C’è qualcosa di profondamente ingannevole, e proprio per questo affascinante, nella superficie di Mother Mary. A prima vista, il nuovo film di David Lowery sembra inserirsi in quella lunga tradizione di racconti sulla popstar tormentata, sulla diva che deve tornare a esibirsi dopo una caduta, sul prezzo emotivo dell’icona pubblica. Eppure bastano poche scene per capire che il film non è davvero interessato a raccontare l’industria musicale, né a costruire il classico melodramma sul successo, la fama e la crisi creativa. Mother Mary usa il corpo spettacolare della popstar per arrivare altrove: a una ferita privata, a un rapporto interrotto, a una forma di amore, rancore e dipendenza creativa che il tempo non ha mai davvero guarito.

Al centro c’è Mary, interpretata da Anne Hathaway, cantante di culto pronta a tornare sulle scene dopo un lungo ritiro. Per farlo ha bisogno di un abito, ma soprattutto ha bisogno di rientrare in contatto con Sam Anselm, la stilista ed ex amica interpretata da Michaela Coel, con cui non parla da venticinque anni. Il loro rapporto si era spezzato quando Sam aveva percepito di essere stata esclusa da un progetto artistico che sentiva anche suo. Non era soltanto la persona incaricata di vestire Mary: era parte della costruzione della sua immagine, del suo corpo scenico, della sua identità pubblica. Quando Mary le aveva fatto capire di poter andare avanti senza di lei, la rottura era diventata qualcosa di più profondo di un semplice allontanamento professionale.
Mother Mary
La forza maggiore di Mother Mary sta nel modo in cui Lowery restringe progressivamente il campo. Pur raccontando una figura abituata a esistere davanti a migliaia di persone, il film trova i suoi momenti migliori in uno spazio chiuso, quasi teatrale: l’atelier di Sam. Un ambiente ampio ma isolato, dominato da tessuti, materiali, abiti, scale e soppalchi, che finisce per assumere la funzione di un palcoscenico mentale. È lì che Mary viene spogliata della propria aura pubblica e ricondotta alla persona che si nasconde dietro l’icona.

L’alternanza tra l’atelier e il palco diventa così una delle intuizioni più efficaci del film. Da un lato c’è lo spazio privato, artigianale, quasi sacrale, in cui i tessuti vengono tagliati, cuciti, trasformati in identità. Dall’altro c’è lo spazio pubblico del concerto, dove tutto viene amplificato: la luce, la voce, il corpo, il dolore. L’atelier è il luogo della costruzione; il palco quello dell’adorazione. Il film vive nella tensione tra questi due poli, tra ciò che viene cucito nell’ombra e ciò che viene offerto allo sguardo del pubblico.

In questa dimensione raccolta, Mother Mary assume spesso i contorni di un dramma da camera. Nonostante le sue ambizioni visive e musicali, il cuore del racconto resta il confronto tra due donne che si sono amate, ferite, forse usate a vicenda, e che non sanno più se sia possibile dare un nome a ciò che rimane del loro legame. Mary torna da Sam perché ha bisogno di lei; Sam la accoglie con una diffidenza che non è semplice ostilità, ma il sedimento di anni di rancore. Il film è bravo a non trasformare subito questa dinamica in una riconciliazione comoda: Sam non vuole perdonare, almeno non all’inizio. Non si preclude del tutto la possibilità di cambiare idea, ma il suo perdono dovrà passare dal riconoscimento di un dolore autentico, non da una formula consolatoria.
Sam Anselm

