Ammettiamolo: alla notizia di un Diavolo Veste Prada 2, il primo pensiero è stato “l’ennesima operazione nostalgia destinata a rovinare un classico”. Il film del 2006 ha fatto la storia del cinema, e descritto quella della moda con una precisione e una lucidità che lo hanno reso un cult a tutti gli effetti. Toccarlo sembrava un rischio inutile.

Eppure, dopo la visione, bisogna ricredersi con piacere.

La trama: vent’anni di conseguenze

Sono passati vent’anni dalla fine della prima storia, e il tempo si sente, nel senso migliore possibile. Andrea Sachs non è più la stagista insicura che ricordavamo: è una giornalista affermata, convinta delle proprie scelte, che scrive per un quotidiano e viene premiata per il suo lavoro. Ma proprio durante la cerimonia di premiazione arriva la doccia fredda: l’intero reparto editoriale viene licenziato. Il sottotesto è immediato e amaro, perché nel 2026 la velocità con cui l’intelligenza artificiale può sostituire l’apporto umano non è più fantascienza, ma la cruda attualità.

Dall’altra parte, anche il Runway non se la passa bene. La rivista di moda per eccellenza ha dovuto fare i conti con vent’anni di rivoluzioni comunicative: nessuno legge più le riviste cartacee, i social hanno cambiato le regole del gioco e persino i post devono essere costruiti con cura per non cadere nel vuoto. A complicare le cose, uno scandalo legato al fast fashion ha trascinato il Runway in una crisi reputazionale che rischia di segnarne la fine.

La soluzione? Ingaggiare proprio Andrea, finita involontariamente al centro dell’attenzione mediatica dopo alcune dichiarazioni rilasciate in seguito al suo licenziamento. Così, volenti o nolenti, Miranda Priestly e Andrea Sachs si ritrovano a collaborare, vent’anni dopo.

La trama è lineare, a tratti prevedibile, ma funziona. Gli intrighi e le sorprese ve li lascio scoprire: togliervi questo piacere sarebbe un peccato.

Il gap temporale come punto di forza

Il diavolo veste Prada 2

Il merito principale del film sta nell’aver capito una cosa fondamentale: sarebbe stato impossibile, oltre che inutile, riprodurre ciò che il primo capitolo aveva fatto nel 2006. Ogni film va contestualizzato nel momento storico in cui esce, e ciò che era rivoluzionario allora oggi richiederebbe un aggiornamento profondo.

Ed è esattamente quello che Il Diavolo Veste Prada 2 fa: prende i personaggi che conosciamo e li porta nel presente, con tutte le conseguenze che vent’anni di cambiamenti sociali, comunicativi e culturali comportano. Miranda Priestly, ad esempio, si ritrova a fare i conti con figure aziendali dedicate a monitorare il suo linguaggio, affinché sia conforme agli standard contemporanei. Questo passaggio, che in mani meno attente sarebbe diventato una macchietta, viene invece trattato con intelligenza e rispetto: non viene ridicolizzato, ma presentato come quello che è, ovvero un processo di aggiornamento necessario per chiunque voglia restare rilevante nel mondo di oggi.

Lo stesso vale per la composizione del team di stagisti del Runway, che riflette finalmente una varietà di corpi, origini e identità che il primo film non avrebbe mai contemplato, e che oggi è semplicemente la normalità. Chi si aspettava lo stesso prodotto con le stesse regole di vent’anni fa probabilmente rimarrà deluso. Ma sarebbe come aspettarsi che il mondo non fosse cambiato di una virgola.

Il prezzo del successo

Come nel primo film, anche qui i momenti più intensi non stanno nelle sfilate o negli abiti, ma nei dialoghi. C’è una scena, quasi speculare alla famosa confessione finale di Miranda nel primo capitolo, in cui la direttrice del Runway parla apertamente del prezzo che ha pagato per il suo successo: l’infanzia delle figlie che si è persa, i matrimoni andati a rotoli, le amicizie mai coltivate. E aggiunge qualcosa di devastante nella sua semplicità: che le va bene così. Che il lavoro è diventato la sua vita, e che non lo cambierebbe perché lo ama in modo viscerale. È in questi momenti che il film ricorda perché il primo era così potente e dimostra di averne ereditato il DNA.

L’evoluzione dei personaggi

Il diavolo veste Prada 2

Miranda Priestly non poteva restare la stessa dopo vent’anni: sarebbe stato un tradimento del personaggio, prima ancora che dello spettatore. La vediamo fare i conti con alcuni errori del passato, in particolare nei confronti di Nigel, il suo collaboratore più fedele e capace, da lei sistematicamente messo in secondo piano. Il riconoscimento tardivo, ma genuino, di questo debito è uno dei momenti più riusciti della pellicola.

Emily ha qualche sbavatura di troppo: il suo personaggio viene gestito in modo più superficiale rispetto agli altri, con toni che a tratti rasentano l’eccesso. Ma anche lei trova il modo di spiegare le proprie ragioni, e la sua evoluzione, pur meno elegante, ha una sua coerenza. Andrea, dal canto suo, continua il percorso già avviato nel primo film, senza stravolgimenti forzati.

Il doppiaggio italiano

Sul fronte del doppiaggio, il film può contare su alcune conferme di peso. Maria Pia Di Meo torna a prestare la voce a Meryl Streep nel ruolo di Miranda Priestly, con la consueta autorevolezza. Francesca Manicone è Emily, mentre Giulia Franceschetti doppia Amari Mari, interpretata dall’attrice nota per il ruolo di Kate Sharma in Bridgerton, Simone Ashley.

Una nota leggermente stonata, invece, è Gabriele Lavia nei panni di Nigel: la sua interpretazione suona in alcuni momenti un po’ più artificiale rispetto all’originale di Stanley Tucci, quasi una caricatura del personaggio piuttosto che una lettura personale e convincente. Unica vera debolezza tecnica di un cast altrimenti solido.

Il verdetto

0

Il Diavolo Veste Prada 2 è un sequel che esiste per capitalizzare su un marchio, ma che per lo meno lo fa con cognizione di causa. Un film che aveva senso fare adesso, e non cinque o dieci anni fa. Parla di intelligenza artificiale e giornalismo, di linguaggio e inclusione, di ciò che si perde quando si sceglie di mettere il lavoro al centro di tutto, e lo fa con leggerezza, humour e qualche abito che farà sognare ad occhi aperti. Portatevi un amico, qualche carboidrato da sgranocchiare, perché ricordatevi che i carboidrati condivisi non contano, perciò godeteveli.

Condividi.