Certe paure non hanno bisogno di mostri, sangue o jump scare costruiti con il righello. Basta una stanza vuota, un neon che vibra in lontananza, un corridoio troppo lungo per essere reale. Backrooms, esordio cinematografico di Kane Parsons, parte esattamente da qui: da un disagio indefinibile, quasi biologico, che affonda le mani nella memoria collettiva di internet e la trasforma in un’esperienza horror sorprendentemente stratificata.

Il fenomeno delle Backrooms, nato online come creepypasta e diventato virale grazie ai cortometraggi found footage pubblicati su YouTube da Parsons con il nome di Kane Pixels, è sempre stato difficile da spiegare a parole. Perché non si tratta semplicemente di “stanze inquietanti”. Le Backrooms sono un concetto. Un non-luogo, una distorsione del familiare: sono uffici vuoti, moquette consumate, pareti giallastre illuminate da luci al neon che sembrano respirare. Ambienti pensati per il passaggio, improvvisamente svuotati della presenza umana e trasformati in qualcosa di alieno: ed è proprio qui che il film trova la sua forza più grande.

Un horror ambientale che lavora sull’inconscio

Backrooms

Ambientato negli anni Novanta, Backrooms segue Clark, interpretato da Chiwetel Ejiofor, un architetto fallito che sopravvive gestendo un negozio di mobili economicamente disastrato. La sua vita è immobile, schiacciata da una separazione sentimentale mai davvero elaborata e da un senso di alienazione che sembra impregnare ogni gesto quotidiano. Durante una notte apparentemente identica alle altre, Clark scopre che nel seminterrato del negozio esiste un accesso impossibile: una fenditura nascosta che conduce verso un labirinto infinito di stanze, corridoi e uffici privi di logica. Da quel momento Backrooms cambia pelle.

Il film di Parsons non costruisce il terrore attraverso la narrativa tradizionale dell’horror contemporaneo, ma attraverso la percezione dello spazio. Le scenografie diventano protagoniste assolute di un racconto che vive di vuoti geometrici, silenzi disturbanti e prospettive deformate. Grandangoli aggressivi, fish-eye, soggettive interminabili e movimenti di macchina continui trasformano ogni ambiente in una trappola psicologica. Non esiste quasi mai una vera sicurezza visiva. Anche quando l’inquadratura sembra stabile, qualcosa nel fondale suggerisce che il mondo stia lentamente piegandosi su sé stesso.

È un horror profondamente atmosferico, ma soprattutto liminale. Parsons comprende perfettamente il potere disturbante di questi spazi “di transizione”, luoghi anonimi che tutti hanno attraversato almeno una volta nella vita senza prestarci davvero attenzione. Sale d’attesa, corridoi d’ufficio, magazzini, stanze ancora da arredare. Backrooms prende quella normalità e la corrompe dall’interno, trasformandola in un incubo sospeso tra sogno, memoria e decomposizione digitale.

AI e Backrooms

La lettura più interessante del film, però, emerge nel modo in cui Parsons rielabora il mito originale. Qui le Backrooms non sembrano semplicemente un’altra dimensione. Sembrano qualcosa che apprende. Gli ambienti assorbono dettagli, ricordi, paure e frammenti emotivi dei personaggi, restituendoli sotto forma di imitazioni imperfette. Stanze quasi corrette. Oggetti collocati secondo logiche sbagliate. Creature che sembrano copie incomplete dell’essere umano. Tutto appare sintetico, artificiale, disturbantemente vicino alla realtà senza mai coincidere davvero con essa.

Ed è impossibile non leggere tutto questo come una gigantesca metafora dell’Intelligenza Artificiale. Le Backrooms funzionano esattamente come un algoritmo generativo lasciato libero di interpretare il mondo senza comprenderlo davvero. Assimilano informazioni, le ricombinano e le restituiscono in maniera distorta. Il risultato è qualcosa di familiare ma profondamente sbagliato, come un sogno creato da una macchina che ha osservato l’umanità senza mai viverla.

Parsons, classe 2005, riesce in maniera quasi inquietante a trasformare una leggenda metropolitana digitale in una riflessione horror contemporanea sul rapporto tra uomo, tecnologia e percezione della realtà. E forse è proprio questo il dettaglio più riuscito del film: la sensazione che le Backrooms esistano già, soltanto sotto altre forme. Oggi le chiamiamo feed, dataset, algoritmi.