Credit: Photo by Frederic Batier. Courtesy of A24.È proprio da questa frattura che Mother Mary scivola nella sua dimensione più simbolica, surreale e perturbante. Il risentimento di Sam non resta mai un sentimento astratto: prende corpo. Il film lo materializza attraverso un’immagine potentissima, quella del dente spezzato. Dopo aver assistito a un concerto di Mary, Sam prova un odio talmente violento da serrare i denti fino a romperne uno: da quella ferita, dal sangue e dal dolore, nasce una presenza spettrale in forma di drappo rosso, un fantasma fatto di stoffa, carne e rancore.
È una delle idee più riuscite del film, perché condensa in un’unica immagine tutto ciò di cui Mother Mary parla: il corpo, il costume, la ferita, la creazione artistica. Il fantasma non è solo una presenza soprannaturale, ma la forma fisica di un rapporto irrisolto. Nasce dal corpo di Sam, ma finisce per infestare Mary, entra in lei, la opprime, la costringe al ritiro, diventa il peso invisibile che la popstar si porta dentro dopo l’incidente avvenuto durante un concerto.
Lowery lavora su queste immagini con un gusto volutamente eccessivo, quasi gotico, ma sempre legato alla materia del film. Il drappo rosso è spettro, abito, sangue, memoria. È un’entità ma anche un tessuto, qualcosa che sembra appartenere a Sam e al tempo stesso gravare su Mary, trasformando il loro rapporto irrisolto in una presenza fisica, invasiva, impossibile da ignorare. La sua funzione non è mai soltanto soprannaturale: è il modo in cui il film rende visibile un trauma condiviso, qualcosa che non può essere semplicemente rimosso, ma deve trovare una nuova forma.

È proprio in questa trasformazione che Mother Mary trova una delle sue intuizioni più forti. Il dolore non viene trattato come qualcosa da cancellare, né il perdono come una rimozione del passato. Al contrario, il film sembra suggerire che alcune ferite possano soltanto essere riconfigurate, trasformate in immagine, in gesto, in materia creativa. La moda, in questo senso, non è decorazione: è linguaggio drammatico, superficie su cui il non detto prende corpo senza bisogno di essere spiegato fino in fondo.
Imogen

Credit: Photo by Eric Zachanowich. Courtesy of A24.La costruzione di Mary come icona pop è altrettanto centrale. Il personaggio interpretato da Anne Hathaway appare sul palco come una figura che appartiene alla tradizione delle grandi dive capaci di fondere provocazione, teatralità e tensione sacrale, trasformando il concerto in un rito collettivo e il proprio corpo in una superficie di adorazione, identificazione e sacrificio.
Da questo punto di vista, Mother Mary non è un film musicale in senso tradizionale, ma un’opera che usa la musica come parte di un rito. Le canzoni non servono semplicemente a interrompere il racconto o a dare spettacolo: sono il modo in cui Mary esiste davanti al mondo. La voce, la postura, la coreografia, l’abito, la luce, tutto concorre alla costruzione di una divinità fragile, consapevole della propria immagine e insieme schiacciata da essa.

Anne Hathaway regge molto bene questa doppia natura. È convincente quando Mary appare vulnerabile, stanca, quasi consumata da qualcosa che non riesce a nominare; ma funziona anche quando deve far credere al pubblico che quella donna possa davvero essere una popstar capace di magnetizzare uno stadio. Le sue interpretazioni musicali sono tra gli elementi più riusciti del film, anche grazie a una colonna sonora che contribuisce in modo decisivo a dare corpo all’identità di Mary. Il contributo di firme come Charli xcx, FKA twigs e Jack Antonoff si sente non solo come confezione sonora, ma come posizionamento culturale: Mother Mary vuole abitare un immaginario pop contemporaneo, sofisticato, ambiguo, a tratti volutamente artificiale.
Hilda

Credit: Photo by Eric Zachanowich. Courtesy of A24.È proprio questo immaginario a rendere inevitabile anche una lettura queer del film. Mother Mary non sembra nascere come dichiarazione programmatica, ma finisce per muoversi dentro codici molto riconoscibili: il rapporto ambiguo e mai puramente amicale tra Mary e Sam, la centralità del costume come identità, la diva pop trattata come icona religiosa e la scelta di costruire un mondo quasi completamente sottratto alla presenza maschile.
Non è solo una questione di cast o di firme musicali, per quanto la presenza di figure come Hunter Schafer, FKA twigs e Charli xcx contribuisca a collocare il film dentro un preciso ecosistema culturale. È soprattutto il modo in cui Lowery trasforma Mary in creatura da palcoscenico, corpo desiderato e sacrificato, figura di culto e proiezione collettiva, a rendere quella chiave di lettura quasi inevitabile.

