua stessa potenza economica. Avendo i capitali per comprare l’intera industria, hanno pensato che bastasse “comprare il mercato” per dominarlo. Una mentalità molto americana, la stessa che ha condannato Sony in questi ultimi anni facendola annaspare in quell’acquitrino putrescente dei videogiochi live service che escono, non escono, vanno bene, non vanno bene, non si sa. Invece, i nuovi boss di Xbox si ritrovano a gestire un brand che ha perso la sua caratteristica più importante: l’affidabilità.
Se cambi idea ogni sei mesi, non stai guidando il mercato verso la salvezza e la rivoluzione. Stai solo cercando di non affogare nel mare che tu stesso hai agitato. Stai solo cercando di dimostrare che chi è venuto prima di te, in questo caso specifico Phil Spencer e Sarah Bond, hanno sbagliato tutto. Una frase potente da dire, se si pensa che lo stesso Spencer è stato idolatrato per anni (giustamente) come l’uomo che ha rimesso in carreggiata Xbox dopo le follie di Don Mattrick. Invece, un colpo di spugna. In un attimo, tutto svanisce.
Oggi Xbox è un colosso che sta correndo dietro se stesso, intrappolato in un loop dal quale non riesce a uscire. Prima voleva essere una potenza delle console, poi la casa dei più grandi first party del pianeta. Poi un servizio, poi un’app sui televisori. Ora torna a voler essere una scatola sotto la TV con il probabile muro delle esclusive. Ma i muri, una volta abbattuti, sono difficili da ricostruire. Il rischio è che Project Helix non sia l’inizio di una nuova era, bensì l’ennesimo esperimento di una dirigenza che ha smarrito la bussola.
Cambiare ripetutamente idea

Su una cosa dobbiamo però essere tutti d’accordo: Asha Sharma, colei che ha da poco ereditato l’impero di Xbox, sembra avere le idee molto chiare. Il suo intento, appunto, è quello di restituire forza e potenza al marchio verdecrociato, tornando a farsi amare dai giocatori.
La mossa di abbassare il prezzo di Game Pass, pur perdendo Call of Duty (certificando così il fallimento del progetto di Phil Spencer), è stata una genialata. Forse si tratta del primo servizio in abbonamento a calare di prezzo invece di aumentare. Che poi, a essere pignoli, un aumento rispetto a settembre 2025 c’è comunque stato, ma Game Pass resta ancora straordinario.
La vera sfida è capire ora cosa vuole davvero fare Microsoft, perché modificare continuamente in corsa i propri piani confonde e rende più difficoltoso capire come abbracciare una forte community. Sharma ha le idee chiare: rilanciare Xbox. Ma sono le stesse idee dei capoccia di Redmond?