Facile perdersi nelle Backrooms

Backrooms

Il problema è che Backrooms nasce da un’idea breve, da frammenti virali costruiti più sulla suggestione che sulla scrittura classica. E questa origine, inutile dirlo, si sente. Per buona parte della durata Parsons riesce a sostenere il passaggio dal found footage al lungometraggio tradizionale, evitando il rischio più grande: spiegare troppo. Il mistero resta centrale, così come quella sensazione di indecifrabilità che ha reso iconici i video originali. Tuttavia, quando il film prova ad approfondire la psicologia dei protagonisti, emergono alcune fragilità narrative.

Il rapporto tra Clark e la psichiatra Mary, interpretata da Renate Reinsve, funziona più come appoggio teorico che come vero motore emotivo. Le loro ferite interiori sono chiare, così come il tentativo di legare le Backrooms a un discorso sull’instabilità mentale e sul soffocamento esistenziale, ma non tutto viene sviluppato con la stessa efficacia della componente visiva. Alcuni dialoghi risultano ridondanti, certe svolte psicologiche troppo rapide, mentre il film tende a disperdersi ogni volta che abbandona i corridoi per tornare alla dimensione più “umana”.

Paradossalmente, il vero protagonista resta sempre l’ambiente. Quando Backrooms si concentra esclusivamente sull’esplorazione di questi spazi impossibili, raggiunge momenti di autentica tensione ipnotica. Quando invece tenta di strutturarsi come horror psicologico tradizionale, perde parte della sua identità originaria.

Anche alcune derive più esplicitamente grottesche e gore spezzano leggermente quell’equilibrio disturbante costruito nella prima metà. L’orrore delle Backrooms funziona meglio quando resta indefinito, quasi astratto, piuttosto che quando prova a materializzarsi troppo concretamente.

Il talento di Mr. Parsons

Backrooms

Resta comunque impressionante osservare ciò che Parsons riesce a fare a poco più di vent’anni. Backrooms non sembra il classico prodotto horror costruito per cavalcare una moda internet. Si percepisce invece la volontà di espandere un immaginario personale senza tradirne completamente l’essenza.

Anche dal punto di vista tecnico il lavoro è notevole. L’estetica analogica anni Novanta, con VHS sporche, immagini degradate e camere traballanti, crea un contrasto affascinante con il sottotesto legato all’AI e alla virtualizzazione contemporanea. È un film che guarda al futuro usando fantasmi visivi del passato, come se la nostalgia analogica diventasse una forma di resistenza contro una realtà sempre più artificiale.

E poi c’è la regia. Parsons dimostra un controllo dello spazio rarissimo per un autore così giovane. Ogni corridoio sembra costruito per disorientare. Ogni stanza possiede una geometria sbagliata.  Ogni inquadratura suggerisce che qualcosa possa emergere dal fondo in qualsiasi momento. Non tutto funziona alla perfezione, ma poco importa. Backrooms riesce in qualcosa che l’horror contemporaneo spesso dimentica (ma che chiunque abbia visto il recente Obsession capirà alla perfezione): creare immagini che restano in testa.

Conclusioni

Backrooms è un horror imperfetto, acerbo in alcuni passaggi narrativi, ma anche uno dei debutti più interessanti degli ultimi anni. Kane Parsons prende un fenomeno nato su internet e lo trasforma in un’esperienza cinematografica disturbante, ipnotica e sorprendentemente attuale, capace di riflettere sulle ansie digitali contemporanee senza perdere il fascino astratto del materiale originale.

Non sempre la scrittura riesce a sostenere il peso del concept, e alcune sottotrame psicologiche finiscono per rallentare il ritmo, ma quando il film lascia parlare gli spazi diventa qualcosa di raro: un incubo architettonico che lavora direttamente sull’inconscio dello spettatore. E in un panorama horror spesso ossessionato dal rumore, Backrooms trova il coraggio di fare paura con il vuoto.

Verdetto

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In un panorama horror spesso ossessionato dal rumore, Backrooms trova il coraggio di fare paura con il vuoto.

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Quando l'Altissimo dava agli uomini il dono della scrittura, io probabilmente ero al bagno.