Il limite, semmai, è che il film sembra spesso evocare questa dimensione più di quanto non voglia affrontarla apertamente. La tensione tra Mary e Sam è carica di sottotesti sentimentali, creativi e forse erotici, ma Lowery preferisce mantenerla in uno spazio ambiguo, più simbolico che dichiarato. È una scelta coerente con la natura sfuggente dell’opera, ma anche una delle sue ambiguità più evidenti: Mother Mary sembra parlare costantemente il linguaggio del desiderio queer, senza però decidere fino in fondo se trasformarlo in parola, corpo o soltanto in immagine.
Sam e Mary
Questa ambiguità è anche il punto in cui il film mostra i suoi limiti. Mother Mary è un’opera affascinante, visivamente potente, ricca di intuizioni, ma non sempre capace di rendere pienamente organica la propria simbologia. Lowery lavora per accumulo: sangue, stoffa, ferite, fantasmi, abiti, palco, culto, possessione, perdono. Quando questi elementi si saldano, il film trova immagini di grande forza, quando invece restano sospesi, il rischio è quello di una rarefazione un po’ compiaciuta, come se l’opera si fidasse più della propria atmosfera che della necessità di portare fino in fondo alcune intuizioni.

Anche il finale si muove su questa soglia. Mary — e qui entriamo esplicitamente nel territorio dello spoiler — non si esibisce con l’abito creato da Sam, ma con un vestito che detesta e che decide progressivamente di strappare via dal proprio corpo. È un gesto di liberazione, ma anche un gesto ambiguo, perché riprende l’idea stessa di Sam: quella di un abito pensato per essere rimosso, strato dopo strato, come rito di rinascita. Mary sembra emanciparsi da tutte le immagini che le sono state imposte, ma continua a parlare un linguaggio nato dal rapporto con l’amica. Sam, intanto, trasforma il fantasma in abito, cioè in creazione. Sono due rinascite parallele, forse incompatibili, ma non prive di una possibilità di riavvicinamento: se il film non concede una vera pacificazione, permette almeno a Sam di ricevere ciò che le era mancato, ovvero una dimostrazione sincera del dispiacere di Mary per averla ferita.
In conclusione
Mother Mary è un film imperfetto ma magnetico, più interessante per ciò che tenta di evocare che per la chiarezza con cui riesce sempre a farlo. David Lowery costruisce un’opera intima e insieme barocca, un dramma da camera travestito da liturgia pop, dove la fama non è il vero tema ma il dispositivo attraverso cui parlare di amicizia, tradimento, identità e creazione artistica. La relazione tra Mary e Sam è il cuore emotivo del racconto, mentre Anne Hathaway dà corpo e voce a una popstar credibile proprio perché fragile, artificiale e ferita.
Non tutto trova una forma perfettamente compiuta: alcune simbologie restano più suggestive che pienamente risolte, e la dimensione queer del film sembra a tratti più evocata che davvero attraversata. Ma quando Mother Mary lascia dialogare il corpo con il costume, il palco con l’atelier, la voce con il trauma, trova una forza rara. È un film che parla di ciò che si cuce addosso agli altri, di ciò che resta intrappolato sotto la pelle e di come, a volte, per rinascere non basti cambiare abito: bisogna prima capire quale fantasma lo stia indossando insieme a noi.
VERDETTO FINALE
Un dramma pop e gotico su una diva in cerca di rinascita, perseguitata dal fantasma di un’amicizia tradita.

